A SI NO

Destra, sinistra e cambiamento.

Molti di noi nati negli anni ’40 a ridosso della guerra non hanno sentito vivo il fuoco del ’68 poiché già si lavorava. Quindi siamo venuti su con un concetto scolastico di destra e sinistra. Comunque abbiamo subìto anche noi, per certi versi, la semplificazione di questi concetti che poi ha espresso in sintesi, diciamo anarchica ed anche un po’ comica, il grande Giorgio Gaber. Quella scissione dei concetti ci aveva portato ad esempio a non partecipare ai concerti di Battisti e di Baglioni perché di destra o ad ostentare anche quando non era necessario un simbolo della sinistra. Ad esempio portare sotto al braccio il quotidiano “L’Unità”. I più hanno comunque semplicisticamente classificato quasi sempre la destra come reazionaria, conservatrice, più vicina ai ricchi, detentrice dei cosiddetti poteri forti, legati persino alla massoneria. Mentre la sinistra illuminata, progressista, vicina ai deboli e agli oppressi. Ma non è stato sempre così. Sappiamo bene, la storia lo conferma, che ci sono stati governi espressi dalla destra che hanno operato bene per il popolo e governi di sinistra tirannici e spietati. Ora che in molti paesi del mondo viene meno il desiderio di una destra e di una sinistra ma piuttosto si prediligono i movimenti, sembra inutile una difesa a questi concetti. La destra e la sinistra sono nati da poco, tutto sommato, appena dopo la Rivoluzione Francese. Sono durati di più le differenziazioni tra ricchi e poveri, patrizi e plebei, nobili e schiavi, contadini e latifondisti, borghesia e proletariato, che pur non essendo correnti politiche ma classi sociali, hanno comunque rappresentato nella storia una contrapposizione sovrapponibile, per molti versi, a quella espressa dalla destra e sinistra. Con l’eliminazione di alcune classi sociali e la trasformazione di altre, anche la sinistra e la destra hanno perso il fascino di un tempo. Basti pensare al fatto che è diminuito il voto per i partiti tradizionali che si è spostato molto sui movimenti. Oppure quanti prediligono, assumendo atteggiamenti critici, classificarsi come correnti diverse, seppur di destra o di sinistra. Ed infine chi trasmigra dalla destra alla sinistra e viceversa. Quindi non vi è più una semplicistica differenziazione tra destra e sinistra né una concentrazione sul centro che ha rappresentato, fino a poco tempo fa, anche il desiderio per molti politici di raffigurare lì una sinistra e una destra moderata. C’è da dire inoltre che gli stessi movimenti che continuano a proliferare inglobano tra i seguaci gente che proviene indifferentemente dalla destra, dalla sinistra e dal centro. Pertanto la politica sembra complicarsi, specialmente considerando che capita spesso che le stesse idee dei partiti e dei movimenti cambiano solo per danneggiare gli avversari del momento, dimenticando quanto detto nel recente passato. In questo bailamme in cui, come al solito, tutti vogliono avere ragione, pur rispettando il concetto che col passare del tempo vi può essere un naturale cambiamento degli usi e dei costumi e per molti versi delle idee, bisogna comunque tracciare dei confini nei quali ci si possa misurare e riconoscere nella partecipazione alla vita politica, perché come è naturale, a tutt’oggi, restano delle differenze sostanziali tra gli esseri umani. Quali potrebbero essere allora questi confini nei quali si può riconoscere una parte politica più che un’altra? Cioè come ci possiamo catalogare, per non essere un ammasso amorfo di idee tutte eguali, ma rispettando il concetto, tramandato dall’esperienza storica, che l’umanità ha avuto sempre delle differenze di pensiero nella sua diversità di coscienze? Personalmente penso che nei valori si trova la linea di demarcazione con la quale, pur appellandosi con nomi particolari, ci si differenzia dagli altri o ci si pone insieme con altri. I valori sono i nostri punti di riferimento. Non solo le cose importanti (quello che per noi vale, è valido, prezioso), ma le regole morali secondo le quali vorremmo vivere, la motivazione primaria per le nostre azioni, e anche i criteri, per effettuare un giudizio, riguardo ai quali valutiamo tutto ciò che facciamo noi e che fanno gli altri. Ai valori sono anche collegate le credenze. Le credenze sono generalizzazioni riguardo alle nostre azioni, riguardo a quello che stiamo facendo e quello che dobbiamo fare. Per ogni società in ogni epoca, i valori sono stati un po’ diversi. Per esempio il valore di patria era sicuramente più importante nell’ottocento, ai tempi in cui l’Italia lottava per la sua indipendenza, di quanto non lo sia oggi in cui la sovranità del nostro stato non è in pericolo. La verginità o la castità erano più importanti nel Medio Evo, oppure oggi nei paesi musulmani, di quanto nell’Europa odierna. Eppure i valori hanno un ruolo fondamentale nella vita. Non averne è come essere senza radici. Valori possono essere: la famiglia, l’amore, l’amicizia, la libertà, la coerenza, l’onestà, il credo religioso, l’ideologia politica, ma anche i soldi e il compromesso. I valori sono punti fissi, necessari nelle relazioni durevoli nel tempo. Sono un impegno necessario che ognuno prende con sé stesso per dare continuità e certezza al proprio rapporto con gli altri che lo condividono. I valori, quindi, per la società intera o per le sue parti, sono fondamentali proprio per l’aggregazione nelle stesse. Una società senza valori finisce per disgregarsi, per degradare, e per involvere. Al contrario però l’assolutizzazione dei valori apre la via del conflitto con gli altri (ricordiamo le dittature distruttive). Ma con questo non possiamo avere paura di possedere dei valori, pensando che possano danneggiare gli altri, perché sappiamo ben riconoscere, oggi, molti valori che servono da fattore coesivo per le società differentemente da altri che fanno prevedere un potenziale distruttivo verso gli altri. Ed anche se alcuni valori mutano nel tempo perché troppo restrittivi, non dobbiamo buttare via i concetti da cui partono questi stessi valori perché il loro significato resta sempre quello che è. Cioè se ci riteniamo più progressisti non possiamo buttare via l’integrità, la coerenza, l’onestà, l’affidabilità, ritenendoli valori restrittivi, altrimenti, come è accaduto, diamo spazio ad esempio alla corruzione. Per concludere si può dire che se da un lato non si debbono accettare ciecamente i valori che ci sono stati trasmessi, dall’altro, però, ognuno deve fare una scelta personale e ragionata, e farsi una sua lista di valori (anche se dovessero essere controcorrente), e cercare di vivere coerentemente ad essi. Per avere una direzione, uno scopo nella vita e quindi evidentemente affiancarsi a chi li condivide anche e soprattutto nel momento di un voto. Scendendo nel concreto chi, partendo dai propri valori, crede nella pena di morte, nelle armi, nella violenza, nelle barriere, nell’indifferenza, nella paura, nella volgarità, potrà mai essere d’accordo con chi crede nella libertà, nella fratellanza, nell’accoglienza, nella tolleranza, nella giustizia, nella democrazia?

LE QUATTRO GIORNATE E GOMORRA

Il 30 settembre di 73 anni fa terminavano le 4 giornate di Napoli, il moto popolare che coinvolse tutta la città contro l’occupazione nazista. Chi ha visto il film di Nanni Loy sull’argomento, si ricorderà come ben vengono rappresentate, anche dal punto di vista dello spettacolo, tutte le varie sfaccettature dell’animo e dei comportamenti dei napoletani. La commozione, la gioia, l’amore, la comicità, la drammaticità, la volgarità, la violenza ma per un giusto fine, ecc. Non sarebbe stato male rappresentare un serial su quell’epoca come fu la saga di Sciuscià per il fumetto. Una lunga serie di avventure concatenate che durarono dal gennaio 1949 al 1955. Invece di tutto ciò ci troviamo, ripetuta più volte, una serie come Gomorra. La differenza è che nel primo caso avremmo visto descritta una Napoli, anche se con i suoi difetti, nobile, differentemente da Gomorra. Qui, molto riduttivamente, viene presentata una sola parte della città facendola comparire come rappresentativa di un popolo intero, con sentimenti, ma certamente molto meno nobili. Non si capisce quindi perché si vuole far vedere sempre la parte meno dignitosa di questa città e per quali lordi scopi. Anche nel campo della canzone pare che non ci sia più di un brano che ricordi gli avvenimenti del ’43. UN VERO PECCATO. Speriamo nel futuro sia per la canzone che per la TV.

‘E QUATTE JURNATE
Erene l’urdeme d’ ‘o mese ‘e settembre,
quanne facetteme ‘sti quatte jurnate,
‘nu mote ‘e popule spuntanie e innucente,
‘na storia vere ‘e chesta città.
‘O Vommere sparaine e primme colpe,
e tanta muorte pe’ chesta libbertà:
ma fuie ‘o signale p’ ‘a pupulazzione,
se ribellaje tutta a città.

‘Nce stevene impiegate,
‘nce stevene sturiente,
tanta operaie
e chi nu’ teneve niente;
a cape nu surdate,
nun se ne sapeve niente
ma fuje ‘a bandiera
pe’ tutta ‘a gente ‘e ccà.

D’ ‘o Vommere scennettere a Tulede,
e pe’ Quartiere ‘e sentive sparà,
verive ‘e tedesche c’abbiavene a scappà
da Furia a Capemonte pe’ tutta ‘a città.
‘O stadie d’ ‘o Vommere, ammanettate,
stevene ‘e prigioniere pigliate cu ‘e retate
ma ‘o tenente Stimolo, a cape ‘e ‘sti guagliune,
cu tantu curagge, ‘e jette a liberà.

Carattere ‘e scugnizze
Gennare cu Filippe,
‘e tridici anne l’une,
cu tante ati guagliune.
E Napule ‘e rricorde,
cu sti ghiurnate ‘e sanghe;
custaje cara a’ città,
finalmente ‘a libertà.

Ascolta il brano “‘E quatte jurnate”

IL CALCIO…..ALLA SQUADRA DEL CUORE

I tradimenti dei calciatori, di cui tanto si parla ora, non dovrebbero angustiarci più di tanto ma della mancata fedeltà dei tifosi sì. Il calciatore è un mercenario, specie ai nostri tempi quando milioni di euro gli passano tra le mani e sulla testa ed è difficile rimanere legati ad un posto o provare sentimenti di appartenenza, il tifoso no. Quando incominciai a capire di calcio era la sera del 4 maggio del 1949. In una Napoli ancora malconcia per la guerra, mio padre si ritirò a casa con le lacrime agli occhi e ci raccontò a me e mia madre la storia del grande Torino. Un aereo con tutta la squadra era precipitato il pomeriggio sul colle di Superga. Una squadra invincibile, senza trucchi, per la quale la gran parte degli italiani simpatizzava, per altro era quasi la nazionale italiana. Nei giorni che seguirono mio padre mi spiegò anche la differenza tra la squadra per la quale si hanno simpatie e la squadra del cuore cioè quella per cui si fa il tifo. Solo due anni più tardi mio padre mi accompagnò per la prima volta allo stadio del Vomero per vedere una partita del Napoli. Avevo otto anni e fui colpito da quel clima particolare di consonanza di cuori, allora a me del tutto sconosciuto. Da quel momento capii la differenza e non ho smesso mai di tifare per il Napoli, pur simpatizzando per squadre che ci conquistavano per il bel gioco espresso, come nel caso, ad esempio, del Milan di Sacchi. Non è certo determinante essere nati o vivere in una città o nei pressi e di conseguenza tifare per la squadra che la rappresenta. Ma di solito per quel campanilismo che contraddistingue anche le più piccole contrade italiane e per l’amore che si porta alla propria terra avviene proprio così. Basti pensare al richiamo della Nazionale. Ma il buon tifo è qualcosa di più. Poter condividere con decine di migliaia di persone le amarezze e le gioie che dà la tua squadra del cuore. Momenti, episodi o giocatori rimasti indelebili nel ricordo del tifoso. Si pensi a Luciano Comaschi terzino degli anni ’50. Giocatore di grande temperamento, francobollatore arcigno, combattente che metteva al servizio della squadra ogni stilla di energia, soprannominato dai tifosi “O lione” (etichetta che gli verrà sottratta nel 1955 da Vinicio). Di questi due un episodio indimenticabile all’inaugurazione del nuovo stadio San Paolo il 6 dicembre 1959, contro la Juventus di Charles e Sivori, che si avviava a vincere lo scudetto. La vittoria per 2-1 con gol per il Napoli di Vitali e poi, in contropiede, di testa, di uno zoppo Vinicio, che era rimasto in campo per onore di firma e perché non esistevano le sostituzioni, dopo che proprio Comaschi aveva salvato miracolosamente sulla linea bianca della propria porta. Vecchi tifosi che piangevano il 21 agosto del 1965, nella curva B, dove ero seduto, e sognavano “questa volta possiamo fare qualcosa”. Era un’amichevole ad inizio stagione contro il Milan di Maldini, Trapattoni e Rivera (3-3). Giocavano insieme Sivori, Altafini e Canè e segnarono tutti e tre. Quell’anno il Napoli arrivò terzo. Poi il Vinicio allenatore, dopo essere stato un grande calciatore, che praticò con una squadra, non certo di grandi campioni, il calcio olandese per la prima volta in Italia raggiungendo il secondo posto. E poi il Napoli di Maradona, quando le emozioni erano pari al divertimento e alla soddisfazione. Molte cose viste in quell’epoca sono cose non viste più nemmeno ai nostri giorni con Messi e compagni. E poi la festa e la commozione per le strade della città per il primo scudetto. Il cartello esposto sul cimitero di Poggioreale “Che vi siete perso”. Il gioco che diverte di Sarri. Ma migliaia sono i ricordi che legano il tifo di una città con la propria squadra non solo per vittorie o sconfitte ma a volte legati ad episodi commoventi, come quando qualche giocatore amato va via, o tristi, come quando ti accorgevi delle palesi ingiustizie arbitrali alle quali non vi era rimedio; di solito a favore delle squadre più ricche e più forti. Da apprezzare molto quei tifosi di squadre che vincono sempre poco o che militano nelle serie inferiori e che restano fedeli alla propria città persino quando non riescono nemmeno a salire di categoria. Quindi a me sembra strano che molti tifosi particolarmente della Juventus, Inter e Milan provengano persino da terre molto lontane. E ancora più strano e biasimabile che taluni di questi detestino proprio la squadra della loro città. Ma forse è spiegabile col fatto che queste squadre riescono facilmente simpatiche per aver vinto molto più delle altre ed essere altrettanto potenti economicamente. Senza pensare alle coppe ma solo ai campionati 32 alla Juve, 18 al Milan e 18 all’Inter. Ciò mi fa riandare con la mente di nuovo agli inizi degli anni ’50. Ero credo in quinta elementare e ricordo di un amico di classe che mostrava ogni tanto la foto ritagliata di Greta Garbo dicendo che era sua madre. Molti di noi non conoscevano bene il viso della famosa attrice, per altro già ritiratasi dalle scene, e per parecchio tempo la cosa resse. Alla fine dell’anno scolastico ci accorgemmo della verità: la madre era abbastanza brutta.

LA CANZONE OGGI

Esiste sempre un rapporto tra la musica e la realtà storico-sociale. A questo proposito è da sottolineare il pensiero del musicologo Jules Combarieu che tra l’altro ha detto che la musica è l’arte di pensare con i suoni. “La musica non è nella storia un fatto eccezionale o intermittente, un casuale dato ausiliario per cerimonie religiose, un’espressione passeggera della gioia, della tristezza o del sogno, o ancora un’arte di lusso, un divertimento immaginato dagli uomini in ozio. Essa è un fatto naturale e universale come il linguaggio, che appare ovunque ci siano uomini e che può essere collegato, se si considerano le forme in cui essa si realizza, alle leggi profonde e permanenti della vita sociale. Essa trae la sua sostanza dalla vita sociale, come la pianta trae quello che possiede dal suolo dove poggiano le sue radici.” Questo pensiero è dei primi del ‘900 ma ancor oggi possiamo tenerlo presente per una breve discussione sulla canzone. Una musica astratta dalla vita sociale non avrebbe senso e perderebbe anche il suo valore estetico. Non vi è dubbio che la musica, come tutte le manifestazioni della cultura, sia determinata da concrete premesse storiche e sociali. L’opera musicale è l’effeto e il rispecchiamento dell’agire di forze diverse che improntano la vita economica, l’ordinamento sociale e la coscienza dell’artista. Non può essere dunque considerata come separata dalla vita sociale. Tanto il contenuto quanto la sua forma sono il risultato di quelle forze e del modo in cui esse sono colte e interpretate dall’artista. Proprio in questo modo una creazione individuale, come l’opera musicale, dovrebbe esprimere valori universali, di cui è plasmato lo stesso compositore, dei quali si nutrono e con i quali si confrontano tanti altri uomini. E in ciò consiste, in ultima analisi il ruolo di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Anche oggi troviamo un intenso rapporto tra musica e società. Con l’enorme sviluppo dei mezzi audiovisivi, la produzione artistica di musica cosidetta leggera, ma ancora meglio popolare, è stata sfruttata sempre più a fini commerciali e spesso come tranquillante e distraente. Canali radiofonici e televisivi diffondono 24 ore al giorno musica. Essa risuona quasi inninterrottamente in centri commerciali, grandi magazzini e boutiques, si sente in officina ed in ufficio, sui treni e sugli aerei negli allevamenti di animali, ed è indissociabile dalla pubblicità radio-televisiva. Si passeggia o si corre per strada o sulla spiaggia con un auricolare all’orecchio. La musica delle discoteche assordante quanto ripetitiva per sballare e non lasciar pensare. In questo stato di confusione e di stordimento generale, in questa torre di Babele della fruizione del genere musicale, l’uomo è portato ad accostarsi ad esso con enorme superficialità e non riesce, nemmeno dove ci sono, ad intravedere quelle espressioni di sentimenti collettivi e di valori universali, restando legato ad una sorta di repertorio di canzoni e di artisti divenuti ormai dei classici, poichè, come le poesie recitate da bambini, sono gli unici che si sono fissati in mente.

Nemmeno nelle rassegne, concorsi e festivals, che potrebbero essere un momento di riflessione, si scorge granchè di positivo, proprio perchè anch’essi sono organizzati dai discografici solo a scopo commerciale, che seguondo la moda del momento, scelgono artisti dalla vena ormai esaurita o giovani che passono come meteore per poi sparire, escludendo spesso idee ed energie nuove. Per altro la sconsiderata inflazione della musica popolaree e per qualche verso la riproduzione illegale di essa hanno causato una crisi nel settore discografico, e gli stessi addetti ai lavori, che in molti casi l’hanno prodotta, non riescono, guidati solo da fini economici a trovare nuovi sbocchi per una migliore e più sensata fruizione della musica cosidetta leggera. La canzone oggi è solo un ammasso edonistico in cui il colore ha preso il sopravvento sui contenuti formali ed espressivi; proprio come in quelle rappresentazioni grafiche, in cui non vi è altro contenuto che il colore, che dopo qualche minuto, in cui si è rimasti più o meno inpressionati, risultano sterili; poichè al di là dell’impatto edonistico non vi è nient’altro. Ma la crisi del mercato discografoco, la crisi delle idee, insomma la crisi di una nuova canzone d’autore che finalmente s’impone potrebbe essere purificatrice. E se da un lato tutto ciò, crisi economica, delle idee, dei valori, sembra rispecchiare i tempi che si vivono dando ragione al Combarieu, d’altro canto proprio Combarieu ci da lo spunto per ritrovare la via di una nuova canzone che esca dalle ombre e dal pantano della moderna società. ” La musica non è….un’espressione passeggera della gioia, della tristezza o del sogno, o ancora un arte di lusso, un divertimento immaginato dagli uomini in ozio”. Una fruizione della canzone, quindi, dovrebbe essere meno superficiale, tanto da non rappresentare solo un momento effimero e spiccatamente di evasione. Pertanto realizzare una rassegna, uno spettacolo musicale oggi dovrebbe significare diversificazione e rivalutazione della canzone, per venire, nel modo migliore, incontro alle necessità sia socioculturali che dell’universo musicale (produttori e consumatori). Le aspettative si riflettono nel bisogno di vedere estrinsecati nella canzone, nella sua completezza di testo e musica, quei valori universali in cui ci si possa identificare o confrontare. La canzone deve affondare la propria creaitività nelle radici culturali della società. E se vuole essere educativa, deve rispecchiare non solo la moda ma anche la storia. E se anche vivessimo il miglior momento musicale, questo non impedisce di stimolare gli artisti ed il pubblico a creare ed a fruire di opere qualitativamente migliori. Tutto ciò da realizzarsi in un contesto ideale, dove la musica oltre che venduta sia anche percepita quale momento di crescita artistica e cuilturale. Non più, quindi, la musica del villaggio globale ma piuttosto la musica….del villaggio. Una canzone con i canoni prima evidenziati da gustarsi quasi in religioso silenzio in piccoli ed accogliaenti spazi che possa lasciare finalmente riflettere e non solo stordire. Una canzone, quindi, che abbassi il volume e ci lasci godere la sua poesia.