C’era una volta l’inedito, ovvero l’inedito questo sconosciuto

Siamo sopraffatti da cover di tutti i generi e persino il Festival ha bisogno di una serata cover. L’inedito viene quasi letteralmente sommerso dalla musica più conosciuta, e quando lo si ascolta distrattamente, come spesso accade, non lo si riconosce e lo si confonde nella massa della musica già nota. Possiamo dire: l’inedito questo sconosciuto o c’era una volta. Anche i più grandi interpreti stanno rifacendo vecchi pezzi e persino brani propri trattandoli come cover. Quando si compone qualcosa di nuovo lo si fa per la massa cioè pensando a Sanremo o a X Factor e giù di lì. Pertanto quando si crea, in questo solco, non sembra mai qualcosa di nuovo o di speciale ma, anche qui, qualcosa di già sentito. A queste condizioni è preferibile che un brano rimanga sempre tra gli inediti. Si dice che scarseggiano gli autori o per lo meno gli autori di un certo tipo. Se così è, si può pensare che c’è forse poca voglia di comporre “difficile”, poiché la massa non vuol riflettere più di tanto. Restiamo così legati ad una sorta di repertorio di canzoni e di artisti divenuti ormai dei classici, poiché, come le poesie recitate da bambini, sono gli unici che si sono fissati in mente e che si lasciano ascoltare senza pensare, se non su ricordi legati ai brani. ‘E necessario, pertanto, dare spazio alla cosiddetta canzone impegnata, trovando luoghi adeguati e creando opportunità. Prima di tutto un contesto particolare, dove la musica oltre che venduta sia anche percepita quale momento di crescita artistica e culturale. Non più la musica del villaggio globale ma piuttosto la musica del villaggio, inteso come musica per pochi, non esclusivista o classista, per carità, piuttosto raccolta. Una canzone, con i canoni prima evidenziati, da gustarsi, quasi in religioso silenzio, in piccoli ed accoglienti spazi che possa lasciare finalmente riflettere e non solo stordire. Una canzone, quindi, che abbassi il volume e ci lasci godere la sua poesia. Portare avanti con adeguata pubblicità quelle manifestazioni o eventi che prediligono offrire opportunità di esibizioni alla musica cosiddetta di nicchia. Questi, almeno, “professionali” o meno che siano, se ne trovano; più difficile trovare dei nuovi Folk Studio. I giovani giustamente preferiscono predisporre band di cover che, visto il sistema, offrono una sicura, se pur minima, fonte di guadagno e non si sprecano, nel perdere tempo, dietro la composizione e la ricerca musicale. Per lo stesso motivo chi dovrebbe organizzare spettacoli di inediti non trova allettante il relativo guadagno. Si crea così un circolo vizioso che porta a convincerci che per la musica inedita chi la fa non guadagna e chi la deve mettere in scena nemmeno. Diminuiscono quindi le possibilità sia per i fruitori che per gli organizzatori, sia per i compositori che per i produttori, e viene meno certamente una grossa fonte per una musica di ricerca e di qualità. Ci vuole coraggio per dedicarsi a progetti come questi che possiamo definire non commerciali. Proviamoci. Non adattiamoci senza sforzarci all’andazzo.

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