I CADUTI DI SANREMO… SAREBBE ORA

I CADUTI DI SANREMO… SAREBBE ORA

Sarebbe ora di cambiare le modalità di composizione delle giurie dei Festival e dei Talent musicali rendendole più trasparenti ma particolarmente più professionali. Cioè che la musica sia valutata da musicisti, possibilmente professori di Conservatorio e che i testi siano giudicati da chi ha studiato poesia, cioè professori di letteratura delle Università. Per la presenza scenica che sia vista da registi affermati. Il tutto lontano da case discografiche e dai soliti personaggi dello spettacolo. Ancora meglio che tutto avvenga come per un concorso pubblico. Per un mese ho pubblicato su Facebook un post dal titolo: “Sanremo docet: incompetenza, segretezza, brani sveltina”. Voleva essere un’indagine, una ricerca, un’inchiesta tesa ad ottenere un’esauriente quantità di dati ed informazioni relativi al fenomeno Sanremo. Ho avuto un notevole riscontro da parte degli amici del Social sia per i “mi piace” che per i commenti. Per quanto riguarda i commenti, devo dire, che tutti hanno appoggiato le mie opinioni ed anzi parecchi hanno aggiunto commenti ancora più severi alle mie riflessioni. Nello stesso periodo ho scritto alla direzione della Rai e del Festival di Sanremo, a Mediaset ed a Sky ad alcuni discografici ed a personalità del settore ma, come si prevedeva, pochissimi hanno risposto. Quei pochi, però, seppure in sordina, hanno condiviso le mie rimostranze. In questa epoca che si dice di “cambiamento”, si capisce, che in molti sperano tanto che qualcosa si muova, particolarmente da parte dell’Ente pubblico, la Rai, almeno per il Festival di Sanremo. E’ lapalissiano che non tutti i partecipanti alle selezioni possano vincere nei concorsi musicali ma che ci sia più trasparenza e che non siano sempre i soliti a decidere si deve chiedere con forza. Vedere sempre in giro le stesse facce, fa da fertilizzante all’idea di un giudizio sempre più condizionato. Il mio nuovo brano “I CADUTI DI SANREMO”, di cui ascoltate un assaggio, esce oggi su YouTube:

https://www.youtube.com/watch?v=RDAt2nwtggw

E’ una rappresentazione fantastica di ciò che ho espresso nel post suddetto: in particolare sulla poca professionalità delle giurie, sulla prepotente interferenza delle case discografiche e sulla pochezza dei brani selezionati che facilmente, dopo poco, vengono dimenticati. E’ interpretato da tre giovanissime e preparate promesse artistiche, Elena Polidoro, Andrea Belisari e Fabio Luongo che, come tutti, si augurano di vedere un mondo migliore, anche nel campo musicale.

SANREMO DOCET: INCOMPETENZA, SEGRETEZZA, BRANI SVELTINA.

Per un mese ho pubblicato sulle mie pagine personali di Facebook e su quelle di Nuova Musica Italiana, dove potete ancora leggerlo, il post del quale sopra vedete il titolo. Ho avuto un notevole riscontro da parte degli amici del social sia dal punto di vista numerico che per i “mi piace” e i commenti. 15.070 persone raggiunte, 980 interazioni col post, 889 “mi piace”, 129 commenti, 105 condivisioni. Per quanto riguarda i commenti devo dire, e si può controllare sul post, che tutti hanno appoggiato le mie opinioni ed anzi parecchi hanno aggiunto commenti ancora più severi alle mie riflessioni. Ho inoltre scritto alla direzione delle Rai e del Festival di Sanremo, a Mediaset ed a Sky ad alcuni discografici ed a personalità del settore ma, come si prevedeva, pochissimi hanno risposto. Quei pochi, però, seppure in sordina, hanno condiviso le mie rimostranze. In questa epoca che si dice di “cambiamento” in molti sperano tanto che qualcosa si muova, particolarmente da parte dell’Ente pubblico, la Rai, perlomeno per il Festival di Sanremo. E’ lapalissiano che non tutti i partecipanti possano vincere nei concorsi musicali ma che ci sia più trasparenza e che non siano sempre i soliti a decidere si deve chiedere con forza. Io, che sono vecchio da un anno e ho ascoltato musica dalla nascita cioè da 76 anni e iniziato ad interessarmi di musica con i pantaloni ancora corti, continuerò comunque a lottare per una nuova, più professionale e affidabile organizzazione delle manifestazioni musicali. Certo nel mio piccolo ma è ciò che si deve fare. Comunque, con l’inizio del 2019, usciranno due mie nuove canzoni, proprio su cosa sono gli artisti e sul Festival di Sanremo.

Intervista a RaDio Speranza

Domani alle ore 9:30 e alle 19:03 andrà in onda su RaDio Speranza, la radio ufficiale della Diocesi di Pescara, frequenza 87,6, una gentile intervista concessami dai giornalisti Massimiliano Spiriticchio e Annapaola Di Ienno. Ci intratterremo sulle mie canzoni, presentate al Cantafestivalgiro di Mario Serafino ed in particolare “Napule nunn’è” interpretata da Federica CarducciGiovanni Principe e “Il tempo perduto” interpretata da Andrea Belisari. Un grazie a RaDio Speranza

Fuori provincia puoi ascoltare lo streaming qui https://tunein.com/radio/Radio-Speranza-876-s95182/

“Napule nunn’è” Un’immagine diversa di Napoli, fuori dai soliti stereotipi. Una città accogliente, che soffre e che lavora e che non ha avuto mai paura.

“Il tempo perduto” Il desiderio di trovare un castello fatato dove poter cambiare il nostro passato, vivere “la vita in modo diverso nella speranza e fiducia persa”.

SI-amo la SI-nistra

SI-amo la SI-nistra.

Dalla sinistra che mangiava i bambini a Matteo Renzi.

Nel 1974 ero per lavoro a Catanzaro. Per caso conobbi lì un calabrese comunista che mi raccontò un episodio a lui capitato. In una serata di pioggia e vento mentre viaggiava in auto incontra un suo paesano e vedendolo senza riparo lo invita a salire. Questi lo guarda con circospezione e con un certo riserbo sale sul mezzo. Il comunista gli chiede perché non volesse salire e lui rispose perché era democristiano e si meravigliava che un comunista potesse dargli un passaggio. Vi ho raccontato questo episodio reale perché ancora nel 74 molti pensavano, come negli anni ’50, che i comunisti erano dei cattivi soggetti. Col passare del tempo e la caduta del muro, anche la valutazione del comunissimo è mutata ed è mutata fortunatamente anche la stessa sinistra. Da un lato però è rimasto in una gran parte degli italiani una certa idiosincrasia per la sinistra, spesso nemmeno tanto nascosta, quasi come se il termine sinistra corrispondesse a sinistro, nell’accezione figurata dell’aggettivo. Dall’altro non è cambiata purtroppo l’abitudine della sinistra di dividersi, come se ci si vergognasse di appartenere ad un grande partito che possa anche governare e non rimanere sempre all’opposizione. Persino in presenza del grande Enrico Berlinguer vi erano in Italia quattro sinistre. Peccato. Ancora oggi, dopo aver combattuto per anni per la riunificazione, nel partito democratico, di tutta la sinistra, dalla cattolica alla socialista alla comunista, c’è una parte della sinistra massimalista ed oltranzista che non è contenta e che non si riconosce in un partito così composito, che cerca di allargarsi anche verso il centro per avere nel paese una maggioranza stabile che possa governare. Quasi che si vergognasse proprio di questo. Ora, con il referendum, si è maggiormente evidenziato tutto ciò e mentre una certa sinistra si gingilla nel cercare ancora il sommo pensiero, il movimento di Grillo, cavalcando la facile onda della protesta, è diventato il vero partito della nazione, accogliendo nel suo seno gente di tutte le sponde, dalla destra al centro alla stessa sinistra. Io che a 74 anni ho vissuto tutte le stagioni della sinistra, dallo stalinismo a Matteo Renzi, ed ho finalmente avuto la soddisfazione di vedere una sinistra vincente nel Paese col il 41%, spero proprio che non si disperda questo risultato rimasto storico, proprio per colpa della stessa gente che si dice di sinistra.

A SI NO

Destra, sinistra e cambiamento.

Molti di noi nati negli anni ’40 a ridosso della guerra non hanno sentito vivo il fuoco del ’68 poiché già si lavorava. Quindi siamo venuti su con un concetto scolastico di destra e sinistra. Comunque abbiamo subìto anche noi, per certi versi, la semplificazione di questi concetti che poi ha espresso in sintesi, diciamo anarchica ed anche un po’ comica, il grande Giorgio Gaber. Quella scissione dei concetti ci aveva portato ad esempio a non partecipare ai concerti di Battisti e di Baglioni perché di destra o ad ostentare anche quando non era necessario un simbolo della sinistra. Ad esempio portare sotto al braccio il quotidiano “L’Unità”. I più hanno comunque semplicisticamente classificato quasi sempre la destra come reazionaria, conservatrice, più vicina ai ricchi, detentrice dei cosiddetti poteri forti, legati persino alla massoneria. Mentre la sinistra illuminata, progressista, vicina ai deboli e agli oppressi. Ma non è stato sempre così. Sappiamo bene, la storia lo conferma, che ci sono stati governi espressi dalla destra che hanno operato bene per il popolo e governi di sinistra tirannici e spietati. Ora che in molti paesi del mondo viene meno il desiderio di una destra e di una sinistra ma piuttosto si prediligono i movimenti, sembra inutile una difesa a questi concetti. La destra e la sinistra sono nati da poco, tutto sommato, appena dopo la Rivoluzione Francese. Sono durati di più le differenziazioni tra ricchi e poveri, patrizi e plebei, nobili e schiavi, contadini e latifondisti, borghesia e proletariato, che pur non essendo correnti politiche ma classi sociali, hanno comunque rappresentato nella storia una contrapposizione sovrapponibile, per molti versi, a quella espressa dalla destra e sinistra. Con l’eliminazione di alcune classi sociali e la trasformazione di altre, anche la sinistra e la destra hanno perso il fascino di un tempo. Basti pensare al fatto che è diminuito il voto per i partiti tradizionali che si è spostato molto sui movimenti. Oppure quanti prediligono, assumendo atteggiamenti critici, classificarsi come correnti diverse, seppur di destra o di sinistra. Ed infine chi trasmigra dalla destra alla sinistra e viceversa. Quindi non vi è più una semplicistica differenziazione tra destra e sinistra né una concentrazione sul centro che ha rappresentato, fino a poco tempo fa, anche il desiderio per molti politici di raffigurare lì una sinistra e una destra moderata. C’è da dire inoltre che gli stessi movimenti che continuano a proliferare inglobano tra i seguaci gente che proviene indifferentemente dalla destra, dalla sinistra e dal centro. Pertanto la politica sembra complicarsi, specialmente considerando che capita spesso che le stesse idee dei partiti e dei movimenti cambiano solo per danneggiare gli avversari del momento, dimenticando quanto detto nel recente passato. In questo bailamme in cui, come al solito, tutti vogliono avere ragione, pur rispettando il concetto che col passare del tempo vi può essere un naturale cambiamento degli usi e dei costumi e per molti versi delle idee, bisogna comunque tracciare dei confini nei quali ci si possa misurare e riconoscere nella partecipazione alla vita politica, perché come è naturale, a tutt’oggi, restano delle differenze sostanziali tra gli esseri umani. Quali potrebbero essere allora questi confini nei quali si può riconoscere una parte politica più che un’altra? Cioè come ci possiamo catalogare, per non essere un ammasso amorfo di idee tutte eguali, ma rispettando il concetto, tramandato dall’esperienza storica, che l’umanità ha avuto sempre delle differenze di pensiero nella sua diversità di coscienze? Personalmente penso che nei valori si trova la linea di demarcazione con la quale, pur appellandosi con nomi particolari, ci si differenzia dagli altri o ci si pone insieme con altri. I valori sono i nostri punti di riferimento. Non solo le cose importanti (quello che per noi vale, è valido, prezioso), ma le regole morali secondo le quali vorremmo vivere, la motivazione primaria per le nostre azioni, e anche i criteri, per effettuare un giudizio, riguardo ai quali valutiamo tutto ciò che facciamo noi e che fanno gli altri. Ai valori sono anche collegate le credenze. Le credenze sono generalizzazioni riguardo alle nostre azioni, riguardo a quello che stiamo facendo e quello che dobbiamo fare. Per ogni società in ogni epoca, i valori sono stati un po’ diversi. Per esempio il valore di patria era sicuramente più importante nell’ottocento, ai tempi in cui l’Italia lottava per la sua indipendenza, di quanto non lo sia oggi in cui la sovranità del nostro stato non è in pericolo. La verginità o la castità erano più importanti nel Medio Evo, oppure oggi nei paesi musulmani, di quanto nell’Europa odierna. Eppure i valori hanno un ruolo fondamentale nella vita. Non averne è come essere senza radici. Valori possono essere: la famiglia, l’amore, l’amicizia, la libertà, la coerenza, l’onestà, il credo religioso, l’ideologia politica, ma anche i soldi e il compromesso. I valori sono punti fissi, necessari nelle relazioni durevoli nel tempo. Sono un impegno necessario che ognuno prende con sé stesso per dare continuità e certezza al proprio rapporto con gli altri che lo condividono. I valori, quindi, per la società intera o per le sue parti, sono fondamentali proprio per l’aggregazione nelle stesse. Una società senza valori finisce per disgregarsi, per degradare, e per involvere. Al contrario però l’assolutizzazione dei valori apre la via del conflitto con gli altri (ricordiamo le dittature distruttive). Ma con questo non possiamo avere paura di possedere dei valori, pensando che possano danneggiare gli altri, perché sappiamo ben riconoscere, oggi, molti valori che servono da fattore coesivo per le società differentemente da altri che fanno prevedere un potenziale distruttivo verso gli altri. Ed anche se alcuni valori mutano nel tempo perché troppo restrittivi, non dobbiamo buttare via i concetti da cui partono questi stessi valori perché il loro significato resta sempre quello che è. Cioè se ci riteniamo più progressisti non possiamo buttare via l’integrità, la coerenza, l’onestà, l’affidabilità, ritenendoli valori restrittivi, altrimenti, come è accaduto, diamo spazio ad esempio alla corruzione. Per concludere si può dire che se da un lato non si debbono accettare ciecamente i valori che ci sono stati trasmessi, dall’altro, però, ognuno deve fare una scelta personale e ragionata, e farsi una sua lista di valori (anche se dovessero essere controcorrente), e cercare di vivere coerentemente ad essi. Per avere una direzione, uno scopo nella vita e quindi evidentemente affiancarsi a chi li condivide anche e soprattutto nel momento di un voto. Scendendo nel concreto chi, partendo dai propri valori, crede nella pena di morte, nelle armi, nella violenza, nelle barriere, nell’indifferenza, nella paura, nella volgarità, potrà mai essere d’accordo con chi crede nella libertà, nella fratellanza, nell’accoglienza, nella tolleranza, nella giustizia, nella democrazia?

LE QUATTRO GIORNATE E GOMORRA

Il 30 settembre di 73 anni fa terminavano le 4 giornate di Napoli, il moto popolare che coinvolse tutta la città contro l’occupazione nazista. Chi ha visto il film di Nanni Loy sull’argomento, si ricorderà come ben vengono rappresentate, anche dal punto di vista dello spettacolo, tutte le varie sfaccettature dell’animo e dei comportamenti dei napoletani. La commozione, la gioia, l’amore, la comicità, la drammaticità, la volgarità, la violenza ma per un giusto fine, ecc. Non sarebbe stato male rappresentare un serial su quell’epoca come fu la saga di Sciuscià per il fumetto. Una lunga serie di avventure concatenate che durarono dal gennaio 1949 al 1955. Invece di tutto ciò ci troviamo, ripetuta più volte, una serie come Gomorra. La differenza è che nel primo caso avremmo visto descritta una Napoli, anche se con i suoi difetti, nobile, differentemente da Gomorra. Qui, molto riduttivamente, viene presentata una sola parte della città facendola comparire come rappresentativa di un popolo intero, con sentimenti, ma certamente molto meno nobili. Non si capisce quindi perché si vuole far vedere sempre la parte meno dignitosa di questa città e per quali lordi scopi. Anche nel campo della canzone pare che non ci sia più di un brano che ricordi gli avvenimenti del ’43. UN VERO PECCATO. Speriamo nel futuro sia per la canzone che per la TV.

‘E QUATTE JURNATE
Erene l’urdeme d’ ‘o mese ‘e settembre,
quanne facetteme ‘sti quatte jurnate,
‘nu mote ‘e popule spuntanie e innucente,
‘na storia vere ‘e chesta città.
‘O Vommere sparaine e primme colpe,
e tanta muorte pe’ chesta libbertà:
ma fuie ‘o signale p’ ‘a pupulazzione,
se ribellaje tutta a città.

‘Nce stevene impiegate,
‘nce stevene sturiente,
tanta operaie
e chi nu’ teneve niente;
a cape nu surdate,
nun se ne sapeve niente
ma fuje ‘a bandiera
pe’ tutta ‘a gente ‘e ccà.

D’ ‘o Vommere scennettere a Tulede,
e pe’ Quartiere ‘e sentive sparà,
verive ‘e tedesche c’abbiavene a scappà
da Furia a Capemonte pe’ tutta ‘a città.
‘O stadie d’ ‘o Vommere, ammanettate,
stevene ‘e prigioniere pigliate cu ‘e retate
ma ‘o tenente Stimolo, a cape ‘e ‘sti guagliune,
cu tantu curagge, ‘e jette a liberà.

Carattere ‘e scugnizze
Gennare cu Filippe,
‘e tridici anne l’une,
cu tante ati guagliune.
E Napule ‘e rricorde,
cu sti ghiurnate ‘e sanghe;
custaje cara a’ città,
finalmente ‘a libertà.

Ascolta il brano “‘E quatte jurnate”

IL CALCIO…..ALLA SQUADRA DEL CUORE

I tradimenti dei calciatori, di cui tanto si parla ora, non dovrebbero angustiarci più di tanto ma della mancata fedeltà dei tifosi sì. Il calciatore è un mercenario, specie ai nostri tempi quando milioni di euro gli passano tra le mani e sulla testa ed è difficile rimanere legati ad un posto o provare sentimenti di appartenenza, il tifoso no. Quando incominciai a capire di calcio era la sera del 4 maggio del 1949. In una Napoli ancora malconcia per la guerra, mio padre si ritirò a casa con le lacrime agli occhi e ci raccontò a me e mia madre la storia del grande Torino. Un aereo con tutta la squadra era precipitato il pomeriggio sul colle di Superga. Una squadra invincibile, senza trucchi, per la quale la gran parte degli italiani simpatizzava, per altro era quasi la nazionale italiana. Nei giorni che seguirono mio padre mi spiegò anche la differenza tra la squadra per la quale si hanno simpatie e la squadra del cuore cioè quella per cui si fa il tifo. Solo due anni più tardi mio padre mi accompagnò per la prima volta allo stadio del Vomero per vedere una partita del Napoli. Avevo otto anni e fui colpito da quel clima particolare di consonanza di cuori, allora a me del tutto sconosciuto. Da quel momento capii la differenza e non ho smesso mai di tifare per il Napoli, pur simpatizzando per squadre che ci conquistavano per il bel gioco espresso, come nel caso, ad esempio, del Milan di Sacchi. Non è certo determinante essere nati o vivere in una città o nei pressi e di conseguenza tifare per la squadra che la rappresenta. Ma di solito per quel campanilismo che contraddistingue anche le più piccole contrade italiane e per l’amore che si porta alla propria terra avviene proprio così. Basti pensare al richiamo della Nazionale. Ma il buon tifo è qualcosa di più. Poter condividere con decine di migliaia di persone le amarezze e le gioie che dà la tua squadra del cuore. Momenti, episodi o giocatori rimasti indelebili nel ricordo del tifoso. Si pensi a Luciano Comaschi terzino degli anni ’50. Giocatore di grande temperamento, francobollatore arcigno, combattente che metteva al servizio della squadra ogni stilla di energia, soprannominato dai tifosi “O lione” (etichetta che gli verrà sottratta nel 1955 da Vinicio). Di questi due un episodio indimenticabile all’inaugurazione del nuovo stadio San Paolo il 6 dicembre 1959, contro la Juventus di Charles e Sivori, che si avviava a vincere lo scudetto. La vittoria per 2-1 con gol per il Napoli di Vitali e poi, in contropiede, di testa, di uno zoppo Vinicio, che era rimasto in campo per onore di firma e perché non esistevano le sostituzioni, dopo che proprio Comaschi aveva salvato miracolosamente sulla linea bianca della propria porta. Vecchi tifosi che piangevano il 21 agosto del 1965, nella curva B, dove ero seduto, e sognavano “questa volta possiamo fare qualcosa”. Era un’amichevole ad inizio stagione contro il Milan di Maldini, Trapattoni e Rivera (3-3). Giocavano insieme Sivori, Altafini e Canè e segnarono tutti e tre. Quell’anno il Napoli arrivò terzo. Poi il Vinicio allenatore, dopo essere stato un grande calciatore, che praticò con una squadra, non certo di grandi campioni, il calcio olandese per la prima volta in Italia raggiungendo il secondo posto. E poi il Napoli di Maradona, quando le emozioni erano pari al divertimento e alla soddisfazione. Molte cose viste in quell’epoca sono cose non viste più nemmeno ai nostri giorni con Messi e compagni. E poi la festa e la commozione per le strade della città per il primo scudetto. Il cartello esposto sul cimitero di Poggioreale “Che vi siete perso”. Il gioco che diverte di Sarri. Ma migliaia sono i ricordi che legano il tifo di una città con la propria squadra non solo per vittorie o sconfitte ma a volte legati ad episodi commoventi, come quando qualche giocatore amato va via, o tristi, come quando ti accorgevi delle palesi ingiustizie arbitrali alle quali non vi era rimedio; di solito a favore delle squadre più ricche e più forti. Da apprezzare molto quei tifosi di squadre che vincono sempre poco o che militano nelle serie inferiori e che restano fedeli alla propria città persino quando non riescono nemmeno a salire di categoria. Quindi a me sembra strano che molti tifosi particolarmente della Juventus, Inter e Milan provengano persino da terre molto lontane. E ancora più strano e biasimabile che taluni di questi detestino proprio la squadra della loro città. Ma forse è spiegabile col fatto che queste squadre riescono facilmente simpatiche per aver vinto molto più delle altre ed essere altrettanto potenti economicamente. Senza pensare alle coppe ma solo ai campionati 32 alla Juve, 18 al Milan e 18 all’Inter. Ciò mi fa riandare con la mente di nuovo agli inizi degli anni ’50. Ero credo in quinta elementare e ricordo di un amico di classe che mostrava ogni tanto la foto ritagliata di Greta Garbo dicendo che era sua madre. Molti di noi non conoscevano bene il viso della famosa attrice, per altro già ritiratasi dalle scene, e per parecchio tempo la cosa resse. Alla fine dell’anno scolastico ci accorgemmo della verità: la madre era abbastanza brutta.

SOLO SETTE GIORNI

Tra Natale e Capodanno passano sette giorni. Ho sempre accostato queste due date a due visioni della vita. L’anno è la misura umana del tempo. Il tempo ci parla del trascorrere al quale siamo sottoposti e di cui siamo consapevoli. L’uomo passa non soltanto nel tempo ma parimenti misura il tempo nel suo consumarsi: tempo fatto di giorni, settimane, mesi, anni. In questo fluire umano, oltre all’apertura al futuro, c’è sempre la tristezza del congedo dal passato e la certezza che il tempo finirà. Il Natale parla sempre e solo di un inizio, dell’inizio, di ciò che nasce. I sette giorni tra Natale e Capodanno potrebbero essere paragonati ai sette giorni a cui è ispirata la dottrina cristiana per la nascita del creato. Un Dio, da sempre esistito, che non muore mai, crea un mondo destinato comunque a morire. Un Dio che, differentemente dalla dottrina scientifica, mentre il mondo scompare, lascia all’uomo la visione dell’eternità nella risurrezione del corpo. Con questo non ho mai pensato ad una distinzione tra confessionale e laico, tantomeno ad una superiorità di una visione della vita sull’ altra ma piuttosto ad una diversità che esiste e di cui, a mio modesto modo, tratteggerò il senso. La prima cosa che viene alla mente è la rappresentazione delle due feste in quanto tali. Il Natale è quasi una festa intima oltre che religiosa. Il Capodanno una festa laica, mondana. Una buonista, come si dice oggi, l’altra realista. Una ottimista, l’altra anche pessimista. Chi ha una visione ottimistica della vita vive meglio di chi ne ha una pessimistica, affronta le difficoltà con più prontezza e vigore. Questo è certamente vero ma se si esagera con questa fiducia a prescindere, si finisce per non cogliere i pericoli della realtà in cui si vive. Tendenzialmente nel Natale scopriamo sempre l’opera buona, il perdono, la speranza. Il Capodanno, anche tra luci e feste, porta il ricordo del passato, con un filo di tristezza e il concetto di fine con la fine dell’anno. L’uomo “Natale” forse più poetico, favoleggiante, sognante, romantico, con voli pindarici, l’altro più crudo, concreto, pratico, con i piedi per terra. Ma nelle due ricorrenze possiamo trovare punti di contatto proprio nel significato più profondo della nascita che, se è intrinseco nel Natale, come detto, lo troviamo anche nel senso del nuovo anno che viene. Quindi, anche se le due visioni non si sovrappongono, si ritrovano nel significato della nascita che ci offre la speranza nel domani. Come si dice “la speranza è l’ultima a morire” e qualcuno aggiunge “ma è la prima ad illudere”. Quest’ultima affermazione sarà però dell’uomo “Capodanno”. Non possiamo in alcun modo vietarci la speranza. La speranza del domani, la speranza nei propri progetti, la speranza che si migliori e che la vita migliori. Altrimenti sarebbe, il tutto, solo un lento trascorrere del tempo verso la morte. Ed infatti la vera nemica della speranza è la morte. Finché c’è vita c’è speranza. Anche chi uccide o si uccide non ha speranza perché non riesce a confrontarsi e a vedere una normale via d’uscita ai suoi problemi. Persino lo Stato che uccide non mostra speranza in un ravvedimento del condannato. Ma la speranza non è solo ottimismo come, a volte, si lascia credere. La speranza è un’aspettativa che ci fa stare in tensione, che, poi, trasforma un progetto in realtà. La speranza, diciamo, è una fervida attesa, come quella di un parto. Ed ecco che ritorna l’immagine della nascita, del Natale. L’attesa di una nuova vita è l’emblema di tutte le speranze: la speranza che diventa certezza. ‘E il passaggio in realtà di un disegno umano, realtà vivente che porta con sé nuove speranze, cioè nuove tensioni di vita futura e così di seguito di vita in vita, di speranza in speranza e, perché no, di certezza in certezza.

ANNIVERSARI, FURTI E OSSERVAZIONI A LATERE

Il 2 agosto ricorreva la mia nascita, il 7 quella di mia moglie, il 15 è il suo l’onomastico, Maria Assunta, il 21 è l’anniversario del nostro matrimonio. Ringrazio Dio per quanto avuto nella vita e posso dire che le gioie sono state nettamente superiori alle sofferenze che, per altro, ho superato sempre dignitosamente. Mi soffermo, ora, sull’ultimo avvenimento negativo capitatomi. Il 15 luglio scorso ho subito un furto a casa da mani ignote. Non era mai successo; c’è sempre una prima volta. Ho denunciato l’accaduto alle Forze dell’Ordine ma per ora nulla di nuovo, come si poteva supporre. Hanno rubato tutti gli oggetti di valore (soprattutto oro), comprese le fedi, che erano a casa. Al di là del danno materiale la cosa che più ci ha turbato, particolarmente mia moglie, è stata l’aver perso tutte quelle gioie custodite con amore da anni ed acquistate man mano con piccoli sacrifici. Oltre ai regali avuti dai parenti, per qualche ricorrenza, in 35 anni di onesto lavoro impiegatizio, Maria Assunta, aveva acquistato con i suoi risparmi piccoli monili d’oro, ognuno dei quali ricordava una data particolare e quindi una piccola rinuncia. Ma il ladro non può sapere, né si chiede da dove provengono gli oggetti rubati e come sono stati raccolti. Figure di ladri gentiluomini appartengono alla letteratura. Né si può parlare di un Robin Hood che toglieva ai più ricchi per dare ai più poveri. In più, mi diceva un gioielliere, che i ladri raccolgono ben poco di quanto rubato, pare, intorno ad un quinto del valore, quindi, nella circostanza, quasi niente. Il ladro, poi, come qualsiasi persona che delinque, correndo notevoli rischi, difficilmente può dire il lavoro che fa, tranne forse a qualche familiare o alla gang. Inoltre si deve nascondere. Deve vivere sempre con la paura di essere preso, a volte anche, come in questo caso, con poco guadagno. E questa è la cosa più singolare. Mentre io e mia moglie, sebbene dispiaciuti, continuiamo la nostra vita a fronte alta, potendo dire il nostro lavoro ed i nostri interessi, il delinquente, che pure vive con cautela, in qualche modo, nella società, non potrà mai vantarsi davanti a tutti di quello che fa. E cosi peggio per la criminalità organizzata di cui i suoi accoliti spesso sono costretti a vivere per anni chiusi in bunker e persino sottoterra, ricorrendo anche ai principi di un falso onore, per coprirsi le spalle. Dispongono, questi ultimi, certamente di molto danaro ma debbono guardarsi bene come spenderlo. Ora è anche più rischioso mandarlo all’estero. Ma a costoro piace così: rischiano la vita ed il carcere, certo per grosse cifre, ma restano nascosti e nascosta resta la loro attività. Io, invece, ho ricomprato le fedi ed il 21 agosto sembrerà un rinnovarsi dell’amore con la mia carissima Maria Assunta Tomassone; come si vede potendo dare, nel mio piccolo, anche risalto alla cosa. Continue reading “ANNIVERSARI, FURTI E OSSERVAZIONI A LATERE” »