Ricordi, io c’ero

Chi ha più di sessant’anni cioè è nato negli anni 40 si può dire che ha vissuto il tempo più entusiasmante della storia. Certo non tutto è stato positivo ma ad un bilancio totale si può chiaramente essere soddisfatti. Si può cioè dire “io c’ero”.
Per altro verso i ricordi di ognuno di noi, non quelli eccezionali come ad esempio lo sbarco dell’uomo sulla luna ma persino i più modesti della vita quotidiana, quello che più ci resta impresso nella mente, da la misura dell’uomo del suo retroterra e proprio questi ultimi lasciano intendere con quale spirito si sono affrontati gli avvenimenti che invece hanno lasciato un segno.

Per  chi poi in qualche modo ha sfiorato o è entrato nel mondo artistico tutti i ricordi di questo campo si aggiungono ai precedenti, per un’analisi del suo animo.

sbarcosullaluna


I primi sette anni della mia vita li ho trascorsi ad Avella, mio paese natio, probabilmente perché a Napoli vi erano i bombardamenti e perché mio padre era ancora al fronte. Lì ho vissuto con mia madre, la nonna Maria e zia Filomena ed un mio prozio, l’ingegnere Eduardo D’Avanzo, nipote a sua volta del più famoso Cardinale.

cardinale avellabombardamento
Il ricordo delle passeggiate sul calessino con zio Eduardo mi lascia sentire ancora l’aria gradevole della campagna, come quello di una grande nevicata mi fa tornare in bocca il sapore della neve fresca che si prendeva da terra tanto che era pura.
Ero circondato dalle canzoni popolari delle paesane e da quelle religiose di mia zia e della nonna.
Ma dall’atmosfera bucolica di Avella passai bruscamente, nel 1949, a quella, per certi versi, tristemente famosa del dopoguerra a Napoli.
Ci raccontò, poi, mio padre, che aveva raggiunto Napoli tre anni prima con mamma e mio fratello, che a quell’epoca per mantenerci, eravamo già in sei, dovette vendere un immobile e qualche gioiello di mia madre.
Appena arrivati a Napoli, mio padre un giorno si ritirò piangendo per la caduta di un aereo a Superga. All’epoca non capii ma qualche anno dopo, quando mio padre incominciò a portarmi allo stadio del Vomero, capii.

domenicacorriere tinozza

Nella casa di via Pignatelli n. 48, nel centro storico della città, vi erano dieci camere il più delle quali erano state bombardate e quindi risultavano senza copertura.
La notte spesso si dormiva con qualche topo nella stanza e una volta anche sul letto.
Dovemmo condividere la casa, tra l’altro, per un certo periodo con un’altra famiglia come voleva l’Autorità. Non c’era la vasca da bagno e quindi ci si lavava in grossi recipienti dopo che l’acqua veniva riscaldata su fornelli a carboni, prima i figli più piccoli e poi i più grandi. I vestiti nuovi erano quelli di mio padre, rivoltati e accorciati.
Di sera e poi nelle prime ore della notte si poteva ascoltare la musica da ballo che arrivava da un  locale del palazzo vicino, con giardino, sul quale la casa si affacciava.
Incominciai ad amare così la musica americana degli anni quaranta che i complessi napoletani dovevano suonare per gli americani che fino ai primi anni cinquanta rimasero in città. Una copia spesso egregia delle orchestrine americane che proponevano jazz e i ritmi swing, i pezzi di Benny Goodman, Glenn Miller, Ducke Ellington, Louis Armstrong ecc.. Ma anche qualche pezzo del Café Chantant. Particolarmente nelle serate primaverili ed estive uscendo fuori sul balcone si potevano anche osservare giovanottoni americani neri e bianchi che ballavano egregiamente con formose signore bionde. La cosa che più colpiva di giorno era una Napoli semidistrutta dai bombardamenti. Una città che mostrava piaghe in quasi tutti i suoi quartieri. Per chi abitava nel centro storico la visione della chiesa di Santa Chiara, semidistrutta e chiusa, fu una ferita scoperta per diverso tempo.

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Entro pochi anni, poi, le cose migliorarono per tutti. Si ricostruì, la casa fu solo nostra e arrivò anche il bagno, con l’acqua calda, il telefono e la radio. Per altro questa casa di via Pignatelli fu resa famosa qualche tempo dopo da una foto che lo scrittore Luciano De Crescenzo (che poi conobbi personalmente) pubblicò. Infatti era riportato come fatto caratteristico un’insegna che Memoli, il venditore di vini ed oli e carbone, all’angolo del palazzo aveva installato, in cui campeggiava la parola “arecheta” con la dovuta traduzione origano.
Negli anni ’50 la mia vita trascorse abbastanza tranquilla tra casa e scuola. Incomincia ad ascoltare più musica sia in radio che poi in televisione. Tengo ancora in mente il primo Festival di Sanremo del 1951 presentato da Nunzio Filogamo.

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E proprio nel ricordare il tragitto che ho compiuto per molti anni tra casa e scuola mi vengono in mente due personaggi famosi che ho incontrato sul mio cammino. Uno, il grande filosofo Benedetto Croce, che abitava a pochi metri da casa mia e l’altro, il  Prof. Vincenzo Cilento, tra loro grandi amici pur essendo l’uno un liberale notoriamente ateo e l’altro un sacerdote.  Se del primo posso dire di averlo solo sfiorato del secondo ho un ricordo molto più nitido poiché per diversi anni fu il preside della mia scuola, il liceo Bianchi dei padri Barnabiti, nel popoloso quartiere della Pignasecca a circa ottocento metri da casa mia. Questo incredibile prete, uno dei pochissimi fedeli traduttore di Plotino, colpiva per la sua cultura e signorilità. Portava camicie coi gemelli, una rarità per l’epoca, e quando lo facevamo arrabbiare ci apostrofava “criminalini”. Si diceva che sul letto di morte nel 1952 il Croce nel vedere comparire nella stanza il caro amico Cilento disse: “ Se vieni come amico puoi entrare, come prete no”.

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La mia famiglia strettamente cattolica oltre a farmi frequentare una scuola di preti mi mandò anche all’azione cattolica, dai Gesuiti in via San Sebastiano alle spalle della chiesa del Gesù a pochi metri da casa. Qui eravamo seguiti da Padre Guida divenuto successivamente più noto per la trasmissione televisiva “Vangelo vivo” nella TV dei Ragazzi. Non posso però lamentarmi di questa educazione ricevuta poiché ho incontrato sulla mia strada sempre preti illuminati e per molti versi progressisti, ciò che mi ha consentito,  rimanendo fedele al Vangelo, di arrivare, da grande, a sentirmi un cattolico, cosiddetto, di sinistra. In quest’associazione tra l’altro ho potuto fare le mie prime esibizioni in teatro e su un antesignano campetto di calcetto le mie prime esibizioni sportive, mentre a scuola ero stato assegnato nel coro per le funzioni religiose. E’ di questi anni anche il primo mio contatto diretto con la musica cioè con la chitarra. Ma degli anni ’50 vengono in mente altri personaggi, noti e meno noti, che passavano nelle strade del centro cioè a pochi metri da casa o abitavano nei pressi. Uno di questi era il pizzaiolo “don Luigino ‘o ‘nguacchiuso”, così chiamato perché, si diceva, facesse le pizze senza lavarsi mai le mani. Certo le pizze erano ottime e la pizzeria era frequentatissima. O il venditore “femmeniello” che tutte le mattine passava sbracciandosi dicendo “tengo ‘a robba bella”. O il ragazzo che, facendo finta di avere un handicap, chiedeva in continuazione “ ‘o pà” cioè il pane per mangiare.

campetto stradedelcentro

Mi ha fatto piacere di vederlo ancora qualche anno fa, non più giovane, girare per strada. Ma si potevano incontrare allora anche personaggi divenuti famosi. Per via Chiaia il grande e tormentato matematico Renato Caccioppoli; per via Toledo il bizzarro ed estroso pittore Roberto Carignani, col quale più di una volta ci siamo intrattenuti a parlare e di cui parecchi napoletani dicevano di avere un suo quadro a casa; spesso però una copia di un non sempre bravo imitatore.

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Sul finire degli anni ’50 ma ancor più negli anni ’60, fummo circondati da una colonna sonora la più disparata ma anche la più bella, che forse ci ha formati ed ha lasciato in noi un segno indelebile, sia dal punto di vista musicale che sul piano  dei testi. Incominciammo con l’ascoltare Elvis Presley e Jerry Lee Lewis e i cantautori francesi Brel, Brassens, passammo per Joan Baez e Bob Dilan e i cantautori italiani, fino ad arrivare ai Beatles.

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Ma di questi anni voglio ricordare alcuni miei amici carissimi. Col frequentare il barnabiti e i gesuiti e vivendo al centro della città ebbi modo di formare con altri ragazzi una “comitiva”. Così erano chiamati in quegli anni i raggruppamenti di giovani, potremmo dire la cosiddetta “gioventù bruciata” che di bruciato aveva soltanto gli anni che passavano. Queste comitive o raggruppamenti o circoli, di solito, non prendevano un indirizzo politico né confesionale ma erano liberi. Ci si vedeva tutti i giorni il pomeriggio o la sera e la notte. Con gli amici ci siamo scambiate idee, abbiamo ragionato, volevamo cambiare il mondo; è rimasto un sano ricordo pur se non abbiamo compiuto niente di eclatante. Resta forse il rammarico di aver perso qualche anno di scuola, poi recuperato, ma la gioia di ore ed ore passate a parlare di cose molto più grandi di noi mi lascia pienamente contento. Ritengo anzi che il passaggio scambievole di idee in totale libertà e democrazia abbia dato i suoi frutti e ci abbia, forse, persino formati. Inoltre coprivamo il molto tempo libero, poiché a volte non si andava a scuola, col vedere film. Capitava di vederne anche cinque in un sol giorno, due la mattina, due il pomeriggio e uno la sera al cinema o alla televisione, che nel frattempo era arrivata anche da noi. Ricordo quelle piccole e affollate sale cinematografiche dell’epoca piene di fumo e di commenti a voce alta alle scene più significative. Da ricordare anche qualche mattinata trascorsa al Salone Margherita, dove si esibivano compagnie di rivista, alcune divenute poi famose come quelle di Trottolino e di Formicola, e dove alle battute degli artisti si aggiungevano gli interventi di straordinaria comicità del pubblico. Si ricorda, al proposito, di un pallido e macilento  cantante che presentò il suo pezzo “Penso a te” e dalla sala si levò un grido  ” Pienza ‘a salute”. Inoltre si organizzavano “balletti”, cioè piccole festicciole fatte alla buona con le poche ragazze che avevano libertà di movimento in quegli anni ancora castigati, nelle case più ospitali di qualcuno di noi. La sera tardi ci trattenevamo negli chalet di Mergellina o discutendo degli argomenti più disparati o ascoltando “’o prufessore” cioè un signore che declamava a memoria tutti i canti della divina commedia, un Benigni ante litteram. Ma di notte si allestivano anche interminabili partite di calcio nelle piazze deserte con rivincite e belle. Si passavano alcune ore nel bigliardo “La Cisterna” dove si ebbe modo di conoscere una sequela di personaggi, diciamo….caratteristici ma spesso con una incredibile umanità. Raramente si andava nei dancing o nei night, proprio perché non vi erano ragazze disposte a far tardi. Ricordo che fin quanto non ebbi il chiavino di casa, si era maggiorenni a 21 anni, io e mio fratello per uscire la sera trovammo un escamotage, dopo aver fatto una copia delle chiavi. Si fingeva di andare a letto e poi, una volta   addormentati tutti, noi si usciva e si faceva in modo di tornare la mattina presto, prima che qualcuno si svegliasse.

cinema salonemargherita chalet

Capitò però un  sabato sera, in cui ci ritirammo un po’ più tardi, erano le sette di mattina, che nostra zia, che viveva con noi, nel vederci già in piedi disse:  “bravi volete venire a messa con me”. Così quella volta non dormimmo per due giorni. Il dormire poco comunque era una abitudine, non so quanto…..sana. Ci è capitata anche qualche notte particolare. Per due volte a Capodanno invece di andare a ballare ci recammo a far visita ai feriti per gli spari negli Ospedali cittadini come i Pellegrini e il Cardarelli. E non mancarono avvenimenti importanti come nel ’63: il passaggio di John Kennedy a Napoli in auto scoperta. Noi lo vedemmo al Corso Umberto, davanti all’Università. Il presidente Kennedy, entusiasta dell’accoglienza e della città disse che era dispiaciuto per il poco tempo che si era trattenuto e promise che sarebbe tornato, appena possibile. Purtroppo di lì a qualche mese fu ucciso e con lui se ne andarono anche molte aspettative. Un altro presidente democratico verrà diversi anni più tardi e noi lo potemmo veder mangiare la pizza in via Tribunali, Bill Clinton.

kennedy clinton

Gli amici che formarono stabilmente la comitiva erano oltre me e mio fratello Alfolso, sempre un mordace compagno di viaggio, ci sono con lui solo due anni di differenza, Enzo Collarile, Antonio Annunziata, Carmine De Marco, Biagio Buonaiuto, Roberto Sementina, Mario Comite, gruppo storico. Ma stettero tra di noi, chi più tempo e chi meno, Franco De Caro, Roberto D’Auria, Carlo Granieri, Ezio Siniscalchi, Lello Massariello, Pierino Catalano, Pasquale Costanzo, Enrico Guadagno, Alfonso Fiordalisi, Nicola Abate.
Ci sarebbe da raccontare tanti episodi della nostra vita insieme, particolarmente perché ognuno di questi ragazzi aveva una propria peculiarità, ma ne cito uno per tutti, ricordando l’ultimo, Nicola Abate. Per recuperare un anno perso al liceo, decidemmo d’accordo con i genitori di presentarci alla maturità a Meta di Sorrento dove, si diceva, che più facilmente la si poteva ottenere. Quindi i nostri padri presero in locazione per i mesi di giugno e  luglio un bell’appartamentino nel centro di Meta ed in più prenotarono per lo stesso periodo ad un ristorante del centro i nostri due pasti giornalieri, questo per farci preparare con tranquillità e portare a termine l’esame. Come potete immaginare quello che doveva essere un periodo di studi si trasformò in un lungo periodo di….villeggiatura e la casa, invece di sentire il rumore dei libri che si sfogliavano, accolse altri amici che venivano a trovarci ed anche le nostre ragazze. Infatti in queste comitive c’erano, di solito, pure, delle ragazze alcune delle quali divenute poi fidanzate ed altre mogli. Il ricordo delle donne conosciute nella mia vita lo lascio nelle canzoni. A volte mi sono mosso con loro come un elefante in un negozio di bicchieri di puro cristallo e a volte le ho trattate con guanti e pinze, laddove bisognava usare le nude mani. Spero comunque, questo è importante, di non averle offese e non averle fatte soffrire ma di aver sofferto solo io.
Per lo stesso periodo debbo volgere il pensiero agli amici di Avella. Questo paese dove nacqui era meta delle nostre villeggiature fino alla metà degli anni ’60. Trascorrevamo lì però, più per volere di mio padre, non meno di tre mesi all’anno, tant’è che quando dovevamo ripetere qualche materia, prendevamo lezioni private in loco. Quindi si creò una comitiva, un gruppo con il quale in genere si ripetevano quasi le stesse cose che si facevano con gli amici di Napoli con l’esclusione della sequela dei film. Facevano parte di questo gruppo oltre me e mio fratello, Antonio D’Avanzo e il fratello Alberto, Mimì Amato, Mimmo Pescione, Geppino Maiella, Carlo Fusco, Geppino Albano, Giuseppe D’Avanzo. Con questi amici però avemmo l’ardire di formare un  gruppo politicizzato che per i tempi fece scalpore nel paese. Era il ’63 quando, di nascosto di tutti, facemmo stampare e noi stessi poi affiggemmo sui muri del paese, di notte, un manifesto che si intitolava “Avella svegliati”. Tale manifesto si scagliava apertamente contro il potentato del paese, i signori della DC, che aveva per anni occupato il potere. Il manifesto destò stupore poiché non si riusciva a capire chi l’avesse predisposto ed era impensabile che giovani come noi avessero predisposto un manifesto di tal fatta, per altro ben compilato. Quando poi si venne a sapere, purtroppo fummo minacciati da alcuni giovani, figli o amici dei politici che si sentivano toccati dallo scritto. Una gragnola  di pietre ci colpì di sera in una strada oscura. Qualche anno dopo si aggiunse a questo gruppo Antonio Tulino.
Col finire degli anni sessanta, finì in qualche modo anche la nostra spensieratezza. Ognuno di noi prese la sua strada. Qualcuno già aveva comunque lasciato la comitiva o la città. Chi partì per il servizio militare, chi andò fuori a lavorare, chi si fidanzò, diradando le sue partecipazioni alle riunioni con gli amici, chi si sposò, chi, come me, iniziò a lavorare. In molti di noi forse rimase il desiderio di fare qualcosa, di essere utili alla società e il famoso ’68 che avrebbe potuto in qualche modo incanalare le nostre vite su tragitti diversi ci trovò già inseriti nella società e per alcuni di noi con una famiglia già aperta. Restò per me questo anelito che ho proiettato nelle mie composizioni e nella vita di tutti i giorni.

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