Chi sono gli eroi

In questa società del chiasso, del frastuono, del comparire gli eroi sono proprio quelli che non fanno parlare di sé, sono quelli che in silenzio portano avanti la famiglia in una quotidianità a volte anche mediocre.
Questi che pure parlano poco e si lasciano spesso sfruttare, non certo hanno perso la loro dignità, per cui avvertono il peso del tempo che passa senza grosse soddisfazioni sperando a volte con rabbia in un tempo nuovo. Il genere folk-rock si associa bene ad un pezzo quasi di protesta che si augura un domani migliore per la gente umile.

Quella munnezza…di Ciro

E’ la storia tragicomica di Ciro che vive in un paese della Campania.
Per rimanere legato alla sua terra d’origine viene abbandonato da moglie e figli che non sopportano i miasmi dell’immondizia che arriva spesso anche ai primi piani delle case. E’ anche la storia di un emigrante che inizialmente al Nord, dove va per lavorare, viene trattato come una munnezza e quando torna al suo paese lo trova pieno di “ricordini” tossici piovuti proprio dal Nord o dall’estero e che qualche “benpensante” ha fatto sotterrare lì nei pressi.
Si potrebbe dire che mentre Ciro sale al Nord la munnezza scende al Sud e poi nessuno la vuole più indietro. Chi sa se mai finiranno gli effetti nocivi della cattiva gestione dell’immondizia.
Resta a Ciro un’amara consolazione: lasciarsi fotografare con un cumulo di rifiuti come sfondo.
La colonna sonora del brano ora triste ora allegra, sembra accompagnare perfettamente la tragicomica storia di Ciro

17 marzo 2011

In questo giorno di festa l’Italia si presenta con virtù e difetti ricordando le cose salienti della sua giovane vita dalla nascita regale a Torino ai suoi tre compleanni.
1911 la guerra in Libia. 1961 i primi tentativi di governi locali di centrosinistra.
2011 è costretta a rifare la guerra in Libia dopo cento anni.
Ma la cosa più grave è la mancanza di una politica per i giovani per cui si spera in un risveglio di tutti affinché questo compleanno non venga ricordato solo per cose spiacevoli e sgradevoli.
Dal punto di vista musicale il pezzo viene ben rappresentato. Ci da l’idea di un inno, di una marcia rock che accompagna le parole ora gravi ora più lievi.

‘o cecate

Fine anni 50′ inizio anni 60′. Chi passava a Napoli per piazza del Gesù, nel centro storico della città, notava nella mattinata, davanti alla chiesa, un cieco del tutto particolare. Aveva sempre lo sguardo fisso nel vuoto, il sole gli bruciava il viso, suonava magistralmente la fisarmonica. Si diceva che era lì portato dai familiari a prima mattina e lasciato per lunghe ore affinché i passanti gli dessero l’elemosina. Si diceva anche che quando guadagnava poco, arrivato a casa, c’era chi lo sgridava e in qualche caso lo percuoteva.
Il paragone con la città era obbligatorio; una città che spesso nelle varie epoche anche recenti, si è lasciata andare alla sua cecità, ai suoi luoghi comuni, strizzando l’occhio a chi si arrangiava invece di darsi da fare, non accontentandosi più dell’elemosina né di farsi sfruttare.
L’arrangiamento musicale ci porta proprio nei vicoli del centro con le sue incomprensibili voci ed il ritmo cadenzato esalta la tristezza dei contenuti.

Ricordi, io c’ero #3

Cantautori alle cui esibizioni ho avuto il privilegio di assistere: Claudio Baglioni, Franco Battiato, Lucio Battisti, Edoardo Bennato, Fred Bongusto, Angelo Branduardi, Franco Califano, Riccardo Cocciante, Fabio Concato, Paolo Conte, Lucio Dalla, Pino Daniele, Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Sergio Endrigo, Ivano Fossati, Giorgio Gaber, Rino Gaetano, Ivan Graziani, Francesco Guccini, Enzo Jannacci, Bruno Lauzi, Amedeo Minghi, Domenico Modugno, Gino Paoli, Ron, Enrico Ruggieri, Vasco Rossi, Luigi Tenco, Roberto Vecchioni, Antonello Venditti, Renato Zero, Zucchero.

collagecantautori

Ricordi, io c’ero #2

Ci sarebbe ancora molto da raccontare ma  il tempo della cosiddetta maturità, per il momento, lo lasciamo da parte. Diciamo che, come tanti, ho trovato un lavoro, mi sono sposato, ho avuto dei figli.
Ho preferito, in questo spazio, invece, mettere in evidenza quei particolari della mia vita che ho ritenuto, per qualche verso, più interessanti e in tale logica ne aggiungo ancora un paio.
A proposito di preti nel 1974, quando vivevo a Catanzaro per lavoro, attratto da un manifesto, andai a sentire una conferenza di Padre Ernesto Balducci. Nella sala ad ascoltarlo tra gli altri c’erano anche sacerdoti e suore. Quando comparve, lo vedevo per la prima volta, mi parve alto più di quanto lo era e quando incominciò a parlare ancora di più. Esordì dicendo: ”sono nato contadino e proletario ora purtroppo sono un prete”. Non tutte ma alcune suore si alzarono e andarono via. Peccato, non ebbero il tempo di sentire la spiegazione semplice di quelle parole: il prete rappresenta spesso per la gente un simbolo del potere diversamente dal proletario o dal contadino. Da allora ho letto e seguito Padre Balducci, un prete che ha saputo collegare magnificamente l’impegno evangelico e morale con l’impegno civile.

balducci
Poi il Festival dell’Unità del 1976 con  l’indimenticabile concerto degli Inti Illimani e il memorabile discorso di Enrico Berliguer ad una folla sterminata di napoletani raccolti nello spazio della Mostra d’Oltremare. Il grande Enrico terminò il discorso dicendo: “la festa è finita adesso andiamo a lavorare”.
E su Napoli che ritengo la mia città, là ho vissuto dal 1949 al 2001, pur non essendovi nato, che ricordo pure in alcuni miei testi, voglio esprimere qualche modesta opinione.

Proprio partendo dal discorso di Berlinguer,  che diceva, che la città avrebbe potuto dare e poteva dare tanto per il suo pregresso, le sue risorse naturali,  il patrimonio artistico, il potenziale produttivo, le sue energie culturali e scientifiche. Tutto sembrava, alla fine degli anni ’70 che dovesse dar seguito alle parole dell’indimenticabile Enrico.

La giunta di sinistra Valenzi, nel campo politico, un risveglio delle attività economiche. Sopratutto un risveglio delle attività culturali e ancora di più dello spettacolo. Napoli in quegli anni era una fucina di iniziative culturali e di spettacoli impegnati, con circoli che si formavano, gruppi musicali e cantanti emergenti che spuntavano.

valenzi

Per l’aspetto preminentemente musicale bisogna ricordare l’opera di ricerca del Maestro Roberto De Simone, conosciuto di persona, e della Nuova Compagnia di Canto Popolare iniziata già nel 1967, ma di cui la massa vide i frutti solo negli anni ’70, fino alle entusiasmanti esibizioni della Gatta Cenerentola e della Cantata dei Pastori, alle quali ho assistito. Diciamo che De Simone e la NCCP aprirono una strada nuova in cui prese corpo anche la riscoperta del vecchio.  Infatti mentre spuntavano vari gruppi folk-rock prendevano piede anche parecchi gruppi di musica popolare e qualcuno mescolò anche i due generi come ad esempio i Popularia, poi confluiti nell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore.

desimone popularia

Della formazione faceva parte Gennaro Petrone che ha suonato anche nel mio gruppo che formai proprio in quell’epoca. Insomma mentre spiccava Pino Daniele, la gente ascoltava volentieri anche Roberto Murolo, entrambi da me conosciuti personalmente. Ma quest’aria di rinnovamento, questa ventata di novità, quest’impulso che a noi trentenni dell’epoca sembrava irrefrenabile ad un certo punto si fermò  e come in altri periodi della storia napoletana un altro rinascimento fu seguito da una caduta in basso.  Non si capisce se questo popolo spesso dorme sugli allori e resta cieco davanti a ciò che lo circonda, come scrivo nella canzono “’O cecato”.

pinodaniele murolo

Forse sarà stato anche il terremoto dell’ottanta che ha segnato i corpi e le menti, certo è che ancora adesso mi dicono gli amici napoletani che c’è poco di entusiasmante in città. Il terremoto mi colse a casa di Gino Mastrocola, caro amico e ottimo musicista, con  il quale stavo componendo una canzone,  al settimo piano del suo appartamento. Quando il palazzo di cemento armato si piegò fino a toccare quello di fianco, sembrò che la città si volesse scrollare di dosso tutte le cattiverie, la camorra, gli imbrogli dei politici e non, una certa pigrizia, il disordine, l’immondizia, il vittimismo, il fatalismo ma così non fu. Anzi nel tornare di corsa a casa, sentivo come gli altri  un’aria irreale, annebbiata, torbida, quasi puzzolente, e con il cuore in gola  raggiunsi la mia famiglia. Il giorno dopo il terremoto, al Vomero Alto, due bar diedero la misura di una Napoli vecchia che lasciava posto ad una nuova. Uno distribuiva con il caffè i cornetti gratis un altro a pochi metri se li faceva pagare il doppio.

terremoto

Per finire voglio comunque qui segnalare, proprio nello spirito da cui siamo partiti, cioè io c’ero, alcuni episodi che ho vissuto in prima persona, direttamente legati  al mondo dello spettacolo.

1) Lo spettacolo “ Bontà di Napoli” in cui partecipò Totò e una giovanissima Sofia Loren al teatro San Carlo. Questi spettacoli degli anni ’50 erano dati per raccogliere danaro per i poveri.

toto

2) Uno spettacolo alla piscina Scandone, finale “Ondina Sport Sud”, concorso destinato alle giovani miss delle spiagge campane, in cui Adriano Celentano buttò in piscina, senza motivo, Guidone, uno dei ragazzi del Clan, molto grasso. Il pubblico napoletano non gradì e non lo voleva far più cantare; tra epiteti irripetibili, lo  apostrofò pure “ignorante”. Trent’anni dopo ha scritto un album……”Il re degli ignoranti”.

celentano ignoranti
3) un concerto dell’ineguagliabile Benedetti Michelangeli al teatro San Carlo. Dopo qualche anno non ha voluto più suonare in Italia solo perché gli fecero pagare le dovute tasse.
4) al Conservatorio credo il primo o uno dei primi concerti della Nuova Compagnia di Canto Popolare nella prima e insuperabile formazione. La sorpresa per me e per quasi tutta la sala gremita fu nel sentire questa nuova musica che aveva qualcosa  di antico, quasi di magico e di sacro.

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5) un “Masaniello” in movimento interpretato da Mariano Rigillo e una giovanissima Lina Sastri nel cortile della Reggia a piazza Plebiscito. Anche qui per quasi tutto il pubblico fu una sorpresa sia per le musiche, sempre di De Simone, ma sopratutto per gli attori che si muovevano recitando e cantando nelle sale e nei cortili della reggia.

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6) al Politeama il primo spettacolo con Amalia Rodriguez e Roberto Murolo con un strepitoso duetto finale.

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7) gli spettacoli di Giorgio Gaber al teatro Politeama. Egli, con la mano del geniale Sandro Luporini, ci ha fornito il segno di come un artista possa anche essere un poeta , come, per la verità, altri cantautori.

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8) le commedie di Eduardo con Pupella Maggio al teatro San Ferdinando. Nel foyer del teatro ebbi modo di vedere la Maggio che baciava la mano al grande Maestro. Si diceva che era normale. Mi chiedo: perché uno così grande non riuscì a recarsi al capezzale di Peppino morente?

eduardo
9) la festa e la commozione del popolo per il primo scudetto al Napoli. Non  potevamo crocifiggerci se, con i tanti guai della città, sia capitata….quella mano di dio a distrarci per un po’.
E un lungo elenco di cantanti, attori, artisti di fama internazionale che ho visto esibirsi.

scudetto
Posso dire di essere stato fortunato nel vivere in quest’epoca e a poter vedere interpreti di tal fatta. Quando lo spettacolo stimola una catarsi, cioè una purificazione una trasformazione, allora possiamo dire che raggiunge il suo più alto livello, l’arte.  Se qualche amico o qualche musicista che legge queste pagine volesse aggiungere  un episodio particolare vissuto insieme, può descriverlo nella pagina dei commenti o scrivermi  in privato tramite la mail.

 

Ricordi, io c’ero

Chi ha più di sessant’anni cioè è nato negli anni 40 si può dire che ha vissuto il tempo più entusiasmante della storia. Certo non tutto è stato positivo ma ad un bilancio totale si può chiaramente essere soddisfatti. Si può cioè dire “io c’ero”.
Per altro verso i ricordi di ognuno di noi, non quelli eccezionali come ad esempio lo sbarco dell’uomo sulla luna ma persino i più modesti della vita quotidiana, quello che più ci resta impresso nella mente, da la misura dell’uomo del suo retroterra e proprio questi ultimi lasciano intendere con quale spirito si sono affrontati gli avvenimenti che invece hanno lasciato un segno.

Per  chi poi in qualche modo ha sfiorato o è entrato nel mondo artistico tutti i ricordi di questo campo si aggiungono ai precedenti, per un’analisi del suo animo.

sbarcosullaluna


I primi sette anni della mia vita li ho trascorsi ad Avella, mio paese natio, probabilmente perché a Napoli vi erano i bombardamenti e perché mio padre era ancora al fronte. Lì ho vissuto con mia madre, la nonna Maria e zia Filomena ed un mio prozio, l’ingegnere Eduardo D’Avanzo, nipote a sua volta del più famoso Cardinale.

cardinale avellabombardamento
Il ricordo delle passeggiate sul calessino con zio Eduardo mi lascia sentire ancora l’aria gradevole della campagna, come quello di una grande nevicata mi fa tornare in bocca il sapore della neve fresca che si prendeva da terra tanto che era pura.
Ero circondato dalle canzoni popolari delle paesane e da quelle religiose di mia zia e della nonna.
Ma dall’atmosfera bucolica di Avella passai bruscamente, nel 1949, a quella, per certi versi, tristemente famosa del dopoguerra a Napoli.
Ci raccontò, poi, mio padre, che aveva raggiunto Napoli tre anni prima con mamma e mio fratello, che a quell’epoca per mantenerci, eravamo già in sei, dovette vendere un immobile e qualche gioiello di mia madre.
Appena arrivati a Napoli, mio padre un giorno si ritirò piangendo per la caduta di un aereo a Superga. All’epoca non capii ma qualche anno dopo, quando mio padre incominciò a portarmi allo stadio del Vomero, capii.

domenicacorriere tinozza

Nella casa di via Pignatelli n. 48, nel centro storico della città, vi erano dieci camere il più delle quali erano state bombardate e quindi risultavano senza copertura.
La notte spesso si dormiva con qualche topo nella stanza e una volta anche sul letto.
Dovemmo condividere la casa, tra l’altro, per un certo periodo con un’altra famiglia come voleva l’Autorità. Non c’era la vasca da bagno e quindi ci si lavava in grossi recipienti dopo che l’acqua veniva riscaldata su fornelli a carboni, prima i figli più piccoli e poi i più grandi. I vestiti nuovi erano quelli di mio padre, rivoltati e accorciati.
Di sera e poi nelle prime ore della notte si poteva ascoltare la musica da ballo che arrivava da un  locale del palazzo vicino, con giardino, sul quale la casa si affacciava.
Incominciai ad amare così la musica americana degli anni quaranta che i complessi napoletani dovevano suonare per gli americani che fino ai primi anni cinquanta rimasero in città. Una copia spesso egregia delle orchestrine americane che proponevano jazz e i ritmi swing, i pezzi di Benny Goodman, Glenn Miller, Ducke Ellington, Louis Armstrong ecc.. Ma anche qualche pezzo del Café Chantant. Particolarmente nelle serate primaverili ed estive uscendo fuori sul balcone si potevano anche osservare giovanottoni americani neri e bianchi che ballavano egregiamente con formose signore bionde. La cosa che più colpiva di giorno era una Napoli semidistrutta dai bombardamenti. Una città che mostrava piaghe in quasi tutti i suoi quartieri. Per chi abitava nel centro storico la visione della chiesa di Santa Chiara, semidistrutta e chiusa, fu una ferita scoperta per diverso tempo.

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Entro pochi anni, poi, le cose migliorarono per tutti. Si ricostruì, la casa fu solo nostra e arrivò anche il bagno, con l’acqua calda, il telefono e la radio. Per altro questa casa di via Pignatelli fu resa famosa qualche tempo dopo da una foto che lo scrittore Luciano De Crescenzo (che poi conobbi personalmente) pubblicò. Infatti era riportato come fatto caratteristico un’insegna che Memoli, il venditore di vini ed oli e carbone, all’angolo del palazzo aveva installato, in cui campeggiava la parola “arecheta” con la dovuta traduzione origano.
Negli anni ’50 la mia vita trascorse abbastanza tranquilla tra casa e scuola. Incomincia ad ascoltare più musica sia in radio che poi in televisione. Tengo ancora in mente il primo Festival di Sanremo del 1951 presentato da Nunzio Filogamo.

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E proprio nel ricordare il tragitto che ho compiuto per molti anni tra casa e scuola mi vengono in mente due personaggi famosi che ho incontrato sul mio cammino. Uno, il grande filosofo Benedetto Croce, che abitava a pochi metri da casa mia e l’altro, il  Prof. Vincenzo Cilento, tra loro grandi amici pur essendo l’uno un liberale notoriamente ateo e l’altro un sacerdote.  Se del primo posso dire di averlo solo sfiorato del secondo ho un ricordo molto più nitido poiché per diversi anni fu il preside della mia scuola, il liceo Bianchi dei padri Barnabiti, nel popoloso quartiere della Pignasecca a circa ottocento metri da casa mia. Questo incredibile prete, uno dei pochissimi fedeli traduttore di Plotino, colpiva per la sua cultura e signorilità. Portava camicie coi gemelli, una rarità per l’epoca, e quando lo facevamo arrabbiare ci apostrofava “criminalini”. Si diceva che sul letto di morte nel 1952 il Croce nel vedere comparire nella stanza il caro amico Cilento disse: “ Se vieni come amico puoi entrare, come prete no”.

cilento2 croce
La mia famiglia strettamente cattolica oltre a farmi frequentare una scuola di preti mi mandò anche all’azione cattolica, dai Gesuiti in via San Sebastiano alle spalle della chiesa del Gesù a pochi metri da casa. Qui eravamo seguiti da Padre Guida divenuto successivamente più noto per la trasmissione televisiva “Vangelo vivo” nella TV dei Ragazzi. Non posso però lamentarmi di questa educazione ricevuta poiché ho incontrato sulla mia strada sempre preti illuminati e per molti versi progressisti, ciò che mi ha consentito,  rimanendo fedele al Vangelo, di arrivare, da grande, a sentirmi un cattolico, cosiddetto, di sinistra. In quest’associazione tra l’altro ho potuto fare le mie prime esibizioni in teatro e su un antesignano campetto di calcetto le mie prime esibizioni sportive, mentre a scuola ero stato assegnato nel coro per le funzioni religiose. E’ di questi anni anche il primo mio contatto diretto con la musica cioè con la chitarra. Ma degli anni ’50 vengono in mente altri personaggi, noti e meno noti, che passavano nelle strade del centro cioè a pochi metri da casa o abitavano nei pressi. Uno di questi era il pizzaiolo “don Luigino ‘o ‘nguacchiuso”, così chiamato perché, si diceva, facesse le pizze senza lavarsi mai le mani. Certo le pizze erano ottime e la pizzeria era frequentatissima. O il venditore “femmeniello” che tutte le mattine passava sbracciandosi dicendo “tengo ‘a robba bella”. O il ragazzo che, facendo finta di avere un handicap, chiedeva in continuazione “ ‘o pà” cioè il pane per mangiare.

campetto stradedelcentro

Mi ha fatto piacere di vederlo ancora qualche anno fa, non più giovane, girare per strada. Ma si potevano incontrare allora anche personaggi divenuti famosi. Per via Chiaia il grande e tormentato matematico Renato Caccioppoli; per via Toledo il bizzarro ed estroso pittore Roberto Carignani, col quale più di una volta ci siamo intrattenuti a parlare e di cui parecchi napoletani dicevano di avere un suo quadro a casa; spesso però una copia di un non sempre bravo imitatore.

caccioppoli carignani


Sul finire degli anni ’50 ma ancor più negli anni ’60, fummo circondati da una colonna sonora la più disparata ma anche la più bella, che forse ci ha formati ed ha lasciato in noi un segno indelebile, sia dal punto di vista musicale che sul piano  dei testi. Incominciammo con l’ascoltare Elvis Presley e Jerry Lee Lewis e i cantautori francesi Brel, Brassens, passammo per Joan Baez e Bob Dilan e i cantautori italiani, fino ad arrivare ai Beatles.

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Ma di questi anni voglio ricordare alcuni miei amici carissimi. Col frequentare il barnabiti e i gesuiti e vivendo al centro della città ebbi modo di formare con altri ragazzi una “comitiva”. Così erano chiamati in quegli anni i raggruppamenti di giovani, potremmo dire la cosiddetta “gioventù bruciata” che di bruciato aveva soltanto gli anni che passavano. Queste comitive o raggruppamenti o circoli, di solito, non prendevano un indirizzo politico né confesionale ma erano liberi. Ci si vedeva tutti i giorni il pomeriggio o la sera e la notte. Con gli amici ci siamo scambiate idee, abbiamo ragionato, volevamo cambiare il mondo; è rimasto un sano ricordo pur se non abbiamo compiuto niente di eclatante. Resta forse il rammarico di aver perso qualche anno di scuola, poi recuperato, ma la gioia di ore ed ore passate a parlare di cose molto più grandi di noi mi lascia pienamente contento. Ritengo anzi che il passaggio scambievole di idee in totale libertà e democrazia abbia dato i suoi frutti e ci abbia, forse, persino formati. Inoltre coprivamo il molto tempo libero, poiché a volte non si andava a scuola, col vedere film. Capitava di vederne anche cinque in un sol giorno, due la mattina, due il pomeriggio e uno la sera al cinema o alla televisione, che nel frattempo era arrivata anche da noi. Ricordo quelle piccole e affollate sale cinematografiche dell’epoca piene di fumo e di commenti a voce alta alle scene più significative. Da ricordare anche qualche mattinata trascorsa al Salone Margherita, dove si esibivano compagnie di rivista, alcune divenute poi famose come quelle di Trottolino e di Formicola, e dove alle battute degli artisti si aggiungevano gli interventi di straordinaria comicità del pubblico. Si ricorda, al proposito, di un pallido e macilento  cantante che presentò il suo pezzo “Penso a te” e dalla sala si levò un grido  ” Pienza ‘a salute”. Inoltre si organizzavano “balletti”, cioè piccole festicciole fatte alla buona con le poche ragazze che avevano libertà di movimento in quegli anni ancora castigati, nelle case più ospitali di qualcuno di noi. La sera tardi ci trattenevamo negli chalet di Mergellina o discutendo degli argomenti più disparati o ascoltando “’o prufessore” cioè un signore che declamava a memoria tutti i canti della divina commedia, un Benigni ante litteram. Ma di notte si allestivano anche interminabili partite di calcio nelle piazze deserte con rivincite e belle. Si passavano alcune ore nel bigliardo “La Cisterna” dove si ebbe modo di conoscere una sequela di personaggi, diciamo….caratteristici ma spesso con una incredibile umanità. Raramente si andava nei dancing o nei night, proprio perché non vi erano ragazze disposte a far tardi. Ricordo che fin quanto non ebbi il chiavino di casa, si era maggiorenni a 21 anni, io e mio fratello per uscire la sera trovammo un escamotage, dopo aver fatto una copia delle chiavi. Si fingeva di andare a letto e poi, una volta   addormentati tutti, noi si usciva e si faceva in modo di tornare la mattina presto, prima che qualcuno si svegliasse.

cinema salonemargherita chalet

Capitò però un  sabato sera, in cui ci ritirammo un po’ più tardi, erano le sette di mattina, che nostra zia, che viveva con noi, nel vederci già in piedi disse:  “bravi volete venire a messa con me”. Così quella volta non dormimmo per due giorni. Il dormire poco comunque era una abitudine, non so quanto…..sana. Ci è capitata anche qualche notte particolare. Per due volte a Capodanno invece di andare a ballare ci recammo a far visita ai feriti per gli spari negli Ospedali cittadini come i Pellegrini e il Cardarelli. E non mancarono avvenimenti importanti come nel ’63: il passaggio di John Kennedy a Napoli in auto scoperta. Noi lo vedemmo al Corso Umberto, davanti all’Università. Il presidente Kennedy, entusiasta dell’accoglienza e della città disse che era dispiaciuto per il poco tempo che si era trattenuto e promise che sarebbe tornato, appena possibile. Purtroppo di lì a qualche mese fu ucciso e con lui se ne andarono anche molte aspettative. Un altro presidente democratico verrà diversi anni più tardi e noi lo potemmo veder mangiare la pizza in via Tribunali, Bill Clinton.

kennedy clinton

Gli amici che formarono stabilmente la comitiva erano oltre me e mio fratello Alfolso, sempre un mordace compagno di viaggio, ci sono con lui solo due anni di differenza, Enzo Collarile, Antonio Annunziata, Carmine De Marco, Biagio Buonaiuto, Roberto Sementina, Mario Comite, gruppo storico. Ma stettero tra di noi, chi più tempo e chi meno, Franco De Caro, Roberto D’Auria, Carlo Granieri, Ezio Siniscalchi, Lello Massariello, Pierino Catalano, Pasquale Costanzo, Enrico Guadagno, Alfonso Fiordalisi, Nicola Abate.
Ci sarebbe da raccontare tanti episodi della nostra vita insieme, particolarmente perché ognuno di questi ragazzi aveva una propria peculiarità, ma ne cito uno per tutti, ricordando l’ultimo, Nicola Abate. Per recuperare un anno perso al liceo, decidemmo d’accordo con i genitori di presentarci alla maturità a Meta di Sorrento dove, si diceva, che più facilmente la si poteva ottenere. Quindi i nostri padri presero in locazione per i mesi di giugno e  luglio un bell’appartamentino nel centro di Meta ed in più prenotarono per lo stesso periodo ad un ristorante del centro i nostri due pasti giornalieri, questo per farci preparare con tranquillità e portare a termine l’esame. Come potete immaginare quello che doveva essere un periodo di studi si trasformò in un lungo periodo di….villeggiatura e la casa, invece di sentire il rumore dei libri che si sfogliavano, accolse altri amici che venivano a trovarci ed anche le nostre ragazze. Infatti in queste comitive c’erano, di solito, pure, delle ragazze alcune delle quali divenute poi fidanzate ed altre mogli. Il ricordo delle donne conosciute nella mia vita lo lascio nelle canzoni. A volte mi sono mosso con loro come un elefante in un negozio di bicchieri di puro cristallo e a volte le ho trattate con guanti e pinze, laddove bisognava usare le nude mani. Spero comunque, questo è importante, di non averle offese e non averle fatte soffrire ma di aver sofferto solo io.
Per lo stesso periodo debbo volgere il pensiero agli amici di Avella. Questo paese dove nacqui era meta delle nostre villeggiature fino alla metà degli anni ’60. Trascorrevamo lì però, più per volere di mio padre, non meno di tre mesi all’anno, tant’è che quando dovevamo ripetere qualche materia, prendevamo lezioni private in loco. Quindi si creò una comitiva, un gruppo con il quale in genere si ripetevano quasi le stesse cose che si facevano con gli amici di Napoli con l’esclusione della sequela dei film. Facevano parte di questo gruppo oltre me e mio fratello, Antonio D’Avanzo e il fratello Alberto, Mimì Amato, Mimmo Pescione, Geppino Maiella, Carlo Fusco, Geppino Albano, Giuseppe D’Avanzo. Con questi amici però avemmo l’ardire di formare un  gruppo politicizzato che per i tempi fece scalpore nel paese. Era il ’63 quando, di nascosto di tutti, facemmo stampare e noi stessi poi affiggemmo sui muri del paese, di notte, un manifesto che si intitolava “Avella svegliati”. Tale manifesto si scagliava apertamente contro il potentato del paese, i signori della DC, che aveva per anni occupato il potere. Il manifesto destò stupore poiché non si riusciva a capire chi l’avesse predisposto ed era impensabile che giovani come noi avessero predisposto un manifesto di tal fatta, per altro ben compilato. Quando poi si venne a sapere, purtroppo fummo minacciati da alcuni giovani, figli o amici dei politici che si sentivano toccati dallo scritto. Una gragnola  di pietre ci colpì di sera in una strada oscura. Qualche anno dopo si aggiunse a questo gruppo Antonio Tulino.
Col finire degli anni sessanta, finì in qualche modo anche la nostra spensieratezza. Ognuno di noi prese la sua strada. Qualcuno già aveva comunque lasciato la comitiva o la città. Chi partì per il servizio militare, chi andò fuori a lavorare, chi si fidanzò, diradando le sue partecipazioni alle riunioni con gli amici, chi si sposò, chi, come me, iniziò a lavorare. In molti di noi forse rimase il desiderio di fare qualcosa, di essere utili alla società e il famoso ’68 che avrebbe potuto in qualche modo incanalare le nostre vite su tragitti diversi ci trovò già inseriti nella società e per alcuni di noi con una famiglia già aperta. Restò per me questo anelito che ho proiettato nelle mie composizioni e nella vita di tutti i giorni.

LA CANZONE OGGI

Esiste sempre un rapporto tra la musica e la realtà storico-sociale. A questo proposito è da sottolineare il pensiero del musicologo Jules Combarieu che tra l’altro ha detto che la musica è l’arte di pensare con i suoni. “La musica non è nella storia un fatto eccezionale o intermittente, un casuale dato ausiliario per cerimonie religiose, un’espressione passeggera della gioia, della tristezza o del sogno, o ancora un’arte di lusso, un divertimento immaginato dagli uomini in ozio. Essa è un fatto naturale e universale come il linguaggio, che appare ovunque ci siano uomini e che può essere collegato, se si considerano le forme in cui essa si realizza, alle leggi profonde e permanenti della vita sociale. Essa trae la sua sostanza dalla vita sociale, come la pianta trae quello che possiede dal suolo dove poggiano le sue radici.” Questo pensiero è dei primi del ‘900 ma ancor oggi possiamo tenerlo presente per una breve discussione sulla canzone. Una musica astratta dalla vita sociale non avrebbe senso e perderebbe anche il suo valore estetico. Non vi è dubbio che la musica, come tutte le manifestazioni della cultura, sia determinata da concrete premesse storiche e sociali. L’opera musicale è l’effeto e il rispecchiamento dell’agire di forze diverse che improntano la vita economica, l’ordinamento sociale e la coscienza dell’artista. Non può essere dunque considerata come separata dalla vita sociale. Tanto il contenuto quanto la sua forma sono il risultato di quelle forze e del modo in cui esse sono colte e interpretate dall’artista. Proprio in questo modo una creazione individuale, come l’opera musicale, dovrebbe esprimere valori universali, di cui è plasmato lo stesso compositore, dei quali si nutrono e con i quali si confrontano tanti altri uomini. E in ciò consiste, in ultima analisi il ruolo di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Anche oggi troviamo un intenso rapporto tra musica e società. Con l’enorme sviluppo dei mezzi audiovisivi, la produzione artistica di musica cosidetta leggera, ma ancora meglio popolare, è stata sfruttata sempre più a fini commerciali e spesso come tranquillante e distraente. Canali radiofonici e televisivi diffondono 24 ore al giorno musica. Essa risuona quasi inninterrottamente in centri commerciali, grandi magazzini e boutiques, si sente in officina ed in ufficio, sui treni e sugli aerei negli allevamenti di animali, ed è indissociabile dalla pubblicità radio-televisiva. Si passeggia o si corre per strada o sulla spiaggia con un auricolare all’orecchio. La musica delle discoteche assordante quanto ripetitiva per sballare e non lasciar pensare. In questo stato di confusione e di stordimento generale, in questa torre di Babele della fruizione del genere musicale, l’uomo è portato ad accostarsi ad esso con enorme superficialità e non riesce, nemmeno dove ci sono, ad intravedere quelle espressioni di sentimenti collettivi e di valori universali, restando legato ad una sorta di repertorio di canzoni e di artisti divenuti ormai dei classici, poichè, come le poesie recitate da bambini, sono gli unici che si sono fissati in mente.

Nemmeno nelle rassegne, concorsi e festivals, che potrebbero essere un momento di riflessione, si scorge granchè di positivo, proprio perchè anch’essi sono organizzati dai discografici solo a scopo commerciale, che seguondo la moda del momento, scelgono artisti dalla vena ormai esaurita o giovani che passono come meteore per poi sparire, escludendo spesso idee ed energie nuove. Per altro la sconsiderata inflazione della musica popolaree e per qualche verso la riproduzione illegale di essa hanno causato una crisi nel settore discografico, e gli stessi addetti ai lavori, che in molti casi l’hanno prodotta, non riescono, guidati solo da fini economici a trovare nuovi sbocchi per una migliore e più sensata fruizione della musica cosidetta leggera. La canzone oggi è solo un ammasso edonistico in cui il colore ha preso il sopravvento sui contenuti formali ed espressivi; proprio come in quelle rappresentazioni grafiche, in cui non vi è altro contenuto che il colore, che dopo qualche minuto, in cui si è rimasti più o meno inpressionati, risultano sterili; poichè al di là dell’impatto edonistico non vi è nient’altro. Ma la crisi del mercato discografoco, la crisi delle idee, insomma la crisi di una nuova canzone d’autore che finalmente s’impone potrebbe essere purificatrice. E se da un lato tutto ciò, crisi economica, delle idee, dei valori, sembra rispecchiare i tempi che si vivono dando ragione al Combarieu, d’altro canto proprio Combarieu ci da lo spunto per ritrovare la via di una nuova canzone che esca dalle ombre e dal pantano della moderna società. ” La musica non è….un’espressione passeggera della gioia, della tristezza o del sogno, o ancora un arte di lusso, un divertimento immaginato dagli uomini in ozio”. Una fruizione della canzone, quindi, dovrebbe essere meno superficiale, tanto da non rappresentare solo un momento effimero e spiccatamente di evasione. Pertanto realizzare una rassegna, uno spettacolo musicale oggi dovrebbe significare diversificazione e rivalutazione della canzone, per venire, nel modo migliore, incontro alle necessità sia socioculturali che dell’universo musicale (produttori e consumatori). Le aspettative si riflettono nel bisogno di vedere estrinsecati nella canzone, nella sua completezza di testo e musica, quei valori universali in cui ci si possa identificare o confrontare. La canzone deve affondare la propria creaitività nelle radici culturali della società. E se vuole essere educativa, deve rispecchiare non solo la moda ma anche la storia. E se anche vivessimo il miglior momento musicale, questo non impedisce di stimolare gli artisti ed il pubblico a creare ed a fruire di opere qualitativamente migliori. Tutto ciò da realizzarsi in un contesto ideale, dove la musica oltre che venduta sia anche percepita quale momento di crescita artistica e cuilturale. Non più, quindi, la musica del villaggio globale ma piuttosto la musica….del villaggio. Una canzone con i canoni prima evidenziati da gustarsi quasi in religioso silenzio in piccoli ed accogliaenti spazi che possa lasciare finalmente riflettere e non solo stordire. Una canzone, quindi, che abbassi il volume e ci lasci godere la sua poesia.