LA CANZONE NON PUO’ ESSERE SOLO UN AFFARE

Il musicologo Jules Combarieu scriveva ai primi del ‘900.  “La musica non è nella storia un fatto eccezionale o intermittente, un casuale dato ausiliario per cerimonie religiose, un’espressione passeggera della gioia, della tristezza o del sogno, o ancora un’arte di lusso, un divertimento immaginato dagli uomini in ozio. Essa è un fatto naturale e universale come il linguaggio, che appare ovunque ci siano uomini e che può essere collegato, se si considerano le forme in cui essa si realizza, alle leggi profonde e permanenti della vita sociale. Essa trae la sua sostanza dalla vita sociale, come la pianta trae quello che possiede dal suolo dove poggiano le sue radici.” Proprio in questo modo una creazione individuale, come l’opera musicale, ancora meglio la canzone, dovrebbe esprimere valori universali, di cui è plasmato lo stesso compositore, dei quali si nutrono e con i quali si confrontano tanti altri uomini. E in ciò consiste, in ultima analisi il ruolo di proposta e di mobilitazione (giusta per i nostri tempi) che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Ma oggi non sembra proprio che la canzone abbia queste finalità. Con l’enorme sviluppo dei mezzi audiovisivi, la produzione artistica di musica cosiddetta leggera, ma ancora meglio popolare, è stata sfruttata sempre più a fini commerciali e spesso come tranquillante e distraente. Canali radiofonici e televisivi diffondono 24 ore al giorno musica. Essa risuona quasi ininterrottamente in centri commerciali, grandi magazzini e boutiques, si sente in officina ed in ufficio, sui treni e sugli aerei, negli allevamenti di animali, ed è indissociabile dalla pubblicità radio-televisiva. Si passeggia o si corre per strada o sulla spiaggia con l’auricolare. La musica delle discoteche assordante quanto ripetitiva per sballare e non lasciar pensare. In questo stato di confusione e di stordimento generale, in questa torre di Babele della fruizione del genere musicale, siamo portati ad accostarci ad esso con enorme superficialità e non si riesce, nemmeno dove ci sono, ad intravedere quelle espressioni di sentimenti collettivi e di valori universali, restando legati ad una sorta di repertorio di canzoni e di artisti divenuti ormai dei classici, poiché, come le poesie recitate da bambini, sono gli unici che si sono fissati in mente. Nemmeno nelle rassegne, concorsi, festival e talent, che potrebbero essere un momento di riflessione, si scorge granché di positivo, proprio perché anch’essi, nella quasi totalità, sono organizzati da discografici solo a scopo commerciale. Chi produce canzoni attualmente è portato a chiedere sempre rinnovamento e semplicità poiché la musica deve essere consumata velocemente e facilmente per produrne altra, come dettano le esigenze del mercato, per cui, pur coinvolgendoti in qualche modo, non ti fa pensare molto e ti lascia nella condizione di passare poi abbastanza velocemente ad un’altra. Infatti, le case discografiche, che pure hanno interesse a far conoscere giovani valenti e canzoni vincenti, devono cogliere spesso solo il lato, diciamo, “mercantile” del prodotto, cioè quanto esso riesca ad essere vendibile al momento. In più, in questa epoca di scarsa cultura e di poca riflessione, non sembrano adatti al pubblico testi che lasciano pensare e musiche che non siano del tutto distraenti.  La canzone oggi diviene, così, solo un ammasso edonistico in cui il colore ha preso il sopravvento sui contenuti formali ed espressivi; proprio come in quelle rappresentazioni grafiche, in cui non vi è altro contenuto che il colore, che dopo qualche minuto, in cui si è rimasti più o meno impressionati, risultano sterili; poiché al di là dell’impatto edonistico non vi è nient’altro. Sarebbe, quindi opportuno, che a volte la fruizione della canzone divenga meno superficiale, tanto da non rappresentare solo un momento effimero e spiccatamente di evasione e lo spettacolo musicale possa significare diversificazione e rivalutazione della canzone, per venire, nel modo migliore, incontro alle necessità sia socioculturali oltre che dell’universo musicale. Le aspettative si riflettono nel bisogno di vedere estrinsecati nella canzone, nella sua completezza di testo e musica, quei valori universali in cui ci si possa identificare o confrontare, affondando la creatività nelle radici culturali della società. E se vuole essere educativa, deve rispecchiare non solo la moda ma anche la storia. E se anche vivessimo il miglior momento musicale, questo non impedisca di stimolare gli artisti ed il pubblico a creare ed a fruire di opere qualitativamente migliori. Tutto ciò da realizzarsi in un contesto ideale, dove la musica oltre che venduta sia anche percepita quale momento di crescita artistica e culturale. Non più, quindi, la musica del villaggio globale ma piuttosto la musica….del villaggio. Una canzone con i canoni prima evidenziati da gustarsi quasi in religioso silenzio in piccoli ed accoglienti spazi che possa lasciare finalmente riflettere e non solo stordire. Una canzone, quindi, che abbassi il volume e ci lasci godere la sua poesia. Ogni città che si rispetti dovrebbe avere un luogo dove, particolarmente i ragazzi cantautori, possano esprimersi senza giurie, spesso incompetenti, o l’assillo per la partecipazione ad un festival o ad un talent, predisposti di solito da case discografiche che aspettano un prodotto da vendere piuttosto che ammirare una buona composizione. Anche la radio e televisione dovrebbero avere uno spazio adeguato aperto per questi giovani. Non bisogna aver paura di una canzone cosiddetta impegnata e che impegni la gente ad ascoltare con attenzione. Per questo possono venire in aiuto anche le autorità dello Stato e dello spettacolo sempreché non abbiano il desiderio di sentire e di farci sentire sempre la stessa musica. È auspicabile, quindi, un connubio tra lo Stato e i mezzi di comunicazione con i locali dove si esibiscono questi nuovi cantautori e dove, almeno per un po’, non si senta puzza di festival, talent, case discografiche e vendita di canzoni. Cioè che la canzone pensi a formare e non solo a guadagnare denaro e a facili consensi. Capisco quelli che devono avere un utile dalla musica ma pensiamo un po’ anche a quei ragazzi che in piccoli studi si affaticano a registrare canzoni profonde e forse formative, dettate dalle loro più intime esperienze di vita e dalla società circostante.

Ricordiamo, a tale scopo, il famoso locale romano Folkstudio,dove passarono i più grandi cantautori italiani alle prime armi e dove il

 

 

 

5 gennaio del 1963 un giovane e sconosciuto Robert Zimmerman (Bob Dylan) accompagnandosi con la chitarra cantò alcune canzoni davanti ad una ventina di persone.

 

 

Chi volesse approfondire questi argomenti può visitare il link www.antoniocessari.it nella sezione “musica e canzoni” ed eventualmente leggere il post precedente “L’ultimo cantautore e il cantautore ultimo” molto legato a questo.

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