NAPULE NUNN’E’

Non sono nato a Napoli ma, a parte ciò, a tutti gli effetti mi sento napoletano. Per puro caso sono nato ad Avella, ridente paese, a trenta km. da Napoli, dove mio padre portò, agli inizi degli anni ’40, la famiglia, per salvarla dalla guerra e dai bombardamenti. Sono arrivato a Napoli nel 1949, a sette anni, e sono andato via nel 2002. Sono stato per 25 anni a Santa Chiara, nel centro storico, e per altri 25 e più al centro del Vomero. Ho vissuto, quindi, nella mia città, gli anni della scuola, dell’università e del lavoro ma anche anni di spensieratezza e di crescita culturale e morale. Ho sempre trovato, davanti a me, una Napoli diversa da quella che veniva rappresentata da molti. La città che ho conosciuto era e resta, per me, figlia delle quattro giornate. Una Napoli operaia e della piccola e media borghesia. Una città dignitosa e laboriosa, che supera le difficoltà con sudore e sacrifici, arrangiandosi nei casi estremi. Allegra e triste al punto giusto. Per innata cultura accogliente ed altruista. Mai vissuta troppo alle spalle della propria indiscussa bellezza, tantomeno distratta molto da quello che sembrava essere scritto nel suo destino: una città di sole, pizza e canzoni. Quindi lascio l’immagine stereotipata di Napoli ai molti detrattori della città che si beano tra camorra, immondizia e povertà e ci paragonano ai Lazzaroni ai Masaniello o ai Pulcinella, tanto come quelli che sugli stadi si ricordano di noi per il Vesuvio, il terremoto ed il colera. Inoltre c’è da dire che persino quelli che seriamente e in buona fede hanno scritto e rappresentato i mali di Napoli hanno finito, purtroppo, col demolire l’immagine serena dei napoletani che lavorano, che sono la maggioranza, come in tante altre città. Oggi quando torno a Napoli per rivedere i miei figli ed i vecchi amici, certo, non incontro più Benedetto Croce per Spaccanapoli o Roberto Murolo a Via Cimarosa ma, al di là di un popolo attaccato ai cellulari, come in tutte le altre realtà, non vedo molte differenze con i napoletani degli anni ’50. Solo che oggi ci sono i nipoti dei lavoratori di prima. Su questi temi ho composto il mio ultimo brano “Napule nunn’è”, dedicato alla mia città ma anche al mio carissimo amico Carmine De Marco, scomparso lo scorso novembre, grande studioso e cultore dell’immagine vera di Napoli. L’interpretazione arrabbiata di Giovanni Principe offre un‘ulteriore conferma della mia insofferenza allo sputtanamento della città. Il video del brano Napule nunn’è si trova su Youtube, Facebook e Google.

UNA CANZONE LIBERA E UNA CANZONE CONDIZIONATA

Quindici anni fa, 7 ottobre 2002, a sessant’anni, scompare Pierangelo Bertoli, nato il 5 novembre del 1942. Peccato per la sua prematura morte. Oggi avrebbe avuto 75 anni. Prendo in prestito alcuni versi del brano “A muso duro”, il suo manifesto poetico, per tracciare le linee di demarcazione tra una canzone libera e una condizionata.
“Ho sempre scritto i versi con la penna
non ordini precisi di lavoro.
Perché volevo dire ciò che penso
volevo andare avanti ad occhi aperti.
Adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti.
Non so se sono stato mai poeta
e non mi importa niente di saperlo.
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.”
Dai primi otto versi si può definire il campo d’azione di un autore che vuol sentirsi libero. Scrivere le proprie canzoni senza ordini esterni ma in tutta libertà, se si vuole andare avanti senza chiudere gli occhi sul mondo che ci circonda. Né lasciarsi condizionare dai cosiddetti esperti, nel caso anche nell’abbigliamento o nel modo di porsi.
Negli altri dodici versi si scopre il sentimento di un autore libero da condizionamenti esterni, al quale può anche non importare di sentirsi poeta o meno. Ma deve esprimere la propria poetica per la strada, cioè per la gente, affrontando la vita anche duramente come un guerriero senza bandiera e senza armi e guardando sempre al futuro con un piede nel passato da dove fare il balzo in avanti. Poco importa se saranno solo amici ad ascoltarlo o se solo estranei. L’importante è sentirsi sicuro di aver vissuto la propria vita pienamente e senza condizionamenti. A questo rigoroso commento ai versi del brano aggiungo alcune personali e brevi considerazioni anche riferite a tutta la tematica sulla qualità della canzone d’autore.
Nel 1979 quando esce “A muso duro” non c’era ancora la crisi della discografia né la presenza dei Talent, tantomeno l’imperversare delle cover. Era ancora una stagione fertile per i cantautori e persino quelli come Bertoli, che trattava a volte tematiche estreme e di rottura, trovavano posto nelle case discografiche nelle grosse trasmissioni televisive e finanche al Festival di Sanremo. Quindi la canzone allora era ancora libera o perlomeno era più libera di quanto lo sia ora. Certo anche oggi nessuno potrebbe vietare di pubblicare un brano come “Italia d’oro” (una denuncia sul malcostume dell’epoca, Tangentopoli) che Bertoli portò a Sanremo nel 1992 o “Giulio” (un’accusa senza mezzi termini nei confronti di Giulio Andreotti). Ma oggi nessuno lo fa perché sconsigliato dalle Major e condizionato dai pareri, anche di chi produce i Talent, su cosa sia una canzone per Sanremo e come bisogna impostarla. Chi guarda oggi, come negli ultimi anni, il mondo musicale si accorge che è un susseguirsi di mode (persino nella intonazione della voce) e di comportamenti preconfezionati, che gli stessi artisti sono costretti a seguire, anche quando sembra che compaia qualcosa di nuovo. Tant’è che spesso alcuni vengono ben presto dimenticati. Quindi anche se la libertà di scrivere è sempre presente, nei fatti c’è un sostanziale condizionamento dell’artista che se vuole avere un successo sicuro deve possedere, oltre ad alcune qualità di base, anche una notevole accondiscendenza ai piani dei manager, produttori e case discografiche. Ma la funzione sociale di un cantautore è proprio quella di sentirsi in totale libertà come dice “A muso duro”. L’essenza primaria sarà, quindi, di produrre una creazione basata su fatti e su storie che capitano all’artista, nella società che lo circonda, che li percepisce e tramite la sua poetica e la sua melodia ce li trasmette, quasi come storie da leggere, lasciando anche un ricordo ai posteri dei tempi e della vita vissuta. E in ciò consiste, in ultima analisi il ruolo di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Quando, caduti in basso quasi tutti i valori di riferimento, una nube di pessimismo si addensa sull’animo umano, l’artista deve cercare di elevarsi e con lui far elevare anche gli altri. E se proprio non vi riesce, almeno tenti di alzarsi sulle punte dei piedi. Per chi compone e comunque per qualsiasi artista, minore o grande che sia, che crea qualcosa, è sempre necessario che produca, anche nel suo piccolo, una catarsi in coloro che lo ascoltano o lo guardano. Certamente se canta in libertà, cioè se è credibile. Al giorno d’oggi, però, per i condizionamenti di cui sopra, si preferisce confezionare più una canzone poco riflessiva, quando sarebbe meglio, considerato ciò che ci circonda, approfondire. Ed anzi, diciamo meglio, che la musica o la canzone, oggi, sono diventate e considerate proprio un prodotto distraente, di sottofondo. Tant’è che la canzone si ascolta dovunque e mentre si fa una qualsiasi attività e persino mentre si parla con qualcuno. A questo punto è difficile pensare ad una catarsi. Ma tutto è iniziato quando, proprio nello splendore della canzone d’autore, sul finire degli anni ’70, la canzone in generale, in quasi in tutti gli angoli è diventata un affare. Quindi pensando a comporre per soldi si è persa la strada maestra che fu dei primi cantautori. Quel fuoco sacro che faceva giungere la canzone al cervello oltre che al cuore. Ora che anche la discografia non funziona più come un tempo e, come detto, piace più una musica distraente, è ancora più difficile far sentire una voce del tutto libera, considerato che i testi hanno un valore molto limitato in confronto agli stilemi di valutazione odierni, basati persino sul personaggio più che sul brano. E comunque chi propone qualcosa di diverso dal branco pedissequo di coloro che escono dai talent, dai festival e dalle case discografiche, che spesso preferiscono far cantare cover anche ai grandi artisti, viene bollato sul nascere, per essere lasciato sempre nell’ombra, con la scusa che bisogna seguire le leggi del mercato. Nello stesso tempo i discografici si lamentano ipocritamente, per giustificare la crisi, proprio del mercato, per il fatto che non si trova niente o molto poco di nuovo. Ai nostri tempi pare che si debba correre sempre, per produrre di più ma nel mondo musicale una canzone fast food non è certo da preferirsi ad una al lume di candela.

MUSICA E POLITICA

Se è vero che anche chi raccoglie una carta per terra porta beneficio alla società e quindi svolge, anche se modesta, un’azione politica, cioè offre un aiuto alla comunità, come tutti quelli che svolgono il proprio compito nella vita, anche chi fa musica, come chi fa spettacolo, anche riproponendo cose già ascoltate, porta un beneficio, per lo svago della gente, e quindi offre il suo contributo alla società, come chi svolge azione politica. Ancora meglio, quindi, chi fa una canzone cosiddetta impegnata o d’autore. Questi certamente svolge un’azione ampiamente politica poiché tratta temi caldi inerenti alla vita, alla società, ai rapporti umani ecc., lottando spesso in prima persona, con la propria canzone, contro ingiustizie e sopraffazioni. ‘E inutile enumerare qui i tanti cantautori americani, francesi e italiani che hanno contribuito alla formazione delle giovani, ormai vecchie, generazioni. Voglio solo ricordare una frase di uno degli ultimi cantautori italiani, Vinicio Capossela, che mi pare esemplificativa. “Non mi ritrovo in nessuno di quelli che oggi ci rappresentano ma non significa che non faccia politica. Non ne parlo direttamente, l’affronto in maniera diversa ma sempre di politica si tratta. Per me la politica è fare qualcosa che parla alla collettività che possa essere condiviso”. Quindi chi fa musica d’autore svolge un ruolo preciso “politico” e dà alla politica, chi fa politica cosa dà alla musica, quella poco nota o inedita? Passando dai concetti teorici alla pratica, molto sinteticamente ricorderò i miei dieci anni trascosi a Pescara (dal 2007) che sono passati anche tra musica e…..parole. Mi sono dedicato solitamente alla composizione di una canzone particolare che per brevità definisco “d’autore di nicchia” e sul cui significato ho scritto già parecchio. 56 brani alla SIAE, di cui, al momento, 44 pubblicati e visibili su Youtube. A parte i primi interpretati dal cantautore catanese Mario Serafino e uno degli ultimi da Goran Kuzminac, la maggioranza dei brani è stata interpretata da giovani artisti, allievi o diplomati del Conservatorio. Tra gli altri: Andy Micarelli, Denis D’Aviero, Ilaria D’Andragora, Simone Flammini, Valentina Celozzi, William Di Giovanni, Laura Martinelli, Andrea Belisari. Sono stato scambiato per un produttore o per un talent scout ma sono solo un autore, per altro di nicchia. Ho cercato di trovare un posto dove poter presentare la musica inedita principalmente quella di giovani compositori ma non ci sono riuscito, anche per il mancato sostegno delle entità politiche. Pertanto, ho visto in questi 10 anni il morire e il lottare di molte giovani speranze inedite e di contro il fiorire e rifiorire di gruppi che fanno cover.  E siccome la canzone cover è più spendibile presso il pubblico, era immaginabile che la politica coprisse il vuoto fatto intorno alla musica inedita ancorché d’autore. Infatti il compito principale della politica è quello di risolvere i problemi, anche di soluzione non semplice. La mia pur modesta esperienza di questi ultimi anni mi porta a dire che le Istituzioni hanno favorito tutto quanto nello spettacolo era già conosciuto a grande o a piccolo livello e hanno fatto molto poco per gli sconosciuti. Per dare una mano, in qualche modo, ai giovani artisti interpreti dei miei brani, ho partecipato a diversi festival per canzoni inedite. Il risultato: alcuni li ho vinti, altri no, ma la maggior parte erano pilotati. Anche qui la politica potrebbe intervenire o proponendo lei stessa dei festival per la musica d’autore, o essere presente con un massivo controllo in tutte le manifestazioni del genere, come per un qualsiasi concorso pubblico, mettendo, per altro, un freno allo sconfinato potere dei Talent e delle Major.  Ma oltre questo la politica dovrebbe offrire un porto sicuro per la musica inedita. Ritornando a Pescara, pur avendo conosciuto personalmente alcuni responsabili delle Istituzioni non sono riuscito purtroppo, almeno fino ad ora, a spiegare l’importanza che per i giovani autori può avere un luogo dove presentare la propria musica inedita. Per lo stesso motivo anche il Conservatorio dovrebbe in qualche modo interessarsi di dove possano suonare i propri allievi, particolarmente coloro che escono dai corsi di composizione. Allora illustri amici, Sindaco Marco Alessandrini, Assessore Giacomo Cuzzi, Assessore Giovanni Di Iacovo, Assessore Paola Marchegiani, Presidente Arci Valerio Antonio Tiberio, Presidente Emp Angelo Valori, Direttore Conservatorio Massimo Magri, non lasciate che la mia voce cada ancora nel vuoto ma offrite a questi giovani la possibilità di esibirsi in un luogo centrale della città e ce ne sono diversi, persino inutilizzati. Questo posto possa diventare il sito riconoscibile della musica inedita anche per ragazzi di altre regioni. Non credo che ci vogliano grossi fondi. Non guardate solo ai grandi eventi. Se la politica risolve, questi ragazzi hanno bisogno di voi e oltretutto li spronereste verso nuovi percorsi musicali che non è affatto cosa sbagliata.

COMMENTARE COMMENTI

Dopo il concerto di Vasco Rossi ho visto su Facebook una miriade di osservazioni e commenti inerenti l’artista e lo spettacolo, come capita sul social. Qualche amico mi ha anche telefonato a casa per parlare dell’avvenimento. Anche io propongo una modesta osservazione. Non sono un amante di Vasco, non per qualche motivo specifico, ma proprio per la mia diversa impostazione culturale sulla musica o canzone. Sono nato negli anni quaranta e quindi ho ascoltato prima della musica di Vasco tanta altra musica che mi ha portato a prediligere cantautori diversi da lui. Questo non vuol dire che non apprezzi la canzone di Vasco. Per altro 220.000 persone, che cantano insieme a lui tutti i suoi brani, non è cosa assolutamente da sottovalutare ma da sottolineare per dire che anche lui è un grande della canzone. Ma proprio Vasco ci fa notare, per una frase che disse alla morte di Dalla, come anche nella canzone e nella musica in generale ci sono delle gerarchie. Disse all’epoca “è andato via il capofamiglia”. Nella musica come nell’arte ci sono opere meravigliose e nella pur grandiosità di esse si può stendere una graduatoria non basata solo su simpatie soggettive ma meglio su valutazioni oggettive. Lasciando da parte la cultura e la musica in generale, mi soffermo sulla canzone. Alcuni paragoni sono improponibili anche in considerazione del mutamento dei mezzi di comunicazione di massa. Ma qualche dato obiettivo, non senza sorprese, si trova sia nella vendita dei dischi che negli spettacoli. L’album più venduto nel mondo “Thriller” di Michael Jackson, 1982, 110 milioni di copie. Il singolo più venduto “Io che non vivo” di Pino Donaggio, 1965, 80 milioni. Una classifica per gli spettacoli, tra spettatori paganti e non paganti. Il concerto di Rossi è il primo assoluto per spettatori paganti. Per quelli non paganti il più affollato è stato quello di Jean-Michelle Jarre a Mosca nel 1995 con 3.500.000 persone. Io preferisco ricordare alla folla di Modena o di Mosca quella (500.000 circa) del Central Park di New York del 1981 per Samuel e Garfangel così come è probabile che il brano “The sound of silence” sia superiore ad “Alba chiara” e alla musica elettronica di Jarre. E il concerto di Woodstock (400.000 circa) più indietro nel tempo, ma su quattro giorni, che era pieno di grandi artisti come Richie Avens, Sweetwater, Joan Baez, Santana, The Who, Joe Cocker, The Band, Crosby, Stills, Nash & Young, Jimi Hendrix, ecc. Joan Baez cantò 12 brani pur al sesto mese di gravidanza e con il marito David Harris, obiettore di coscienza, arrestato. Altri tempi

Ci risiamo… in “Centro”

LA MUSICA DI “NICCHIA” DI ANTONIO CESSARI IN UN BRANO DEDICATO ALLE DONNE E IN DUE INEDITI NAPOLETANI.
Stasera, il Cantafestivalgiro Forever 2017, della Mario Serafino Production, alle 21, sul canale 161, digitale terrestre, e in contemporanea su Radio 1 New York, in streaming, ospiterà tra gli altri il cantautore di origine serba Goran Kuzminac che interpreterà un brano di Antonio Cessari “Tangomaria”. Kuzminac, abruzzese di adozione, entrò nella RCA nel 1976 e raggiunse presto una forte notorietà vincendo nel 1978 il festival di Castrocaro con “Stasera l’aria è fresca”. Di lì una serie di successi e di dischi, di concerti e di collaborazioni artistiche di grande spessore. Ma forse non ha raccolto tutto quanto meritava, considerata in più la sua bravura come chitarrista e maestro del finger picking. Anche Cessari in quegli anni entrò nella RCA e sarebbe dovuto tornare. Preferì lavorare in banca e lasciare le speranze artistiche di cantautore da parte. Ha continuato, però, a comporre e negli ultimi anni i suoi brani sono stati interpretati da giovani e valenti artisti, particolarmente del Conservatorio di Pescara. Due sigle al Cantafestivalgiro di Mario Serafino e due successi a “Musica ControCorrente” e al “Festival degli autori di Sanremo”. Un cantautore di successo, Kuzminac, gli ha dato il piacere di interpretare un suo brano “Tangomaria”, dedicato all’infinita tolleranza delle donne, che peraltro ha vinto il premio come miglior testo nel 2016 (il video è su Youtube). Proprio il fatto di essere rimasto un funzionario di banca ha portato Cessari a creare, come compositore, uno stile personale rispondente più a canoni di vita vissuta che non a codici già tracciati. Ed in sostanza anche questa può essere una delle definizioni della musica di “nicchia”. Né per altro una musica poco accessibile perché astrusa ma piuttosto una canzone per un pubblico non numeroso e quindi una musica poco commerciale che non andrà ad interessare i grossi Festival o Talent. Questo è veramente il segno distintivo. Fino a quando una voce non si fa inquadrare ma rimane alternativa è una voce di “nicchia”. Ciò è difficile poiché chiunque ha un po’ di successo o visibilità cambia normalmente anche il genere della sua musica. Certo è arduo non essere contaminati, anche per giustificate motivazioni economiche, dal mondo fulgido della canzone “sanremese” che trascina in una musica sempre uguale a sé stessa, diventando una materia amorfa o un ammasso di colori. Una canzone deve possibilmente creare emozioni come il film che scatena la lacrima, non meravigliare con i suoi effetti, tanto meno spaventare con i suoi sballi. Questo tipo di musica o di canzone diventa quindi un’arte povera che, pur avendo un suo valore intrinseco, trascende lo stesso brano musicale e quindi non deve abbattere o spaventare i compositori se viene appellata di “nicchia”. Né deve esaltare, chi la coltiva, più di tanto da diventare un vanto di natura elitaria. Ma essere soprattutto una chiara alternativa alla canzone distraente di oggi, sia cover che quella senza grosso significato, che facilmente poi si dimentica. Ci auguriamo che aumentino i luoghi, ben riconoscibili, ora molto pochi, dove si possa dare spazio ai tanti giovani che fanno una buona musica di “nicchia”. E sarebbe interessante vedere sui canali anche secondari della Rai, di Mediaset o di Sky qualche trasmissione sulla musica non commerciale. Oltre all’appuntamento di stasera, abbiamo, per altri due giovedì, la possibilità di ascoltare ancora due brani di Antonio Cessari, questa volta in napoletano, già su Youtube. Il 15 giugno “Cucù e tettè” e il 22 “Mamma Napoli”, sempre trasmessi su Canale Italia 161, digitale terrestre, e in contemporanea streaming su Radio 1 New York. Il Cantafestivalgiro del patron Mario Serafino fa un opera meritoria da più di venti anni, dando la possibilità anche a giovanissimi artisti di esibirsi tra un gruppo di noti personaggi dello spettacolo. Il primo brano, interpretato dal diciottenne cantante-attore, Giuseppe Coppola, ci parla di un gioco di ragazzi che diviene desiderio e amore e dal quale traspare il concetto filosofico sulla caducità della felicità. Il secondo cantato dalla giovane coppia, anche in vita, Lino Flagiello e Fabiana Fisciano ci mostra il dispiacere di un figlio, verso la pur bella mamma Napoli, alla quale continua ad asciugare lacrime amare. Questi tre giovani artisti sono guidati da anni da Piero Catalano, poeta, attore e musicista, di provata tradizione napoletana e peraltro autore del testo di “Mamma Napoli”. Altri brani sono in preparazione.

Siamo in “Centro”

TANGOMARIA DI ANTONIO CESSARI – GORAN KUZMINAC – INTERVISTA RADIO 1 NEW YORK AL CANTAFESTIVALGIRO.

GORAN KUZMINAC, ARTISTA GENTILE, E LA MUSICA DI “NICCHIA” IN UN TANGO DEDICATO ALLE DONNE.
Giovedì 1 giugno, il Cantafestivalgiro Forever, 2017 della Mario Serafino Production, alle 21, sul canale 161, digitale terrestre, e in contemporanea su Radio 1 New York, in streaming, ospiterà tra gli altri il cantautore di origine serba Goran Kuzminac che interpreterà un brano di Antonio Cessari “Tangomaria”. Kuzminac, abruzzese di adozione, entrò nella RCA nel 1976 e raggiunse presto una forte notorietà vincendo nel 1978 il festival di Castrocaro con “Stasera l’aria è fresca”. Di lì una serie di successi e di dischi, di concerti e di collaborazioni artistiche di grande spessore. Ma forse non ha raccolto tutto quanto meritava, considerata in più la sua bravura come chitarrista e maestro del finger picking. Anche Cessari in quegli anni entrò nella RCA e sarebbe dovuto tornare. Preferì, però, lavorare in banca e lasciare le speranze artistiche di cantautore da parte. Ha continuato però a comporre e negli ultimi anni i suoi brani sono stati interpretati da giovani e valenti artisti. Due sigle al Cantafestivalgiro di Mario Serafino e due successi a “Musica ControCorrente” e al “Festival degli autori di Sanremo”. Solo ora un cantautore di successo, Kuzminac, che possiamo definire gentile, gli ha dato il piacere di interpretare un suo brano “Tangomaria”, dedicato all’infinita tolleranza delle donne, che peraltro ha vinto il premio come miglior testo nel 2016 (il video è su Youtube). Proprio il fatto di essere rimasto un funzionario di banca ha portato Cessari a creare, come compositore, uno stile personale rispondente più a canoni di vita vissuta che non a codici già tracciati. Ed in sostanza anche questa può essere una delle definizioni della musica di “nicchia”. Né per altro una musica poco accessibile perché astrusa ma piuttosto una canzone per un pubblico non numeroso e quindi una musica poco commerciale che non andrà quindi ad interessare i grossi Festival o Talent. Questo è veramente il segno distintivo. Fino a quando una voce non si fa inquadrare ma rimane alternativa è una voce di “nicchia”. Ciò è difficile poiché chiunque ha un po’ di successo o visibilità cambia normalmente anche il genere della sua musica. Certo è arduo non essere contaminati, anche per giustificate motivazioni economiche, dal mondo fulgido della canzone “sanremese” che trascina in una musica sempre uguale a sé stessa, diventando una materia amorfa o un ammasso di colori. Una canzone deve possibilmente creare emozioni come il film che scatena la lacrima, non meravigliare con i suoi effetti, tanto meno spaventare con i suoi sballi. Questo tipo di musica o di canzone diventa quindi un’arte povera che, pur avendo un suo valore intrinseco, trascende lo stesso brano musicale e quindi non deve abbattere o spaventare i compositori se viene appellata di “nicchia”. Né deve esaltare, chi la coltiva, più di tanto da diventare un vanto di natura elitaria. Ma essere soprattutto una chiara alternativa alla canzone distraente di oggi, sia cover che quella senza grosso significato, che facilmente poi si dimentica. Altri brani sono in uscita e ci auguriamo che aumentino i luoghi, ben riconoscibili, ora molto pochi, dove si possa dare spazio ai tanti giovani che fanno una buona musica di “nicchia”. E sarebbe anche interessante vedere sui canali anche secondari della Rai, di Mediaset o di Sky qualche trasmissione sulla musica non commerciale.

IL FATTO NUOVO

Ancora un altro filone musicale, si potrebbe dire? Ma se resta un fatto, così concepito, potrebbe invece dare significato ad un percorso artistico finalmente di novità, quindi, di forte differenziazione per la promozione di reali nuove tendenze musicali, anche alternative, perché nate proprio dal basso, senza condizionamenti, che soprattutto lascino pensare e riflettere. Qualche voce esiste ma è purtroppo ancora isolata e nascosta. Queste voci non dovrebbero farsi inquadrare ma rimanere alternative. Anche ciò è difficile poiché chiunque ha un po’ di successo o visibilità cambia normalmente anche il genere della sua musica. Certo è arduo non essere contaminati, una volta conosciuti, dal mondo fulgido della canzone “sanremese” che trascina in una musica sempre uguale a sé stessa, diventando una materia amorfa o un ammasso di colori. Ma la canzone deve possibilmente creare emozioni come il film che scatena la lacrima, non meravigliare con i suoi effetti, tanto meno spaventare con i suoi sballi. Questo tipo di musica o di canzone diventa a volte un’arte povera che, pur avendo un suo valore intrinseco, trascende lo stesso brano musicale e quindi non deve abbattere o spaventare i compositori se viene appellata di “nicchia”. Né deve esaltare, chi la coltiva, più di tanto da diventare un vanto di natura classista. Ma essere soprattutto una chiara alternativa alla canzone distraente di oggi, sia cover che quella senza grosso significato, che facilmente poi si dimentica.

I LUOGHI PER LA CANZONE

Bisognerà, pertanto, creare, luoghi appositi, come fu il Folkstudio, dove le nuove leve possano   esibirsi e possano segnalarsi, come accade sui campetti di periferia per i giovani calciatori, come nuovi talenti emergenti. Ma la loro forza dovrebbe essere il messaggio. Cioè chi propone una canzone così descritta deve essere pronto a rischiare e a cantare anche per pochi e per poco ma ritrovando lo scopo e la forza per proseguire proprio in ciò che esprime, sentendosi un tutt’uno con il brano. Nel 1962 si ricorda che uno sconosciuto Bob Dylan si esibì proprio nel Folkstudio davanti a quindici persone senza compenso. Certo non è semplice ma bisogna resistere. Pare che i locali che si occupano di dare spazio a giovani cantautori o ad artisti sconosciuti sono molto pochi, proprio perché si ha paura di bucare le serate organizzate. Almeno nelle città più grandi con un po’ di coraggio, ma mica tanto, un tale posto lo si può far nascere. Esso dovrebbe trarre la sua fama proprio per la sua esclusività e questa dovrebbe essere la prima fonte di notorietà. Cioè un locale pubblico o un circolo privato, aperto al pubblico, dovrebbe richiamare gente proprio per serate di qualità, presentate da cantautori o da gruppi, con programmazione di musica inedita. Inoltre il locale potrebbe essere dotato anche di apparecchiature per riprese in streaming che porterebbero ulteriore pubblicità sia al circolo che all’artista, con trasmissioni live e on demand in rete. Ma anche una rete televisiva regionale, una radio o un giornale potrebbero affiancare una tale iniziativa, il tutto per la produzione di pubblicità diretta ed indiretta e visibilità per quanto si muove dentro ed intorno a tali serate. Non dimentichiamo i social che, al giorno d’oggi, potrebbero dare una forte mano ad iniziative del genere, anche pensando a blog o siti nei quali si respiri aria di rinnovamento. Ciò finirebbe col creare prima o poi un movimento, persino d’élite, tanto che esso stesso venga ad identificarsi col locale e con tutto il resto.

FRUIZIONE NON SUPERFICIALE

Così la fruizione della canzone dovrebbe essere meno superficiale, tanto da non rappresentare solo un momento effimero e spiccatamente di evasione. La canzone deve affondare la propria creatività nelle radici culturali della società. E se vuole essere didascalica, educativa, deve rispecchiare non solo la moda ma anche la storia, persino acquisire una certa sacralità tanto da divenire sacerdotale. Quindi non cantata da un cantastorie ma da una sorta di predicatore che dovrebbe trarre una morale da ogni evento descritto e affondare le radici del brano nella cronaca della società. Creare persino delle conferenze “musicali”, cioè canzoni commentate come era una volta il cineforum per i film. Questa canzone, per certi versi fustigatrice, potrebbe diventare commovente, pesante e pensante, certamente, almeno per alcuni, catartica, da andare oltre e più in profondità di quanto ha fatto la stessa canzone d’autore. Potrebbe anche non piacere a molti. Una canzone con i canoni ora evidenziati dovrebbe gustarsi quasi in religioso silenzio in piccoli ed accoglienti spazi tanto da lasciare finalmente riflettere e non solo stordire. Una canzone, quindi, che abbassi il volume e ci lasci godere la sua poesia. Lasciamo da parte, almeno per un po’, la musica che infastidisce con la persistenza del suo rumore.

CANZONE REALISTA E DI PROPOSTA

Con tali premesse è difficile che la canzone riacquisti la sua essenza primaria, quella di una creazione basata su fatti e su storie che capitano all’artista che li percepisce e tramite la sua poetica e la sua melodia ce li trasmette, quasi come storie da leggere, lasciando anche un ricordo ai posteri dei tempi e della vita vissuta. Il suono e anche il canto è un fatto naturale e universale come il linguaggio, che appare ovunque ci siano uomini. Quindi già con l’apparizione dei primi esseri umani sulla terra si può supporre che siano apparsi i primi canti. E non è lontano dalla verità, per altro confermato anche da antichissimi reperti archeologici, che questi primi canti fossero legati alla terra, alla popolazione, alle divinità. Pertanto già da migliaia di anni l’uomo ha avuto la necessità di cantare, unitamente all’amore, anche gli avvenimenti che lo circondano e lo colpiscono. I canti e, nei tempi più a noi prossimi, la canzone è diventata l’espressione migliore per descrivere la propria epoca. Si pensi ad esempio ai canti di guerra. E quindi quei compositori che restano nel solco del canto riflessivo, tramite la propria coscienza, riconducono l’effetto e il rispecchiamento dell’opera musicale nelle forze diverse che improntano la vita economica, l’ordinamento sociale, la storia, la cronaca. Proprio in questo modo una creazione individuale, come l’opera musicale, dovrebbe esprimere valori universali, di cui è plasmato lo stesso compositore, dei quali si nutrono e con i quali si confrontano tanti altri uomini. E in ciò consiste, in ultima analisi il ruolo di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Quando, caduti in basso quasi tutti i valori di riferimento, una nube di pessimismo si addensa sull’animo umano, l’artista deve cercare di elevarsi e con lui far elevare anche gli altri. E se proprio non vi riesce, almeno tenti di alzarsi sulle punte dei piedi.