SI-amo la SI-nistra

SI-amo la SI-nistra.

Dalla sinistra che mangiava i bambini a Matteo Renzi.

Nel 1974 ero per lavoro a Catanzaro. Per caso conobbi lì un calabrese comunista che mi raccontò un episodio a lui capitato. In una serata di pioggia e vento mentre viaggiava in auto incontra un suo paesano e vedendolo senza riparo lo invita a salire. Questi lo guarda con circospezione e con un certo riserbo sale sul mezzo. Il comunista gli chiede perché non volesse salire e lui rispose perché era democristiano e si meravigliava che un comunista potesse dargli un passaggio. Vi ho raccontato questo episodio reale perché ancora nel 74 molti pensavano, come negli anni ’50, che i comunisti erano dei cattivi soggetti. Col passare del tempo e la caduta del muro, anche la valutazione del comunissimo è mutata ed è mutata fortunatamente anche la stessa sinistra. Da un lato però è rimasto in una gran parte degli italiani una certa idiosincrasia per la sinistra, spesso nemmeno tanto nascosta, quasi come se il termine sinistra corrispondesse a sinistro, nell’accezione figurata dell’aggettivo. Dall’altro non è cambiata purtroppo l’abitudine della sinistra di dividersi, come se ci si vergognasse di appartenere ad un grande partito che possa anche governare e non rimanere sempre all’opposizione. Persino in presenza del grande Enrico Berlinguer vi erano in Italia quattro sinistre. Peccato. Ancora oggi, dopo aver combattuto per anni per la riunificazione, nel partito democratico, di tutta la sinistra, dalla cattolica alla socialista alla comunista, c’è una parte della sinistra massimalista ed oltranzista che non è contenta e che non si riconosce in un partito così composito, che cerca di allargarsi anche verso il centro per avere nel paese una maggioranza stabile che possa governare. Quasi che si vergognasse proprio di questo. Ora, con il referendum, si è maggiormente evidenziato tutto ciò e mentre una certa sinistra si gingilla nel cercare ancora il sommo pensiero, il movimento di Grillo, cavalcando la facile onda della protesta, è diventato il vero partito della nazione, accogliendo nel suo seno gente di tutte le sponde, dalla destra al centro alla stessa sinistra. Io che a 74 anni ho vissuto tutte le stagioni della sinistra, dallo stalinismo a Matteo Renzi, ed ho finalmente avuto la soddisfazione di vedere una sinistra vincente nel Paese col il 41%, spero proprio che non si disperda questo risultato rimasto storico, proprio per colpa della stessa gente che si dice di sinistra.

A SI NO

Destra, sinistra e cambiamento.

Molti di noi nati negli anni ’40 a ridosso della guerra non hanno sentito vivo il fuoco del ’68 poiché già si lavorava. Quindi siamo venuti su con un concetto scolastico di destra e sinistra. Comunque abbiamo subìto anche noi, per certi versi, la semplificazione di questi concetti che poi ha espresso in sintesi, diciamo anarchica ed anche un po’ comica, il grande Giorgio Gaber. Quella scissione dei concetti ci aveva portato ad esempio a non partecipare ai concerti di Battisti e di Baglioni perché di destra o ad ostentare anche quando non era necessario un simbolo della sinistra. Ad esempio portare sotto al braccio il quotidiano “L’Unità”. I più hanno comunque semplicisticamente classificato quasi sempre la destra come reazionaria, conservatrice, più vicina ai ricchi, detentrice dei cosiddetti poteri forti, legati persino alla massoneria. Mentre la sinistra illuminata, progressista, vicina ai deboli e agli oppressi. Ma non è stato sempre così. Sappiamo bene, la storia lo conferma, che ci sono stati governi espressi dalla destra che hanno operato bene per il popolo e governi di sinistra tirannici e spietati. Ora che in molti paesi del mondo viene meno il desiderio di una destra e di una sinistra ma piuttosto si prediligono i movimenti, sembra inutile una difesa a questi concetti. La destra e la sinistra sono nati da poco, tutto sommato, appena dopo la Rivoluzione Francese. Sono durati di più le differenziazioni tra ricchi e poveri, patrizi e plebei, nobili e schiavi, contadini e latifondisti, borghesia e proletariato, che pur non essendo correnti politiche ma classi sociali, hanno comunque rappresentato nella storia una contrapposizione sovrapponibile, per molti versi, a quella espressa dalla destra e sinistra. Con l’eliminazione di alcune classi sociali e la trasformazione di altre, anche la sinistra e la destra hanno perso il fascino di un tempo. Basti pensare al fatto che è diminuito il voto per i partiti tradizionali che si è spostato molto sui movimenti. Oppure quanti prediligono, assumendo atteggiamenti critici, classificarsi come correnti diverse, seppur di destra o di sinistra. Ed infine chi trasmigra dalla destra alla sinistra e viceversa. Quindi non vi è più una semplicistica differenziazione tra destra e sinistra né una concentrazione sul centro che ha rappresentato, fino a poco tempo fa, anche il desiderio per molti politici di raffigurare lì una sinistra e una destra moderata. C’è da dire inoltre che gli stessi movimenti che continuano a proliferare inglobano tra i seguaci gente che proviene indifferentemente dalla destra, dalla sinistra e dal centro. Pertanto la politica sembra complicarsi, specialmente considerando che capita spesso che le stesse idee dei partiti e dei movimenti cambiano solo per danneggiare gli avversari del momento, dimenticando quanto detto nel recente passato. In questo bailamme in cui, come al solito, tutti vogliono avere ragione, pur rispettando il concetto che col passare del tempo vi può essere un naturale cambiamento degli usi e dei costumi e per molti versi delle idee, bisogna comunque tracciare dei confini nei quali ci si possa misurare e riconoscere nella partecipazione alla vita politica, perché come è naturale, a tutt’oggi, restano delle differenze sostanziali tra gli esseri umani. Quali potrebbero essere allora questi confini nei quali si può riconoscere una parte politica più che un’altra? Cioè come ci possiamo catalogare, per non essere un ammasso amorfo di idee tutte eguali, ma rispettando il concetto, tramandato dall’esperienza storica, che l’umanità ha avuto sempre delle differenze di pensiero nella sua diversità di coscienze? Personalmente penso che nei valori si trova la linea di demarcazione con la quale, pur appellandosi con nomi particolari, ci si differenzia dagli altri o ci si pone insieme con altri. I valori sono i nostri punti di riferimento. Non solo le cose importanti (quello che per noi vale, è valido, prezioso), ma le regole morali secondo le quali vorremmo vivere, la motivazione primaria per le nostre azioni, e anche i criteri, per effettuare un giudizio, riguardo ai quali valutiamo tutto ciò che facciamo noi e che fanno gli altri. Ai valori sono anche collegate le credenze. Le credenze sono generalizzazioni riguardo alle nostre azioni, riguardo a quello che stiamo facendo e quello che dobbiamo fare. Per ogni società in ogni epoca, i valori sono stati un po’ diversi. Per esempio il valore di patria era sicuramente più importante nell’ottocento, ai tempi in cui l’Italia lottava per la sua indipendenza, di quanto non lo sia oggi in cui la sovranità del nostro stato non è in pericolo. La verginità o la castità erano più importanti nel Medio Evo, oppure oggi nei paesi musulmani, di quanto nell’Europa odierna. Eppure i valori hanno un ruolo fondamentale nella vita. Non averne è come essere senza radici. Valori possono essere: la famiglia, l’amore, l’amicizia, la libertà, la coerenza, l’onestà, il credo religioso, l’ideologia politica, ma anche i soldi e il compromesso. I valori sono punti fissi, necessari nelle relazioni durevoli nel tempo. Sono un impegno necessario che ognuno prende con sé stesso per dare continuità e certezza al proprio rapporto con gli altri che lo condividono. I valori, quindi, per la società intera o per le sue parti, sono fondamentali proprio per l’aggregazione nelle stesse. Una società senza valori finisce per disgregarsi, per degradare, e per involvere. Al contrario però l’assolutizzazione dei valori apre la via del conflitto con gli altri (ricordiamo le dittature distruttive). Ma con questo non possiamo avere paura di possedere dei valori, pensando che possano danneggiare gli altri, perché sappiamo ben riconoscere, oggi, molti valori che servono da fattore coesivo per le società differentemente da altri che fanno prevedere un potenziale distruttivo verso gli altri. Ed anche se alcuni valori mutano nel tempo perché troppo restrittivi, non dobbiamo buttare via i concetti da cui partono questi stessi valori perché il loro significato resta sempre quello che è. Cioè se ci riteniamo più progressisti non possiamo buttare via l’integrità, la coerenza, l’onestà, l’affidabilità, ritenendoli valori restrittivi, altrimenti, come è accaduto, diamo spazio ad esempio alla corruzione. Per concludere si può dire che se da un lato non si debbono accettare ciecamente i valori che ci sono stati trasmessi, dall’altro, però, ognuno deve fare una scelta personale e ragionata, e farsi una sua lista di valori (anche se dovessero essere controcorrente), e cercare di vivere coerentemente ad essi. Per avere una direzione, uno scopo nella vita e quindi evidentemente affiancarsi a chi li condivide anche e soprattutto nel momento di un voto. Scendendo nel concreto chi, partendo dai propri valori, crede nella pena di morte, nelle armi, nella violenza, nelle barriere, nell’indifferenza, nella paura, nella volgarità, potrà mai essere d’accordo con chi crede nella libertà, nella fratellanza, nell’accoglienza, nella tolleranza, nella giustizia, nella democrazia?