SOLO SETTE GIORNI

Tra Natale e Capodanno passano sette giorni. Ho sempre accostato queste due date a due visioni della vita. L’anno è la misura umana del tempo. Il tempo ci parla del trascorrere al quale siamo sottoposti e di cui siamo consapevoli. L’uomo passa non soltanto nel tempo ma parimenti misura il tempo nel suo consumarsi: tempo fatto di giorni, settimane, mesi, anni. In questo fluire umano, oltre all’apertura al futuro, c’è sempre la tristezza del congedo dal passato e la certezza che il tempo finirà. Il Natale parla sempre e solo di un inizio, dell’inizio, di ciò che nasce. I sette giorni tra Natale e Capodanno potrebbero essere paragonati ai sette giorni a cui è ispirata la dottrina cristiana per la nascita del creato. Un Dio, da sempre esistito, che non muore mai, crea un mondo destinato comunque a morire. Un Dio che, differentemente dalla dottrina scientifica, mentre il mondo scompare, lascia all’uomo la visione dell’eternità nella risurrezione del corpo. Con questo non ho mai pensato ad una distinzione tra confessionale e laico, tantomeno ad una superiorità di una visione della vita sull’ altra ma piuttosto ad una diversità che esiste e di cui, a mio modesto modo, tratteggerò il senso. La prima cosa che viene alla mente è la rappresentazione delle due feste in quanto tali. Il Natale è quasi una festa intima oltre che religiosa. Il Capodanno una festa laica, mondana. Una buonista, come si dice oggi, l’altra realista. Una ottimista, l’altra anche pessimista. Chi ha una visione ottimistica della vita vive meglio di chi ne ha una pessimistica, affronta le difficoltà con più prontezza e vigore. Questo è certamente vero ma se si esagera con questa fiducia a prescindere, si finisce per non cogliere i pericoli della realtà in cui si vive. Tendenzialmente nel Natale scopriamo sempre l’opera buona, il perdono, la speranza. Il Capodanno, anche tra luci e feste, porta il ricordo del passato, con un filo di tristezza e il concetto di fine con la fine dell’anno. L’uomo “Natale” forse più poetico, favoleggiante, sognante, romantico, con voli pindarici, l’altro più crudo, concreto, pratico, con i piedi per terra. Ma nelle due ricorrenze possiamo trovare punti di contatto proprio nel significato più profondo della nascita che, se è intrinseco nel Natale, come detto, lo troviamo anche nel senso del nuovo anno che viene. Quindi, anche se le due visioni non si sovrappongono, si ritrovano nel significato della nascita che ci offre la speranza nel domani. Come si dice “la speranza è l’ultima a morire” e qualcuno aggiunge “ma è la prima ad illudere”. Quest’ultima affermazione sarà però dell’uomo “Capodanno”. Non possiamo in alcun modo vietarci la speranza. La speranza del domani, la speranza nei propri progetti, la speranza che si migliori e che la vita migliori. Altrimenti sarebbe, il tutto, solo un lento trascorrere del tempo verso la morte. Ed infatti la vera nemica della speranza è la morte. Finché c’è vita c’è speranza. Anche chi uccide o si uccide non ha speranza perché non riesce a confrontarsi e a vedere una normale via d’uscita ai suoi problemi. Persino lo Stato che uccide non mostra speranza in un ravvedimento del condannato. Ma la speranza non è solo ottimismo come, a volte, si lascia credere. La speranza è un’aspettativa che ci fa stare in tensione, che, poi, trasforma un progetto in realtà. La speranza, diciamo, è una fervida attesa, come quella di un parto. Ed ecco che ritorna l’immagine della nascita, del Natale. L’attesa di una nuova vita è l’emblema di tutte le speranze: la speranza che diventa certezza. ‘E il passaggio in realtà di un disegno umano, realtà vivente che porta con sé nuove speranze, cioè nuove tensioni di vita futura e così di seguito di vita in vita, di speranza in speranza e, perché no, di certezza in certezza.