NAPULE NUNN’E’

Non sono nato a Napoli ma, a parte ciò, a tutti gli effetti mi sento napoletano. Per puro caso sono nato ad Avella, ridente paese, a trenta km. da Napoli, dove mio padre portò, agli inizi degli anni ’40, la famiglia, per salvarla dalla guerra e dai bombardamenti. Sono arrivato a Napoli nel 1949, a sette anni, e sono andato via nel 2002. Sono stato per 25 anni a Santa Chiara, nel centro storico, e per altri 25 e più al centro del Vomero. Ho vissuto, quindi, nella mia città, gli anni della scuola, dell’università e del lavoro ma anche anni di spensieratezza e di crescita culturale e morale. Ho sempre trovato, davanti a me, una Napoli diversa da quella che veniva rappresentata da molti. La città che ho conosciuto era e resta, per me, figlia delle quattro giornate. Una Napoli operaia e della piccola e media borghesia. Una città dignitosa e laboriosa, che supera le difficoltà con sudore e sacrifici, arrangiandosi nei casi estremi. Allegra e triste al punto giusto. Per innata cultura accogliente ed altruista. Mai vissuta troppo alle spalle della propria indiscussa bellezza, tantomeno distratta molto da quello che sembrava essere scritto nel suo destino: una città di sole, pizza e canzoni. Quindi lascio l’immagine stereotipata di Napoli ai molti detrattori della città che si beano tra camorra, immondizia e povertà e ci paragonano ai Lazzaroni ai Masaniello o ai Pulcinella, tanto come quelli che sugli stadi si ricordano di noi per il Vesuvio, il terremoto ed il colera. Inoltre c’è da dire che persino quelli che seriamente e in buona fede hanno scritto e rappresentato i mali di Napoli hanno finito, purtroppo, col demolire l’immagine serena dei napoletani che lavorano, che sono la maggioranza, come in tante altre città. Oggi quando torno a Napoli per rivedere i miei figli ed i vecchi amici, certo, non incontro più Benedetto Croce per Spaccanapoli o Roberto Murolo a Via Cimarosa ma, al di là di un popolo attaccato ai cellulari, come in tutte le altre realtà, non vedo molte differenze con i napoletani degli anni ’50. Solo che oggi ci sono i nipoti dei lavoratori di prima. Su questi temi ho composto il mio ultimo brano “Napule nunn’è”, dedicato alla mia città ma anche al mio carissimo amico Carmine De Marco, scomparso lo scorso novembre, grande studioso e cultore dell’immagine vera di Napoli. L’interpretazione arrabbiata di Giovanni Principe offre un‘ulteriore conferma della mia insofferenza allo sputtanamento della città. Il video del brano Napule nunn’è si trova su Youtube, Facebook e Google.