L’ULTIMO CANTAUTORE E IL CANTAUTORE ULTIMO

Ai discografici, ai manager, ai produttori, a tutti quelli che si interessano al mondo musicale

Abbiamo conosciuto i cantautori nei primi anni ’60 e d’allora c’è stata una continua disputa su chi è realmente un cantautore. Alla fine si è trovato comodo dire che il cantautore è colui che canta le proprie canzoni. Il termine fu coniato nella RCA da Melis e Micocci per il lancio di Gianni Meccia nel 1959. Dai primi anni ’60, in Italia, si ebbe poi un susseguirsi di cantautori, da quelli popolari come Eduardo Vianello, a quelli impegnati come De André. In effetti i più di noi hanno pensato al cantautore come colui che scrive canzoni cosiddette d’autore cioè composte in una dimensione diversa, quella dell’artista, capace di suggerire forti emozioni e rinnovati stati d’animo, su temi profondi. La sua canzone, inizialmente, aveva una spinta creativa, poetica e musicale, non commerciale. Il poeta Mario Luzi, parlando di Fabrizio De André, scrisse che il cantautore, “si distingue dall’interprete di canzoni perché è anche ‘drammaturgo’ della sua performance; non solo ‘attore’, non sempre ‘regista’, ma comunque figura d’artista complessa. Nel cantautore c’è qualcosa del compositore, del letterato e del pensatore. Il suo è un mestiere, nel senso etimologico del termine, che attinge sapienza da un’eredità storica di grande tradizione”. Cioè mestiere come ministero, attività non soltanto volta al guadagno personale, ma come un ufficio indispensabile al servizio della comunità. Questa eredità proviene da predecessori quali i bluesmen del Sud degli Stati Uniti d’America, gli afroamericani che diventano cantautori raccontando la loro vita con il blues. Ma anche i folksingers, sia quelli europei che trasformano i canti popolari e contadini in canzoni, sia quelli americani che viaggiano come hobos (lavoratori stagionali) sui treni che corrono da un capo all’altro degli Stati Uniti. Da questi progenitori nascono gli chansonniers francesi e derivano i cantautori italiani. In più si aggiunge un altro fattore della tradizione quello dei cantastorie, i raccontatori ambulanti che, andando di paese in paese, portavano in giro storie di vita vissuta, cronache e leggende, trasformando le loro narrazioni in patrimonio comune. Ma ancor prima di questi abbiamo lontani precedenti quali gli aedi greci, i giullari delle corti, i menestrelli, i trovatori o trovieri. Ma ritornando a tempi più vicini a noi, bisogna ricordare alcune figure di artisti che sono stati gli antesignani dei cantautori senza saperlo. Da noi, tra gli altri, Armando Gill che presentava i suoi spettacoli con la celebre formula: versi di Armando, musica di Gill, cantati da Armando Gill.  L’americano Woody Guthrie che ha influenzato notevolmente Bob Dylan, Joan Baez, Bruce Springsteen. Lo chansonnier Aristide Bruant, conosciuto soprattutto per essere apparso in una locandina di Toulouse-Lautrec, nella quale viene rappresentato come un uomo dalla sciarpa rossa e dal cappotto e cappello nero, cantore amaro e pietoso dei miserabili, nei brani del quale si sentono già le atmosfere create dopo dai più famosi Brel e Brassens. Ho ricordato tutto ciò per guardare con attenzione il cammino del cantautorato, da quando non si riconosceva tale fino a quando ha preso coscienza di quello che rappresentava per chi ascoltava. Alcuni artisti hanno raggiunto mete altissime. Canzoni che lette e ascoltate, anche senza musica, hanno scalato le vette della più elevata poesia. Per questo, non a caso, a chi è stato ritenuto il più grande cantautore, Bob Dylan, è stato dato il Premio Nobel per la Letteratura “per aver creato nuove espressioni poetiche nell’ambito della grande tradizione della canzone americana”. Dylan, che a proposito dell’opera del citato Guthrie, ha detto “potevi sentire le sue canzoni e allo stesso tempo imparare a vivere”.  Ma oggi, qui, dopo aver ascoltato Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Franco Battiato, Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Fabrizio De André, Paolo Conte e pochi altri, cosa si può sperare per il futuro? Chi produce canzoni attualmente è portato a chiedere sempre rinnovamento e semplicità poiché la musica deve essere consumata velocemente e facilmente per produrne altra, per cui, pur coinvolgendoti in qualche modo, non ti fa pensare molto e ti lascia nella condizione di passare poi abbastanza velocemente ad un’altra. Infatti, le case discografiche, che pure hanno interesse a far conoscere giovani valenti e canzoni vincenti, devono cogliere spesso solo il lato, diciamo, “mercantile” del prodotto, cioè quanto esso riesca ad essere vincente al momento, tenendo presente che le esigenze del mercato richiedono sempre un continuo rinnovamento per la creazione continua di nuovi prodotti. In più, in questa epoca di incompetenza, di cultura mancante e di scarsa riflessione, non sono adatti al pubblico testi che lasciano pensare e musiche che non siano del tutto distraenti. Fanno quindi enorme successo canzoni tormentone e canzoni con poche e spesso insignificanti parole ma ripetute più volte, accompagnate, quasi sempre, da rap e reggaeton, con varie sfumature, che vorrebbero giustificare il cambiamento. Cosicché il manifesto contro il condizionamento delle Case Discografiche “A muso duro” del 1979, canzone di Pierangelo Bertoli, risulta oggi essere un appello inascoltabile contro “i dosaggi esatti degli esperti. In effetti, anche se si è liberi di scrivere quello che si vuole, nei fatti c’è una sostanziale pressione sull’artista che, se desidera avere successo, deve possedere, oltre ad alcune qualità di base, anche una notevole accondiscendenza ai piani dei manager, produttori e case discografiche. Chi guarda oggi, come negli ultimi anni, il mondo musicale si accorge che è un susseguirsi di mode (persino nella intonazione della voce) e di comportamenti preconfezionati, che gli stessi artisti sono costretti a seguire, anche quando sembra che compaia qualcosa di nuovo. Ma la funzione sociale di un cantautore è proprio quella di sentirsi in totale libertà come dice “A muso duro”. L’essenza primaria dovrebbe essere sempre di produrre una creazione basata su fatti e su storie che capitano all’artista, nella società che lo circonda, che li percepisce e tramite la sua poetica e la sua melodia ce li trasmette, quasi come storie da leggere, lasciando anche un ricordo ai posteri dei tempi e della vita vissuta. E in ciò consiste, in ultima analisi, il ruolo del cantautore, come si intendeva nel passato, di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Quello che diceva Dylan, a proposito dell’opera di Guthrie, “potevi sentire le sue canzoni e allo stesso tempo imparare a vivere”. Ciò che non succede oggi, purtroppo; anzi, la musica o la canzone sono diventate e considerate proprio un prodotto distraente, di sottofondo. Tant’è che la canzone si ascolta dovunque, mentre si fa una qualsiasi attività e persino quando si parla con qualcuno. A questo punto è difficile pensare ad un suo ruolo di formazione o di catarsi. Andando di moda, come detto, più una musica distraente, è ancora più difficile far sentire una voce del tutto libera, considerato che i testi hanno un valore molto limitato in confronto agli stilemi di valutazione odierni, basati persino sul personaggio più che sul brano. E comunque chi propone qualcosa di diverso dal branco pedissequo di coloro che escono dai talent, dai festival e dalle case discografiche, viene bollato sul nascere, per essere lasciato sempre nell’ombra, con la scusa che bisogna seguire le leggi del mercato. È facile immaginare cosa potrebbe capitare ad un cantautore attuale che volesse pubblicare un’opera simile alla “Buona Novella” di De André. Un’opera tratta da una lettura dei Vangeli apocrifi che rappresentava un’allegoria tra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e gli ideali etico-sociali del cristianesimo contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egualitarismo e di una fratellanza universali. I testi delle canzoni di De André, per altro, si studiano da anni nelle scuole. Ecco che il cantautore inteso nel senso di cui si è detto, pare che non ci sia più, i pochi rimasti producono sempre meno, né si vedono nuove risorse all’altezza, per cui quelli che abbiamo sentiti sono probabilmente gli ultimi. Ma finiscono col finire ultimi, tra artisti, tutti quei giovani che vanno ad intraprendere un cammino cantautoriale impegnato, nell’attuale ambiente musicale. Pertanto, purtroppo, il cantautore è ultimo sia per i tempi che per i modi. Produttori, discografici, manager, non concedetevi solo alle mode del momento; favorite un rinnovamento reale per una canzone che abbia senso, se non vogliamo perdere un genere ultracentenario, proprio in un momento in cui nella società c’è molto da dire.

Aristide Bruant (1851/1925)


Armando Gill (1877/1945)


Woody Guthrie (1912/1967)


Fabrizio De André (1940/1999)


Pierangelo Bertoli (1942/2002)


Bob Dylan (1941/vivente)

IL MONDO NUOVO

“HANNO CHIUSO I PORTI, HANNO CHIUSO LE FRONTIERE, MA ALL’ARIA INQUINATA NON IMPONGONO BARRIERE. VOGLIONO PLASMARCI UN CUORE DI PIETRA E LA NATURA E IL VERDE BUTTARLI DIETRO”.

Questi sono alcuni versi della nuova canzone “Il mondo nuovo” scritta insieme al giovane cantautore Fabio Luongo e che sarà pubblicata a breve su Youtube.
Il brano sarà cantato, da Fabio Luongo, per la prima volta in pubblico nella serata del 19 luglio prossimo a Rosolina Mare sul palco del Festival “Voci per la Libertà – Una canzone per Amnesty” giunto alla sua 22ª edizione.
Un utopistico titolo in un rock pressante che ha vinto la gara on line del Festival guadagnandosi il gratificante compito di aprire la manifestazione.
Il Festival “Voci per la Libertà” s’impegna da sempre verso i temi dei diritti umani e tutti quei valori che oggi sembrano perdersi. E per noi che scriviamo un tipo di canzone che cerca di far pensare e non solo distrarre è una grande soddisfazione non solo ricevere un premio ma averlo nel luogo più indicato.
Il 6 settembre 2014 scrivevo sul mio blog www.antoniocessari.it
“Per chi compone e comunque per qualsiasi artista, piccino o grande che sia, che crea qualcosa, è sempre necessario che produca, anche nel suo piccolo, una catarsi in coloro che lo ascoltano o lo guardano. Ed è proprio questa la funzione dell’arte, particolarmente al giorno d’oggi, dove, caduti in basso quasi tutti i valori morali di riferimento, una nube di pessimismo si addensa sull’animo umano.
Cioè l’artista deve cercare di elevarsi e con lui fare elevare anche gli altri. E se proprio non vi riesce, almeno tenti di alzarsi sulle punte dei piedi”.

IL PRIMO DELLA CLASSE E LA CANZONE DI “NICCHIA”

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Il mio percorso scolastico ha avuto diverse fasi. Nella scuola elementare e media sono stato sempre tra i primi della classe e capitavo ai primi banchi. Al ginnasio ed al liceo ho finito spesso con l’essere tra gli ultimi e situato agli ultimi banchi. L’università poi l’ho fatta fuori tempo massimo, cioè quando già lavoravo, quindi proprio fuori dai banchi, però sono riuscito a prendere due lauree. Ritengo, se vado indietro nel tempo, che sono stato tendenzialmente timido, riservato quando i risultati scolastici mi premiavano mentre esuberante, estroverso quando mi erano contro. Eppure la mia modesta “carriera artistica” al contrario è stata all’aperto da giovane ma per poco tempo e al chiuso da anziano per molto più tempo. Pochissimo come teatrante e un paio di anni come cantautore, sul palcoscenico. Da anni, come autore di canzoni, fuori dal palco, diciamo a casa. La considerazione che faccio è che invecchiando, come spesso succede, si ritorna quasi bambini. Infatti la tendenza che avevo da ragazzo ad essere timido e riservato naturalmente si è accresciuta nel caso della composizione di canzoni, ancora peggio per un genere “di nicchia”. Infatti la definizione più comune di musica di nicchia è quella di musica per pochi. Ne deriva immancabilmente una certa riservatezza artistica. Da questa ne scaturisce subito un’altra: la propensione all’analisi. Si guardano le cose sempre in modo diverso, non diciamo migliore ma diverso da come le può guardare un altro compositore. Personalmente ho definito la canzone di nicchia “non canzone minore ma diversa”. Spesso infatti la mia abbandona la fantasia per dedicarsi ad una puntuale costruzione a gradini sul tema. Diventa così una canzone mai semplicistica ma accurata, minuziosa, precisa, profonda. In questo modo i miei testi finiscono per calarsi spesso nella realtà per cui ne vien fuori a volte una canzone realistica e per certi versi dura e pungente. E come da giovane ho penalizzato gli studi per passatempi e lavoro così da meno giovane il palco per la composizione. Resta comunque in me l’uomo normale e l’artista insieme. Tracciata la frontiera tra queste due dimore, che sembrano, a volte, incompatibili solo a chi non sappia riconoscere la fecondità degli influssi reciproci, ho continuato ad abitare quel limite, rivendicando per questo la mia condizione di compositore di confine (di nicchia) più in debito verso il mondo artistico che verso la famiglia e il lavoro. Pertanto se da un lato ho penalizzato la partecipazione allo spettacolo, restando appunto un po’ nascosto, proprio per questo ho avuto modo di scrivere più vicino alla gente, alla cronaca. Certo essere autore di nicchia non è come essere il primo della classe. Beh, pazienza.

SANREMO DOCET: INCOMPETENZA, SEGRETEZZA, BRANI SVELTINA.

Sono dispiaciuto ma è normale, dopo che un mio brano è stato bocciato dalla giuria di Sanremo Giovani. Approfitto, però, dell’occasione per fare alcune osservazioni sull’universo musicale. Cose, per altro, che scrivo da anni su www.antoniocessari.it. Ma chi dovrebbe ascoltare se ne frega. Eppure non sarebbe sbagliato che a Sanremo ci fosse più trasparenza, soprattutto pensando ai tanti ragazzi che più di me sono rimasti delusi e a tutti quelli che ogni anno protestano per i risultati.

INCOMPETENZA. Quest’anno, pare, che dalle finali regionali e interregionali, dove hanno partecipato parecchie migliaia di concorrenti, siano giunti al Palafiori circa un migliaio di giovani con in tasca le loro canzoni. Da questi ne sono stati scelti 225 che poi dovrebbero diventare 70 fino ad essere due per il palco di Sanremo. Prima di ogni altra considerazione mi sembra necessario dire che un concorso a livello nazionale di tale portata, che si ripete ormai da anni, dovrebbe essere trattato come un concorso statale, visto anche che c’entra la RAI. Cosa che dovrebbe avvenire pure per i Talent di portata nazionale. Almeno nella fase sanremese dovrebbe essere prevista una giuria di persone realmente competenti e spartane come avviene per tutti i concorsi pubblici e non certo soggiacenti alle volontà delle Case Discografiche, alle quali, pare, si attribuiscono, a priori, parecchi posti. Cioè dovrebbe essere composta da maestri dei Conservatori statali, particolarmente, professori dei corsi della Popular Music, questo per la musica e voce. Da professori di lettere delle nostre Università, per i testi. Da sconsigliare, quindi, grandi musicisti e compositori attuali che potrebbero far parte o essere vicini alle Major. Da insegnanti delle Accademie e delle scuole di recitazione italiane per l’immagine e l’interpretazione.

SEGRETEZZA. Dopo l’esibizione sarebbe opportuno, forse necessario, che la giuria desse informativa sulla bocciatura, questo proprio per far capire e quindi far migliorare il concorrente per il futuro.  Rifugiarsi in una sterile segretezza, mi pare inutile, se non nocivo per l’immagine stessa delle giurie.

BRANI SVELTINA. Da un lato i grandi della musica leggera (autori, interpreti, musicisti, giornalisti, critici, produttori, ecc.), ma gli stessi organizzatori, delle grosse manifestazioni canore, più o meno noti, ci ripetono sempre che la musica ha bisogno di reali novità per colpire e rimanere impressa nella mente dei fruitori. D’altro lato io, come milioni di fruitori, non ricordo più, anche dopo pochissimo tempo, buona parte dei brani che arrivano sul palco di Sanremo e di quelli dei finalisti dei più famosi Talent. Allora cosa dobbiamo pensare che questi nuovi artisti e queste nuove canzoni non siano delle reali novità e perché allora hanno raggiunto la vetta? Forse è molto probabile che pochi arrivano alla meta per merito, cioè per reali qualità (novità e leggerezza), sempre che queste siano le reali novità e qualità o che esse siano la forma migliore per far ricordare un brano. Ma, piuttosto, su segnalazione dei grossi gruppi discografici e dei potentati della musica leggera che forse, pur pensando di avere chiari i concetti relativi alle qualità delle canzoni, o non le sanno riconoscere (cosa molto grave), o all’occasione sono costretti a non tenerle presenti, perché distratti a seguire qualità esterne ai brani che poi  sono cose che non portano frutti, alla lontana, almeno per il pezzo, o che vogliono una canzone che colpisca, per vendere, ma che, d’altro canto, si digerisca presto per venderne altre. Chi ha approfondito un po’ questi argomenti può ben dire che chi produce musica attualmente è portato a chiedere sempre rinnovamento e semplicità poiché la musica deve essere consumata velocemente e facilmente per produrne altra, come, mi si perdoni il termine, una sveltina, che, pur coinvolgendoti in qualche modo, non ti fa pensare molto e ti lascia quindi nella condizione di passare poi abbastanza velocemente ad un’altra, lasciandoti ricordare solo i grandi amori (cioè imponendo e  preservando il mercato delle cover). Infatti, le case discografiche, che pure hanno interesse a far conoscere giovani valenti e canzoni vincenti, devono cogliere spesso solo il lato, diciamo, “mercantile” del prodotto, cioè quanto esso riesca ad essere vincente al momento, tenendo presente che le esigenze del mercato richiedono sempre un continuo rinnovamento per la creazione continua di nuovi prodotti. In più, in questa epoca di incompetenza e di scarsa riflessione, non sono adatti al pubblico testi che lasciano pensare e musiche che non siano del tutto distraenti.

In conclusione, per me se ci fosse, per assurdo, una giuria composta da Mozart, Beethoven e Chopin, Dante, Petrarca e Boccaccio, De Sica, Fellini e Pasolini sarei sicuro della competenza e delle intangibilità dei giurati. E se qualcuno dice che si tratta di una giuria “antica e pesante”, allora resta solo da farsi esaminare direttamente dalle case discografiche.  Mi sembra, però, proprio quello che si è visto finora. Una canzone raggiunge il palco di Sanremo sempre e solo con l’accompagnamento di una……Major.

COMPLIMENTI, CONGRATULAZIONI

Complimenti, congratulazioni a Fabio Luongo semifinalista nazionale Area Sanremo Tour, con la mia canzone “Tiempo ‘e ‘na vota”.

‘E la terza volta che un mio brano arriva a Sanremo ma la prima in napoletano.

Adesso dovremo approntare due brani inediti per lo sforzo finale.

Ma il ragazzo è tenace.

Compiuti da pochi giorni 30 anni, Fabio Luongo è nato a Napoli ma oramai da anni vive a Pescara. Autodidatta, suona la chitarra e canta fin da bambino. Ora ha un preparato gruppo musicale che lo accompagna. Interpreta suoi brani e miei ma anche quelli dei cantautori napoletani Pino Daniele e Eduardo Bennato

Cantafestivalgiro – Brani presentati

L’ultima delle dieci canzoni presentate al Cantafestivalgiro di Mario Serafino, che continuano a vedersi sui canali Sky.
Un grazie a Mario per il suo invito ed un grazie ad Andy Hill Micarelli che ha interpretato magistralmente questo mio
brano di qualche anno fa, nuovamente arrangiato per l’occasione.

Il breve racconto di un femminicidio di una ragazza di 18 anni che lascia al mondo ricordi e sogni, sorrisi, amore, dolcezza e favole, in una magistrale interpretazione di Andy Hill Micarelli con Federica Carducci

Quando la canzone diventa cronaca

Gioventù svanita……purtroppo

Eccomi, dopo 40 anni…..

Il mare scuro di sera con un po’ di fantasia è lo stesso in ogni città e può ricordare anche la nostra lontana.
E nell’ora che il cuore si intenerisce vengono fuori ricordi personali e considerazioni sulla vita.

“L’ho rivista” Il paradigma di un amore non più possibile di cui resta, però, forte il ricordo.
Un’altra superba interpretazione di Andrea Belisari del
Conservatorio Statale di Musica “L. D’Annunzio” Pescara

“Napule nunn’è” Un’immagine diversa di Napoli, fuori dai soliti stereotipi. Una città accogliente, che soffre e che lavora e che non ha avuto mai paura.

“Il tempo perduto” Il desiderio di trovare un castello fatato dove poter cambiare il nostro passato, vivere “la vita in modo diverso nella speranza e fiducia persa”.

“Ciro bello ‘e mamma” E’ la storia di Ciro Lettieri, quattordicenne di Cercola, che a metà dicembre ‘78 morì sotto una pressa. Non il primo ma purtroppo nemmeno l’ultimo degli incidenti sul lavoro, spesso a causa del lavoro nero.

TROPPA GRAZIA SANT’ANTONIO…

Lino Gallo, eccentrico chitarrista negli anni ’70, col quale ebbi il piacere di suonare, ora affermato architetto, mi ha definito ieri, nell’augurarmi buon onomastico “il cantore dei nostri tempi”. Per chi fa musica inedita di confine (tra spettacolo e realtà) è un piacere ricevere apprezzamenti giusti. Ormai, dopo circa dieci anni che ho ripreso a fare canzoni, ho incontrato sulla mia strada, come prevedibile, diversi ostacoli. Concorsi truccati dove hanno bollato miei brani, musicisti che hanno avuto, diciamo, paura di suonarli o di cantarli, alcuni giornali e radio che si sono rifiutati di pubblicizzarli. Per altro verso ho trovato, nel mio piccolo, diversi riconoscimenti. Non sto qui ora ad elencare ma voglio solo ricordare gli appuntamenti per ascoltare le mie canzoni. Il Cantafestivalgiro di Mario Serafino oggi fa ascoltare, come ogni giovedì due miei brani. Alle 12,09 sul canale 828 della piattaforma Sky, con copertura europea, “Napule nunn’è” cantato da Giovanni Principe e Federica Carducci, in onda già ieri alle ore 1,09. Stasera alle 21, su Canale Italia 161 della digitale terrestre nazionale ci sarà il gradito ritorno di Andy Micarelli che interpreterà in un video “Ore 23” e giovedì prossimo “Le nostre città”. Radio Speranza di Pescara mi fa spesso l’onore di trasmettere le mie canzoni nel Programma di Annapaola Di Ienno del martedì ore 9,30 e 19,03 e della domenica alle 18,50.

IERI SERA HO VISTO PINO

Avevo una mia canzone in programma sul digitale terrestre ma ho preferito vedere tutto il concerto dedicato a Daniele. Ubi maior minor cessat. In questo caso meglio dire “cessar”. Pochi concetti e qualche ricordo. Visti i commenti di molti amici e conoscenti, musicisti ed artisti napoletani e non, è quasi inutile esprimerne un altro. Voglio però dire qualcosa che non ho visto nei commenti. ‘E sbagliato ammassare una quantità di artisti pur bravi nei loro repertori per fare delle cover di un artista immenso, difficilmente imitabile. Alcuni dei migliori hanno fatto proprio una magra figura. Per altro per cantare bene le canzoni napoletane ci vuole un napoletano che sappia parlare bene il dialetto. Quindi è preferibile, per cercare di onorare al meglio un artista scomparso, preparare in suo onore un brano proprio, come pochi hanno fatto. Pino avrà detto “ma chi ce li ha mandati”. Il popolo dello stadio, distratto dall’evento e dalla ricorrenza, vi era anche uno scopo benefico, ha perdonato ed ha ammirato nel suo complesso il tributo, pur se organizzato con molta approssimazione. Un consiglio indirettamente va anche ai giovani musicisti che fanno cover e ce ne sono tanti. Meglio qualche umile brano di loro composizione ma sentito, che non una cover di un grande artista mal interpretata. Alla fine del concerto sul palco del Sanpaolo ho visto alcuni musicisti che ho conosciuto personalmente ed in particolare mi ha destato emozione rivedere Roberto Giangrande, cognato del grande artista, che suonò con lui nei primi tempi, ottimo bassista ed uomo perbene, con il quale ho avuto il piacere di suonare alla fine degli anni settanta. Nella sua casa di Piazza Medaglie d’Oro al Vomero ebbi la fortuna e l’onore, tra l’altro, di conoscere e trattenermi proprio con Pino Daniele.

POSTARE O NON POSTARE QUESTO E’ IL PROBLEMA

E’ meglio restare nell’anonimato e guardare solo quello che avviene sui social o è preferibile postare le proprie idee e commentare quelle degli altri? Certo che se si fa parte, in qualche modo, del villaggio globale non si può rimanere nell’anonimato facendo la figura del guardone. Ma anche una sovraesposizione con interventi a volte inutili non è strada da seguire. La nostra propensione a partecipare a conversazioni o piccoli dibattiti che si aprono quotidianamente non è errata. Lo scopo primario, se vogliamo, è di essere in qualche modo presenti e di trasmettere, ognuno nel gruppo (grande o piccolo) di amici le proprie idee, i propri prodotti culturali e materiali, osservando quelli altrui, come avviene in una piccola o grande comunità. Chi, infatti, non vuole partecipare, non si iscrive ad un social ed è un peccato poiché potrebbe dare probabilmente un contributo. Quindi è preferibile, laddove si ritiene, intervenire, non solo con un “mi piace” ma ancora meglio, proporre temi propri, anche se modesti, più che condividere messaggi altrui, a volte stupidi, maldicenti, senza un minimo di approfondimento, e persino osceni o violenti. Da un lato bisognerebbe comprendere che non ci si può, non essendo in casa propria, abbandonare a qualsiasi cavolata, né, per converso, illudersi di essere dei nuovi profeti ma confrontarsi, nel limite del possibile, con tutti, nel rispetto della propria e dell’altrui dignità. Specie chi partecipa a piccoli dibattiti politici o sul calcio, cioè temi sui quali più facile è un’opinione, anche non strettamente tecnica, non si limita ad intervenire soltanto ma pretende a volte di violentare il pensiero altrui. Partecipare non è mai male ma calpestare la dignità dell’altro osservatore è cosa grave.