L’ULTIMO CANTAUTORE E IL CANTAUTORE ULTIMO

Ai discografici, ai manager, ai produttori, a tutti quelli che si interessano al mondo musicale

Abbiamo conosciuto i cantautori nei primi anni ’60 e d’allora c’è stata una continua disputa su chi è realmente un cantautore. Alla fine si è trovato comodo dire che il cantautore è colui che canta le proprie canzoni. Il termine fu coniato nella RCA da Melis e Micocci per il lancio di Gianni Meccia nel 1959. Dai primi anni ’60, in Italia, si ebbe poi un susseguirsi di cantautori, da quelli popolari come Eduardo Vianello, a quelli impegnati come De André. In effetti i più di noi hanno pensato al cantautore come colui che scrive canzoni cosiddette d’autore cioè composte in una dimensione diversa, quella dell’artista, capace di suggerire forti emozioni e rinnovati stati d’animo, su temi profondi. La sua canzone, inizialmente, aveva una spinta creativa, poetica e musicale, non commerciale. Il poeta Mario Luzi, parlando di Fabrizio De André, scrisse che il cantautore, “si distingue dall’interprete di canzoni perché è anche ‘drammaturgo’ della sua performance; non solo ‘attore’, non sempre ‘regista’, ma comunque figura d’artista complessa. Nel cantautore c’è qualcosa del compositore, del letterato e del pensatore. Il suo è un mestiere, nel senso etimologico del termine, che attinge sapienza da un’eredità storica di grande tradizione”. Cioè mestiere come ministero, attività non soltanto volta al guadagno personale, ma come un ufficio indispensabile al servizio della comunità. Questa eredità proviene da predecessori quali i bluesmen del Sud degli Stati Uniti d’America, gli afroamericani che diventano cantautori raccontando la loro vita con il blues. Ma anche i folksingers, sia quelli europei che trasformano i canti popolari e contadini in canzoni, sia quelli americani che viaggiano come hobos (lavoratori stagionali) sui treni che corrono da un capo all’altro degli Stati Uniti. Da questi progenitori nascono gli chansonniers francesi e derivano i cantautori italiani. In più si aggiunge un altro fattore della tradizione quello dei cantastorie, i raccontatori ambulanti che, andando di paese in paese, portavano in giro storie di vita vissuta, cronache e leggende, trasformando le loro narrazioni in patrimonio comune. Ma ancor prima di questi abbiamo lontani precedenti quali gli aedi greci, i giullari delle corti, i menestrelli, i trovatori o trovieri. Ma ritornando a tempi più vicini a noi, bisogna ricordare alcune figure di artisti che sono stati gli antesignani dei cantautori senza saperlo. Da noi, tra gli altri, Armando Gill che presentava i suoi spettacoli con la celebre formula: versi di Armando, musica di Gill, cantati da Armando Gill.  L’americano Woody Guthrie che ha influenzato notevolmente Bob Dylan, Joan Baez, Bruce Springsteen. Lo chansonnier Aristide Bruant, conosciuto soprattutto per essere apparso in una locandina di Toulouse-Lautrec, nella quale viene rappresentato come un uomo dalla sciarpa rossa e dal cappotto e cappello nero, cantore amaro e pietoso dei miserabili, nei brani del quale si sentono già le atmosfere create dopo dai più famosi Brel e Brassens. Ho ricordato tutto ciò per guardare con attenzione il cammino del cantautorato, da quando non si riconosceva tale fino a quando ha preso coscienza di quello che rappresentava per chi ascoltava. Alcuni artisti hanno raggiunto mete altissime. Canzoni che lette e ascoltate, anche senza musica, hanno scalato le vette della più elevata poesia. Per questo, non a caso, a chi è stato ritenuto il più grande cantautore, Bob Dylan, è stato dato il Premio Nobel per la Letteratura “per aver creato nuove espressioni poetiche nell’ambito della grande tradizione della canzone americana”. Dylan, che a proposito dell’opera del citato Guthrie, ha detto “potevi sentire le sue canzoni e allo stesso tempo imparare a vivere”.  Ma oggi, qui, dopo aver ascoltato Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Franco Battiato, Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Fabrizio De André, Paolo Conte e pochi altri, cosa si può sperare per il futuro? Chi produce canzoni attualmente è portato a chiedere sempre rinnovamento e semplicità poiché la musica deve essere consumata velocemente e facilmente per produrne altra, per cui, pur coinvolgendoti in qualche modo, non ti fa pensare molto e ti lascia nella condizione di passare poi abbastanza velocemente ad un’altra. Infatti, le case discografiche, che pure hanno interesse a far conoscere giovani valenti e canzoni vincenti, devono cogliere spesso solo il lato, diciamo, “mercantile” del prodotto, cioè quanto esso riesca ad essere vincente al momento, tenendo presente che le esigenze del mercato richiedono sempre un continuo rinnovamento per la creazione continua di nuovi prodotti. In più, in questa epoca di incompetenza, di cultura mancante e di scarsa riflessione, non sono adatti al pubblico testi che lasciano pensare e musiche che non siano del tutto distraenti. Fanno quindi enorme successo canzoni tormentone e canzoni con poche e spesso insignificanti parole ma ripetute più volte, accompagnate, quasi sempre, da rap e reggaeton, con varie sfumature, che vorrebbero giustificare il cambiamento. Cosicché il manifesto contro il condizionamento delle Case Discografiche “A muso duro” del 1979, canzone di Pierangelo Bertoli, risulta oggi essere un appello inascoltabile contro “i dosaggi esatti degli esperti. In effetti, anche se si è liberi di scrivere quello che si vuole, nei fatti c’è una sostanziale pressione sull’artista che, se desidera avere successo, deve possedere, oltre ad alcune qualità di base, anche una notevole accondiscendenza ai piani dei manager, produttori e case discografiche. Chi guarda oggi, come negli ultimi anni, il mondo musicale si accorge che è un susseguirsi di mode (persino nella intonazione della voce) e di comportamenti preconfezionati, che gli stessi artisti sono costretti a seguire, anche quando sembra che compaia qualcosa di nuovo. Ma la funzione sociale di un cantautore è proprio quella di sentirsi in totale libertà come dice “A muso duro”. L’essenza primaria dovrebbe essere sempre di produrre una creazione basata su fatti e su storie che capitano all’artista, nella società che lo circonda, che li percepisce e tramite la sua poetica e la sua melodia ce li trasmette, quasi come storie da leggere, lasciando anche un ricordo ai posteri dei tempi e della vita vissuta. E in ciò consiste, in ultima analisi, il ruolo del cantautore, come si intendeva nel passato, di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Quello che diceva Dylan, a proposito dell’opera di Guthrie, “potevi sentire le sue canzoni e allo stesso tempo imparare a vivere”. Ciò che non succede oggi, purtroppo; anzi, la musica o la canzone sono diventate e considerate proprio un prodotto distraente, di sottofondo. Tant’è che la canzone si ascolta dovunque, mentre si fa una qualsiasi attività e persino quando si parla con qualcuno. A questo punto è difficile pensare ad un suo ruolo di formazione o di catarsi. Andando di moda, come detto, più una musica distraente, è ancora più difficile far sentire una voce del tutto libera, considerato che i testi hanno un valore molto limitato in confronto agli stilemi di valutazione odierni, basati persino sul personaggio più che sul brano. E comunque chi propone qualcosa di diverso dal branco pedissequo di coloro che escono dai talent, dai festival e dalle case discografiche, viene bollato sul nascere, per essere lasciato sempre nell’ombra, con la scusa che bisogna seguire le leggi del mercato. È facile immaginare cosa potrebbe capitare ad un cantautore attuale che volesse pubblicare un’opera simile alla “Buona Novella” di De André. Un’opera tratta da una lettura dei Vangeli apocrifi che rappresentava un’allegoria tra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e gli ideali etico-sociali del cristianesimo contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egualitarismo e di una fratellanza universali. I testi delle canzoni di De André, per altro, si studiano da anni nelle scuole. Ecco che il cantautore inteso nel senso di cui si è detto, pare che non ci sia più, i pochi rimasti producono sempre meno, né si vedono nuove risorse all’altezza, per cui quelli che abbiamo sentiti sono probabilmente gli ultimi. Ma finiscono col finire ultimi, tra artisti, tutti quei giovani che vanno ad intraprendere un cammino cantautoriale impegnato, nell’attuale ambiente musicale. Pertanto, purtroppo, il cantautore è ultimo sia per i tempi che per i modi. Produttori, discografici, manager, non concedetevi solo alle mode del momento; favorite un rinnovamento reale per una canzone che abbia senso, se non vogliamo perdere un genere ultracentenario, proprio in un momento in cui nella società c’è molto da dire.

Aristide Bruant (1851/1925)


Armando Gill (1877/1945)


Woody Guthrie (1912/1967)


Fabrizio De André (1940/1999)


Pierangelo Bertoli (1942/2002)


Bob Dylan (1941/vivente)

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