La canzone che non fa storia

Con l’enorme sviluppo dei mezzi audiovisivi, la produzione artistica di musica cosiddetta leggera, ma ancora meglio popolare, è stata sfruttata sempre più a fini commerciali e spesso come tranquillante e distraente. Canali radiofonici e televisivi diffondono 24 ore al giorno musica. Essa risuona quasi ininterrottamente in centri commerciali, grandi magazzini e boutique, si sente in officina ed in ufficio, sui treni e sugli aerei negli allevamenti di animali, ed è indissociabile dalla pubblicità radio-televisiva. Si passeggia o si corre per strada o sulla spiaggia con un auricolare all’orecchio. La musica delle discoteche assordante quanto ripetitiva per sballare e non lasciar pensare. In questo stato di confusione e di stordimento generale, in questa torre di Babele della fruizione del genere musicale, l’uomo è portato ad accostarsi ad esso con enorme superficialità e non riesce, nemmeno dove ci sono, ad intravedere quelle espressioni di sentimenti collettivi e di valori universali, restando legato ad una sorta di repertorio di canzoni e di artisti divenuti ormai dei classici, poiché, come le poesie recitate da bambini, sono gli unici che si sono fissati in mente. Ed ecco spiegato anche l’inefficace diffondersi delle cover. Nemmeno nelle rassegne, concorsi e festival, che potrebbero essere un momento di riflessione, si scorge granché di positivo, proprio perché anche essi sono organizzati dai discografici solo a scopo commerciale, che seguendo la moda del momento, scelgono artisti dalla vena ormai esaurita o giovani che passano come meteore per poi sparire, escludendo spesso idee ed energie nuove. Per altro la sconsiderata inflazione della musica popolaree e per qualche verso la riproduzione illegale di essa hanno causato una crisi nel settore discografico, e gli stessi addetti ai lavori, che in molti casi l’hanno prodotta, non riescono, guidati solo da fini economici a trovare nuovi sbocchi per una migliore e più sensata fruizione della musica cosidetta leggera. La canzone oggi è solo un ammasso edonistico in cui il colore ha preso il sopravvento sui contenuti formali ed espressivi; proprio come in quelle rappresentazioni grafiche, in cui non vi è altro contenuto che il colore, che dopo qualche minuto, in cui si è rimasti più o meno inpressionati, risultano sterili; poichè al di là dell’impatto edonistico non vi è nient’altro. Ma la crisi del mercato discografoco, la crisi delle idee, insomma la crisi di una nuova canzone d’autore che finalmente s’impone potrebbe essere purificatrice. E se da un lato tutto ciò, crisi economica, delle idee, dei valori, sembra rispecchiare i tempi che si vivono dando ragione al musicologo Combarieu, d’altro canto proprio Combarieu ci da lo spunto per ritrovare la via di una nuova canzone che esca dalle ombre e dal pantano della  moderna  società.   “La musica non è….un’espressione passeggera della gioia, della tristezza o del sogno, o ancora un arte di lusso, un divertimento immaginato dagli uomini in ozio”. Una fruizione della canzone, quindi, dovrebbe essere meno superficiale, tanto da non rappresentare solo un momento effimero e spiccatamente di evasione. Pertanto realizzare una rassegna, uno spettacolo musicale oggi dovrebbe significare diversificazione e rivalutazione della canzone, per venire, nel modo migliore, incontro alle necessità sia socioculturali che dell’universo musicale (produttori e consumatori). E se anche vivessimo il miglior momento musicale, questo non impedisce di stimolare gli artisti ed il pubblico a creare ed a fruire di opere qualitativamente migliori. Tutto ciò da realizzarsi in un contesto ideale, dove la musica oltre che venduta sia anche percepita quale momento di crescita artistica e culturale. Non più, quindi, la musica del villaggio globale ma piuttosto la musica….del villaggio. Una canzone con i canoni prima evidenziati da gustarsi quasi in religioso silenzio in piccoli ed accogliaenti spazi che possa lasciare finalmente riflettere e non solo stordire. Una canzone, quindi, che abbassi il volume e ci lasci godere la sua poesia. E chi si trova nella possibilità di creare o alimentare una musica o canzone di tal fatta, anche se non passa alla storia, trovandosi in buona compagnia, opera almeno una scelta vitale e getta le basi per un genere musicale più meditato che potrebbe poi essere, proprio per questo, ricordato.

La canzone che fa storia

Nei primi del ‘900 il musicologo Jules Combarieu diceva: “La musica non è nella storia un fatto eccezionale o intermittente, un casuale dato ausiliario per cerimonie religiose, un’espressione passeggera della gioia, della tristezza o del sogno, o ancora un’arte di lusso, un divertimento immaginato dagli uomini in ozio. Essa è un fatto naturale e universale come il linguaggio, che appare ovunque ci siano uomini e che può essere collegato, se si considerano le forme in cui essa si realizza, alle leggi profonde e permanenti della vita sociale. Essa trae la sua sostanza dalla vita sociale, come la pianta trae quello che possiede dal suolo dove poggiano le sue radici.” Una musica astratta dalla vita sociale non avrebbe senso e perderebbe anche il suo valore estetico. Non vi è dubbio che la musica, come tutte le manifestazioni della cultura, sia determinata da concrete premesse storiche e sociali. L’opera musicale è l’effetto e il rispecchiamento dell’agire di forze diverse che improntano la vita economica, l’ordinamento sociale e la coscienza dell’artista. Non può essere dunque considerata come separata dalla vita sociale. Tanto il contenuto quanto la sua forma sono il risultato di quelle forze e del modo in cui esse sono colte e interpretate dall’artista. Proprio in questo modo una creazione individuale, come l’opera musicale, dovrebbe esprimere valori universali, di cui è plasmato lo stesso compositore, dei quali si nutrono e con i quali si confrontano tanti altri uomini. E in ciò consiste, in ultima analisi il ruolo di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Questo ancor meglio per la canzone. Le aspettative si riflettono nel bisogno di vedere estrinsecati nella canzone, nella sua completezza di testo e musica, quei valori universali in cui ci si possa identificare o confrontare. La canzone deve affondare la propria creatività nelle radici culturali della società. E se vuole essere educativa, deve rispecchiare non solo la moda ma anche la storia.