UNA CANZONE LIBERA E UNA CANZONE CONDIZIONATA

Quindici anni fa, 7 ottobre 2002, a sessant’anni, scompare Pierangelo Bertoli, nato il 5 novembre del 1942. Peccato per la sua prematura morte. Oggi avrebbe avuto 75 anni. Prendo in prestito alcuni versi del brano “A muso duro”, il suo manifesto poetico, per tracciare le linee di demarcazione tra una canzone libera e una condizionata.
“Ho sempre scritto i versi con la penna
non ordini precisi di lavoro.
Perché volevo dire ciò che penso
volevo andare avanti ad occhi aperti.
Adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti.
Non so se sono stato mai poeta
e non mi importa niente di saperlo.
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.”
Dai primi otto versi si può definire il campo d’azione di un autore che vuol sentirsi libero. Scrivere le proprie canzoni senza ordini esterni ma in tutta libertà, se si vuole andare avanti senza chiudere gli occhi sul mondo che ci circonda. Né lasciarsi condizionare dai cosiddetti esperti, nel caso anche nell’abbigliamento o nel modo di porsi.
Negli altri dodici versi si scopre il sentimento di un autore libero da condizionamenti esterni, al quale può anche non importare di sentirsi poeta o meno. Ma deve esprimere la propria poetica per la strada, cioè per la gente, affrontando la vita anche duramente come un guerriero senza bandiera e senza armi e guardando sempre al futuro con un piede nel passato da dove fare il balzo in avanti. Poco importa se saranno solo amici ad ascoltarlo o se solo estranei. L’importante è sentirsi sicuro di aver vissuto la propria vita pienamente e senza condizionamenti. A questo rigoroso commento ai versi del brano aggiungo alcune personali e brevi considerazioni anche riferite a tutta la tematica sulla qualità della canzone d’autore.
Nel 1979 quando esce “A muso duro” non c’era ancora la crisi della discografia né la presenza dei Talent, tantomeno l’imperversare delle cover. Era ancora una stagione fertile per i cantautori e persino quelli come Bertoli, che trattava a volte tematiche estreme e di rottura, trovavano posto nelle case discografiche nelle grosse trasmissioni televisive e finanche al Festival di Sanremo. Quindi la canzone allora era ancora libera o perlomeno era più libera di quanto lo sia ora. Certo anche oggi nessuno potrebbe vietare di pubblicare un brano come “Italia d’oro” (una denuncia sul malcostume dell’epoca, Tangentopoli) che Bertoli portò a Sanremo nel 1992 o “Giulio” (un’accusa senza mezzi termini nei confronti di Giulio Andreotti). Ma oggi nessuno lo fa perché sconsigliato dalle Major e condizionato dai pareri, anche di chi produce i Talent, su cosa sia una canzone per Sanremo e come bisogna impostarla. Chi guarda oggi, come negli ultimi anni, il mondo musicale si accorge che è un susseguirsi di mode (persino nella intonazione della voce) e di comportamenti preconfezionati, che gli stessi artisti sono costretti a seguire, anche quando sembra che compaia qualcosa di nuovo. Tant’è che spesso alcuni vengono ben presto dimenticati. Quindi anche se la libertà di scrivere è sempre presente, nei fatti c’è un sostanziale condizionamento dell’artista che se vuole avere un successo sicuro deve possedere, oltre ad alcune qualità di base, anche una notevole accondiscendenza ai piani dei manager, produttori e case discografiche. Ma la funzione sociale di un cantautore è proprio quella di sentirsi in totale libertà come dice “A muso duro”. L’essenza primaria sarà, quindi, di produrre una creazione basata su fatti e su storie che capitano all’artista, nella società che lo circonda, che li percepisce e tramite la sua poetica e la sua melodia ce li trasmette, quasi come storie da leggere, lasciando anche un ricordo ai posteri dei tempi e della vita vissuta. E in ciò consiste, in ultima analisi il ruolo di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Quando, caduti in basso quasi tutti i valori di riferimento, una nube di pessimismo si addensa sull’animo umano, l’artista deve cercare di elevarsi e con lui far elevare anche gli altri. E se proprio non vi riesce, almeno tenti di alzarsi sulle punte dei piedi. Per chi compone e comunque per qualsiasi artista, minore o grande che sia, che crea qualcosa, è sempre necessario che produca, anche nel suo piccolo, una catarsi in coloro che lo ascoltano o lo guardano. Certamente se canta in libertà, cioè se è credibile. Al giorno d’oggi, però, per i condizionamenti di cui sopra, si preferisce confezionare più una canzone poco riflessiva, quando sarebbe meglio, considerato ciò che ci circonda, approfondire. Ed anzi, diciamo meglio, che la musica o la canzone, oggi, sono diventate e considerate proprio un prodotto distraente, di sottofondo. Tant’è che la canzone si ascolta dovunque e mentre si fa una qualsiasi attività e persino mentre si parla con qualcuno. A questo punto è difficile pensare ad una catarsi. Ma tutto è iniziato quando, proprio nello splendore della canzone d’autore, sul finire degli anni ’70, la canzone in generale, in quasi in tutti gli angoli è diventata un affare. Quindi pensando a comporre per soldi si è persa la strada maestra che fu dei primi cantautori. Quel fuoco sacro che faceva giungere la canzone al cervello oltre che al cuore. Ora che anche la discografia non funziona più come un tempo e, come detto, piace più una musica distraente, è ancora più difficile far sentire una voce del tutto libera, considerato che i testi hanno un valore molto limitato in confronto agli stilemi di valutazione odierni, basati persino sul personaggio più che sul brano. E comunque chi propone qualcosa di diverso dal branco pedissequo di coloro che escono dai talent, dai festival e dalle case discografiche, che spesso preferiscono far cantare cover anche ai grandi artisti, viene bollato sul nascere, per essere lasciato sempre nell’ombra, con la scusa che bisogna seguire le leggi del mercato. Nello stesso tempo i discografici si lamentano ipocritamente, per giustificare la crisi, proprio del mercato, per il fatto che non si trova niente o molto poco di nuovo. Ai nostri tempi pare che si debba correre sempre, per produrre di più ma nel mondo musicale una canzone fast food non è certo da preferirsi ad una al lume di candela.