IL FATTO NUOVO

Ancora un altro filone musicale, si potrebbe dire? Ma se resta un fatto, così concepito, potrebbe invece dare significato ad un percorso artistico finalmente di novità, quindi, di forte differenziazione per la promozione di reali nuove tendenze musicali, anche alternative, perché nate proprio dal basso, senza condizionamenti, che soprattutto lascino pensare e riflettere. Qualche voce esiste ma è purtroppo ancora isolata e nascosta. Queste voci non dovrebbero farsi inquadrare ma rimanere alternative. Anche ciò è difficile poiché chiunque ha un po’ di successo o visibilità cambia normalmente anche il genere della sua musica. Certo è arduo non essere contaminati, una volta conosciuti, dal mondo fulgido della canzone “sanremese” che trascina in una musica sempre uguale a sé stessa, diventando una materia amorfa o un ammasso di colori. Ma la canzone deve possibilmente creare emozioni come il film che scatena la lacrima, non meravigliare con i suoi effetti, tanto meno spaventare con i suoi sballi. Questo tipo di musica o di canzone diventa a volte un’arte povera che, pur avendo un suo valore intrinseco, trascende lo stesso brano musicale e quindi non deve abbattere o spaventare i compositori se viene appellata di “nicchia”. Né deve esaltare, chi la coltiva, più di tanto da diventare un vanto di natura classista. Ma essere soprattutto una chiara alternativa alla canzone distraente di oggi, sia cover che quella senza grosso significato, che facilmente poi si dimentica.

I LUOGHI PER LA CANZONE

Bisognerà, pertanto, creare, luoghi appositi, come fu il Folkstudio, dove le nuove leve possano   esibirsi e possano segnalarsi, come accade sui campetti di periferia per i giovani calciatori, come nuovi talenti emergenti. Ma la loro forza dovrebbe essere il messaggio. Cioè chi propone una canzone così descritta deve essere pronto a rischiare e a cantare anche per pochi e per poco ma ritrovando lo scopo e la forza per proseguire proprio in ciò che esprime, sentendosi un tutt’uno con il brano. Nel 1962 si ricorda che uno sconosciuto Bob Dylan si esibì proprio nel Folkstudio davanti a quindici persone senza compenso. Certo non è semplice ma bisogna resistere. Pare che i locali che si occupano di dare spazio a giovani cantautori o ad artisti sconosciuti sono molto pochi, proprio perché si ha paura di bucare le serate organizzate. Almeno nelle città più grandi con un po’ di coraggio, ma mica tanto, un tale posto lo si può far nascere. Esso dovrebbe trarre la sua fama proprio per la sua esclusività e questa dovrebbe essere la prima fonte di notorietà. Cioè un locale pubblico o un circolo privato, aperto al pubblico, dovrebbe richiamare gente proprio per serate di qualità, presentate da cantautori o da gruppi, con programmazione di musica inedita. Inoltre il locale potrebbe essere dotato anche di apparecchiature per riprese in streaming che porterebbero ulteriore pubblicità sia al circolo che all’artista, con trasmissioni live e on demand in rete. Ma anche una rete televisiva regionale, una radio o un giornale potrebbero affiancare una tale iniziativa, il tutto per la produzione di pubblicità diretta ed indiretta e visibilità per quanto si muove dentro ed intorno a tali serate. Non dimentichiamo i social che, al giorno d’oggi, potrebbero dare una forte mano ad iniziative del genere, anche pensando a blog o siti nei quali si respiri aria di rinnovamento. Ciò finirebbe col creare prima o poi un movimento, persino d’élite, tanto che esso stesso venga ad identificarsi col locale e con tutto il resto.

FRUIZIONE NON SUPERFICIALE

Così la fruizione della canzone dovrebbe essere meno superficiale, tanto da non rappresentare solo un momento effimero e spiccatamente di evasione. La canzone deve affondare la propria creatività nelle radici culturali della società. E se vuole essere didascalica, educativa, deve rispecchiare non solo la moda ma anche la storia, persino acquisire una certa sacralità tanto da divenire sacerdotale. Quindi non cantata da un cantastorie ma da una sorta di predicatore che dovrebbe trarre una morale da ogni evento descritto e affondare le radici del brano nella cronaca della società. Creare persino delle conferenze “musicali”, cioè canzoni commentate come era una volta il cineforum per i film. Questa canzone, per certi versi fustigatrice, potrebbe diventare commovente, pesante e pensante, certamente, almeno per alcuni, catartica, da andare oltre e più in profondità di quanto ha fatto la stessa canzone d’autore. Potrebbe anche non piacere a molti. Una canzone con i canoni ora evidenziati dovrebbe gustarsi quasi in religioso silenzio in piccoli ed accoglienti spazi tanto da lasciare finalmente riflettere e non solo stordire. Una canzone, quindi, che abbassi il volume e ci lasci godere la sua poesia. Lasciamo da parte, almeno per un po’, la musica che infastidisce con la persistenza del suo rumore.

CANZONE REALISTA E DI PROPOSTA

Con tali premesse è difficile che la canzone riacquisti la sua essenza primaria, quella di una creazione basata su fatti e su storie che capitano all’artista che li percepisce e tramite la sua poetica e la sua melodia ce li trasmette, quasi come storie da leggere, lasciando anche un ricordo ai posteri dei tempi e della vita vissuta. Il suono e anche il canto è un fatto naturale e universale come il linguaggio, che appare ovunque ci siano uomini. Quindi già con l’apparizione dei primi esseri umani sulla terra si può supporre che siano apparsi i primi canti. E non è lontano dalla verità, per altro confermato anche da antichissimi reperti archeologici, che questi primi canti fossero legati alla terra, alla popolazione, alle divinità. Pertanto già da migliaia di anni l’uomo ha avuto la necessità di cantare, unitamente all’amore, anche gli avvenimenti che lo circondano e lo colpiscono. I canti e, nei tempi più a noi prossimi, la canzone è diventata l’espressione migliore per descrivere la propria epoca. Si pensi ad esempio ai canti di guerra. E quindi quei compositori che restano nel solco del canto riflessivo, tramite la propria coscienza, riconducono l’effetto e il rispecchiamento dell’opera musicale nelle forze diverse che improntano la vita economica, l’ordinamento sociale, la storia, la cronaca. Proprio in questo modo una creazione individuale, come l’opera musicale, dovrebbe esprimere valori universali, di cui è plasmato lo stesso compositore, dei quali si nutrono e con i quali si confrontano tanti altri uomini. E in ciò consiste, in ultima analisi il ruolo di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Quando, caduti in basso quasi tutti i valori di riferimento, una nube di pessimismo si addensa sull’animo umano, l’artista deve cercare di elevarsi e con lui far elevare anche gli altri. E se proprio non vi riesce, almeno tenti di alzarsi sulle punte dei piedi.

CANZONE CATARTICA O DISTRAENTE?

Per chi compone e comunque per qualsiasi artista, minore o grande che sia, che crea qualcosa, è sempre necessario che produca, anche nel suo piccolo, una catarsi in coloro che lo ascoltano o lo guardano. Ed è proprio questa la funzione dell’arte, anche povera. Quindi possiamo ammettere che una funzione la può avere certamente anche la canzone che fa sognare. Al giorno d’oggi, però, si preferisce più una canzone poco riflessiva, quando sarebbe preferibile, considerato ciò che ci circonda, approfondire più che sognare. Ed anzi, diciamo meglio, che la musica o la canzone, oggi, sono diventate e considerate proprio un prodotto distraente di sottofondo più che un prodotto per sognare. Tant’è che la canzone si ascolta dovunque e mentre si fa una qualsiasi attività e persino mentre si parla con qualcuno. A questo punto è difficile pensare ad una catarsi. Ma tutto è iniziato quando, proprio nello splendore della canzone d’autore, sul finire degli anni ’70, la canzone in generale, in quasi in tutti gli angoli è diventata un affare. Quindi pensando a comporre per soldi si è persa la strada maestra che fu dei primi cantautori. Quel fuoco sacro che faceva giungere la canzone al cervello oltre che al cuore. Ora che anche la discografia non funziona più come un tempo e, come detto, piace più una musica distraente, è ancora più difficile far sentire una voce diversa. Immagino che fine farebbe una canzone di Woody Guthrie (padre musicale di Bob Dylan e di Bruce Springstin) o di Georges Brassens ad un concorso canoro, dove i testi hanno un valore limitato in confronto agli stilemi di valutazione odierni, basati persino sul personaggio più che sul brano. E comunque chi propone qualcosa di diverso, dal branco pedissequo di coloro che escono dai talent, dai festival e dalle case discografiche, che spesso preferiscono far cantare cover anche ai grandi artisti, viene bollato sul nascere, per essere lasciato sempre nell’ombra, con la scusa che bisogna seguire le leggi del mercato. Nello stesso tempo i discografici si lamentano ipocritamente, per giustificare la crisi, proprio del mercato, per il fatto che non si trova niente o molto poco di nuovo.

UNA CANZONE CHE FA SOGNARE ED UNA CANZONE CHE FA PENSARE

Quando incominciai a fare questa distinzione, tra le canzoni, eravamo alla fine degli anni ’50. Avevo meno di 20 anni e sui famosi “balletti” (feste organizzate a casa di amici) si ballava sognando tra le braccia di una coetanea sulle note di Only You (The Platters 1955), You Are My Destiny (Paul Anka 1958), ecc. Per altro questo era uno dei pochi modi per conoscersi, in ambienti abbastanza selezionati, tra ragazzi con il compiacimento dei genitori. Quasi nello stesso periodo ebbi la fortuna di ascoltare a casa di un amico, più grande, alcuni brani di due cantautori francesi. Jacques Brel (di origine belga) e Georges Brassens, che in seguito influenzarono anche i nostri cantautori. Brel nei suoi testi esplora non solo l’amore ma anche la società e il lato spirituale. Brassens, simpatizzante degli ideali anarchici, esprime, con l’irriverenza delle sue canzoni, la volontà di lottare contro l’ipocrisia della società e le convenzioni sociali. Nei suoi testi, prende posizione in favore degli emarginati, degli ultimi e contro ogni tipo d’autorità costituita. Questi autori, in effetti, non mi facevano sognare ma piuttosto riflettere. Certo era ancora una distinzione non ben definita ma approfondita negli anni 60 e 70, ascoltando la musica dei grandi cantautori italiani e stranieri. Proprio in quegli anni, quindi, incominciai a rivolgermi con dedizione a questo tipo di composizione, lasciando man mano la canzone che fa sognare. I due tipi possono persino coincidere in qualche occasione ed allora si raggiunge l’optimum. Non bisogna confondere, però, quei testi che ormai, cantati da una vita (cover), pur essendo testi da pensare, fanno in effetti più che altro sognare perché ci riportano un bel po’ indietro negli anni. Persino la musica che fa sballare la ritengo al pari di quella che fa sognare.

NUOVA MUSICA ITALIANA – INEDITI D’AUTORE

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E’ possibile pubblicare qualsiasi genere musicale, dal classico al metal, purchè non si tratti di cover.
Questa pagina è legata ad un progetto di musica inedita da proporre live.
Si può chiedere inoltre la collaborazione per progetti musicali.