IL CALCIO…..ALLA SQUADRA DEL CUORE

I tradimenti dei calciatori, di cui tanto si parla ora, non dovrebbero angustiarci più di tanto ma della mancata fedeltà dei tifosi sì. Il calciatore è un mercenario, specie ai nostri tempi quando milioni di euro gli passano tra le mani e sulla testa ed è difficile rimanere legati ad un posto o provare sentimenti di appartenenza, il tifoso no. Quando incominciai a capire di calcio era la sera del 4 maggio del 1949. In una Napoli ancora malconcia per la guerra, mio padre si ritirò a casa con le lacrime agli occhi e ci raccontò a me e mia madre la storia del grande Torino. Un aereo con tutta la squadra era precipitato il pomeriggio sul colle di Superga. Una squadra invincibile, senza trucchi, per la quale la gran parte degli italiani simpatizzava, per altro era quasi la nazionale italiana. Nei giorni che seguirono mio padre mi spiegò anche la differenza tra la squadra per la quale si hanno simpatie e la squadra del cuore cioè quella per cui si fa il tifo. Solo due anni più tardi mio padre mi accompagnò per la prima volta allo stadio del Vomero per vedere una partita del Napoli. Avevo otto anni e fui colpito da quel clima particolare di consonanza di cuori, allora a me del tutto sconosciuto. Da quel momento capii la differenza e non ho smesso mai di tifare per il Napoli, pur simpatizzando per squadre che ci conquistavano per il bel gioco espresso, come nel caso, ad esempio, del Milan di Sacchi. Non è certo determinante essere nati o vivere in una città o nei pressi e di conseguenza tifare per la squadra che la rappresenta. Ma di solito per quel campanilismo che contraddistingue anche le più piccole contrade italiane e per l’amore che si porta alla propria terra avviene proprio così. Basti pensare al richiamo della Nazionale. Ma il buon tifo è qualcosa di più. Poter condividere con decine di migliaia di persone le amarezze e le gioie che dà la tua squadra del cuore. Momenti, episodi o giocatori rimasti indelebili nel ricordo del tifoso. Si pensi a Luciano Comaschi terzino degli anni ’50. Giocatore di grande temperamento, francobollatore arcigno, combattente che metteva al servizio della squadra ogni stilla di energia, soprannominato dai tifosi “O lione” (etichetta che gli verrà sottratta nel 1955 da Vinicio). Di questi due un episodio indimenticabile all’inaugurazione del nuovo stadio San Paolo il 6 dicembre 1959, contro la Juventus di Charles e Sivori, che si avviava a vincere lo scudetto. La vittoria per 2-1 con gol per il Napoli di Vitali e poi, in contropiede, di testa, di uno zoppo Vinicio, che era rimasto in campo per onore di firma e perché non esistevano le sostituzioni, dopo che proprio Comaschi aveva salvato miracolosamente sulla linea bianca della propria porta. Vecchi tifosi che piangevano il 21 agosto del 1965, nella curva B, dove ero seduto, e sognavano “questa volta possiamo fare qualcosa”. Era un’amichevole ad inizio stagione contro il Milan di Maldini, Trapattoni e Rivera (3-3). Giocavano insieme Sivori, Altafini e Canè e segnarono tutti e tre. Quell’anno il Napoli arrivò terzo. Poi il Vinicio allenatore, dopo essere stato un grande calciatore, che praticò con una squadra, non certo di grandi campioni, il calcio olandese per la prima volta in Italia raggiungendo il secondo posto. E poi il Napoli di Maradona, quando le emozioni erano pari al divertimento e alla soddisfazione. Molte cose viste in quell’epoca sono cose non viste più nemmeno ai nostri giorni con Messi e compagni. E poi la festa e la commozione per le strade della città per il primo scudetto. Il cartello esposto sul cimitero di Poggioreale “Che vi siete perso”. Il gioco che diverte di Sarri. Ma migliaia sono i ricordi che legano il tifo di una città con la propria squadra non solo per vittorie o sconfitte ma a volte legati ad episodi commoventi, come quando qualche giocatore amato va via, o tristi, come quando ti accorgevi delle palesi ingiustizie arbitrali alle quali non vi era rimedio; di solito a favore delle squadre più ricche e più forti. Da apprezzare molto quei tifosi di squadre che vincono sempre poco o che militano nelle serie inferiori e che restano fedeli alla propria città persino quando non riescono nemmeno a salire di categoria. Quindi a me sembra strano che molti tifosi particolarmente della Juventus, Inter e Milan provengano persino da terre molto lontane. E ancora più strano e biasimabile che taluni di questi detestino proprio la squadra della loro città. Ma forse è spiegabile col fatto che queste squadre riescono facilmente simpatiche per aver vinto molto più delle altre ed essere altrettanto potenti economicamente. Senza pensare alle coppe ma solo ai campionati 32 alla Juve, 18 al Milan e 18 all’Inter. Ciò mi fa riandare con la mente di nuovo agli inizi degli anni ’50. Ero credo in quinta elementare e ricordo di un amico di classe che mostrava ogni tanto la foto ritagliata di Greta Garbo dicendo che era sua madre. Molti di noi non conoscevano bene il viso della famosa attrice, per altro già ritiratasi dalle scene, e per parecchio tempo la cosa resse. Alla fine dell’anno scolastico ci accorgemmo della verità: la madre era abbastanza brutta.