La canzone “fai da te”

In questi ultimi anni, da quando ho ripreso ad interessarmi di musica, ho toccato con mano, purtroppo, le difficoltà che si riscontrano in tale campo, particolarmente poi per chi compone canzoni, come nel mio caso. L’inflazione di musica in genere e sopratutto di canzoni, che si ascoltano un po’ dovunque ad a tutte le ore, sopratutto quelle vecchie. La crisi economica che è ricaduta pesantemente anche in questo settore, per cui produttori, impresari, discografici non si lasciano coinvolgere più di tanto, persino da prodotti ben confezionati ma si fanno guidare, forse anche per pigrizia mentale, nel reperimento o scoperta di nuovi artisti solo dai talent o da mirati concorsi abbastanza pilotati. I locali che organizzano serate con inediti sono una rarità e comunque pagano molto poco o niente. Il genere musicale cantautorale per altro non è visto di buon occhio, poichè alla canzone riflessiva si preferisce quella scanzonata e distraente. In più per chi come me, che da molti anni non canta e non suona più in pubblico, si presenta la necesità di reperire artisti ed  interpreti adeguati ai brani. Questi di solito scelgono le cover o, meno, loro pezzi inediti. Infine quando non si dispone di mezzi tecnici adeguati bisogna chiedere la collaborazione ad un arrangiatore e guardare che il brano vesta l’abito giusto.  Ecco perchè non solo per me ma per la gran parte di coloro che fanno canzoni, è necessario seguire personalmente il lavoro dall’inizio, cioè dalla composizione, fino all’uscita in pubblico, occupandosi anche della pubblicazione degli eventuali cd o di quella on line. In effetti è molto bello, particolarmente poi quando non si hanno a disposizione grossi mezzi economici, poter seguire la propria creatura dalla nascita fino alla completa maturità ma anche oltre, come un buon padre di famiglia ed essere fiero anche di piccole soddisfazioni. Il prodotto finito si può, quindi, tranquillamente chiamare una canzone “fai da te”. Anche il brano sotto pubblicato ha seguito l’iter descritto e, come ogni creatura, anche questa è amata e piace tanto al genitore.

Il Festival di Sanremo e la musica leggera……ma non troppo

Ringrazio il giornalista Piero Vittoria che ha scritto questo articolo sul quotidiano Il Centro del 23 febbraio.

“Ogni anno, nei giorni del Festival, ci scopriamo un po’ tutti osservatori musicali. Inevitabilmente siamo tentati dal confronto tra passato e presente e persino da pronostici sul futuro, anche fuori dal mondo luccicante di Sanremo. E quando notiamo un lavoro che associa passato e presente, senza rivelarsi una cover, si resta sorpresi, piacevolmente, oltretutto perché si tratta di prodotto locale. Parlo dei brani del compositore Antonio Cessari, napoletano ma che risiede ormai da anni a Pescara. Nelle sue canzoni si sentono i profumi della musica degli anni ’60/’70 ma trattano in gran parte argomenti scottanti dei nostri tempi. Per una stagione cantautore, alla fine degli anni ’70, ha lasciato, per un lungo tratto della sua vita, la scena musicale, per dedicarsi alla famiglia ed alla professione di bancario, non trascurando mai, il lavoro di autore e compositore. Ora affida ad altri il compito di cantare i suoi pezzi. Nei primi tre CD, all’artista siciliano Mario Serafino, al cantautore Andy Micarelli e, per alcuni brani in napoletano, alle cantanti Laura Di Pancrazio e Marianna Capone. Un musicista sui-generis: non vive con la musica ma vive per la musica. Non ha quindi bisogno di fare calcoli o travestirsi nel comporre ma può dire quello che sente. In questo senso, sembra che non lo abbattono le ingiuste critiche né lo esaltano gli elogi sperticati. La sua musica, come si diceva un tempo, potrebbe essere definita “prodotto di nicchia” ma lui preferisce chiamarla “musica del villaggio” in alternativa alla musica rituale del villaggio globale. In effetti, come gli antichi cantastorie che giravano tra paesi e frazioni, narra nelle sue canzoni gli avvenimenti e i drammi contemporanei che lo colpiscono e le storie d’amore sempre in modo non scontato. Una canzone che lascia pensare, riflettere, quindi, verrebbe da dire, una musica….non troppo leggera, non adatta a coloro che vogliono trovare in essa solo la funzione distraente o rilassante. Per la verità i pezzi del Cessari, pur affondando le radici nella vita sociale ed esprimendo valori universali, di cui è plasmato lo stesso autore, tentando di svolgere quella funzione di proposta e di mobilitazione, tipica di una certa canzone d’autore, non risultano mai barbosi. Questo anche perché si presentano orecchiabili (quasi sempre composti da versi in rima) e ballabili (con musiche folk rock, influenzate dagli anni d’oro del genere). Ed anzi, con l’arrangiamento del giovane maestro Elio Depasquale, a volte la parte musicale si mostra persino in contrapposizione all’argomento trattato dal testo. In “Quella munnezza….di Ciro” si canta la terra dei fuochi in chiave tragicomica. In “’E quatte jurnate” la ricorrenza dei 70 anni delle 4 Giornate di Napoli. In “Lacreme ‘e mare” gli sbarchi clandestini sulle nostre coste. In “’A mana dinto ‘e capille” le speranze e le preoccupazioni di un genitore per suo figlio ai giorni nostri. In “A stazione” il dramma dell’emigrante. “’O cecate” ci descrive una Napoli che non vede i suoi mali. In “’N’anema in pena” un amore impossibile. In “Carolina” le immagini e le osservazioni su uno stupro. “Le nostre città” guarda al caos delle metropoli. Ne “Il tram n. 28” le valutazioni sulla monotonia della vita umana. “Un uomo decente” presenta una persona perbene come fuori dal tempo. “Se partirò” i sogni, i desideri e le aspirazioni umane. I veri eroi sono quelli che lavorano in silenzio in “Chi sono gli eroi?”. Un ricordo dei genitori in “Mio padre e mia madre”. In “17 Marzo 2011” la festa dei 150 anni dell’Italia che viene sovrastata dal bunga bunga. Infine in “Gina” la condanna di un amore classista. Non possiamo che augurarci di ascoltare presto altre canzoni nate dalla vena di questo autore che, per altro, mette la sua musica a disposizione di giovani interpreti.”

Ringrazio, di nuovo, il giornalista Piero Vittoria che ha voluto descrivermi benevolmente in un articolo su “Il Centro” di Pescara del 23 febbraio scorso.
Con l’occasione voglio aggiungere qualche modesta nota.
Per chi compone e comunque per qualsiasi artista, piccino o grande che sia, che crea qualcosa, è sempre necessario che produca, anche nel suo piccolo, una catarsi in coloro che lo ascoltano o lo guardano. Ed è proprio questa la funzione dell’arte, particolarmente al giorno d’oggi, dove, caduti in basso quasi tutti i valori morali di riferimento, una nube di pessimismo si addensa sull’animo umano.
Cioè l’artista deve cercare di elevarsi e con lui fare elevare anche gli altri. E se proprio non vi riesce, almeno tenti di alzarsi sulle punte dei piedi.

Da una poesia donatami dal mio carissimo amico e poeta Piero Catalano, ho ricavato questo brano che è l’omaggio di un figlio alla “Mamma Napoli”. L’arrangiamento di Elio Depasquale e la voce di Laura Di Pancrazio hanno fatto il resto.

Buon anno 2014 “In napoletano”

Con i brani qui pubblicati faccio gli auguri di buon 2014 agli amici che seguono questo sito, ricordando anche un noto proverbio della mia terra che può andare bene per tutti, considerati i tempi, e apre il cuore alla speranza. “Chi ha avute ha avute, chi ha date ha date, scurdammece ‘o passate, simme ‘e Napule paisà.” Il senso è che non importa se devi avere qualcosa, se hai dato troppo o se qualcuno ti ha fatto un torto, non portare rancore, dimenticati di tutto e vivi il presente.

1943-2013 RICORRONO I SETTANT’ANNI DELLE QUATTRO GIORNATE

Fine anni 50′ inizio anni 60′. Chi passava a Napoli per piazza del Gesù, nel centro storico della città, notava nella mattinata, davanti alla chiesa, un cieco del tutto particolare. Aveva sempre lo sguardo fisso nel vuoto, il sole gli bruciava il viso, suonava magistralmente la fisarmonica. Si diceva che era lì portato dai familiari a prima mattina e lasciato per lunghe ore affinché i passanti gli dessero l’elemosina. Si diceva anche che quando guadagnava poco, arrivato a casa, c’era chi lo sgridava e in qualche caso lo percuoteva.
Il paragone con la città era obbligatorio; una città che spesso nelle varie epoche anche recenti, si è lasciata andare alla sua cecità, ai suoi luoghi comuni, strizzando l’occhio a chi si arrangiava invece di darsi da fare, non accontentandosi più dell’elemosina né di farsi sfruttare.
L’arrangiamento musicale ci porta proprio nei vicoli del centro con le sue incomprensibili voci ed il ritmo cadenzato esalta la tristezza dei contenuti.

Un giovane padre saluta alla stazione la sua donna e la sua bambina. L’una copre il volto con il palmo della mano per nascondere le lacrime. L’altra è desiderosa di baciare il padre.
Chi guarda la scena ha un moto di ribellione contro l’amaro destino di coloro che sono costretti a partire o ad emigrare per un posto di lavoro ed implora di fermare quel treno sul punto di partire, sperando che il macchinista si commuova a vedere la creatura che piange.

Una canzone di protesta e di speranza che rappresenta l’ attuale situazione della società nel passagio generazionale tra genitori e figli.

Il brano tratta delle traversie sopportate dagli extracomunitari che tentano di sbarcare in Italia. La rappresentazione delle tragedie e dei dolori è trattata con il dialetto napoletano in modo appassionato e commuovente, con un consiglio finale per noi tutti.

Novità 2013: Il Grillo….per la testa, la Voce e l’Anima

La vera novità del 2013 è stata l’affermazione, alle elezioni politiche, del Movimento  5 Stelle e sopratutto di Grillo. Non sono un politologo per cui mi soffermo su questo fenomeno solo dal punto di vista culturale. Egli ha saputo convincere almeno il 25 per cento degli italiani e ci ha dimostrato che un’aspirazione, un sogno si può concretizzare,  anche con idee audaci ed innovatrici, dedicandosi e spendendosi per gli altri, senza particolari interessi personali; rappresentando, quindi, proprio lui l’emblema del motto “avere un grillo per la testa” e realizzarlo. Questo mi ha portato a guardare con simpatia Grillo, notissimo comico, ora anche apprezzato politico, anche perché, dal punto di vista metaforico, abbastanza simile, al suo omonimo con la lettera minuscola, insetto sempre gradito all’uomo, per il suo comportamento pazzerello e per l’allegria che il suo canto infonde, rappresentando un simbolo di gaiezza e bizzarria e persino un segno di buona fortuna. Quindi, se da un lato viene spontanea la battuta che sono ancora pochi gli italiani che hanno un Grillo per la testa, d’altro canto, possiamo allora chiederci se il nostro paese non sia parecchio carente in fantasia e poco desideroso di idee innovatrici. Quante volte abbiamo sentito le frasi “non metterti grilli in testa” o “non farti venire nessun grillo in testa” o “non farti passare nessun grillo per la testa”. Queste esortazioni normalmente di genitori, educatori, parenti e amici, nel rappresentare persino il più bieco conformismo, o, nella migliore delle ipotesi, temendo le alee dei progetti geniali, tendevano di solito a tarparci le ali della fantasia o dello spirito o dei sogni, per piccoli o grandi che erano i nostri desideri. Per cui l’espressione popolare “non avere grilli per la testa” vorrebbe dire avere maturità ed equilibrio, rifiutando eccentricità, fantasie, idee bizzarre, desideri stravaganti. L’origine dell’espressione rientra nell’immaginario popolare. Il grillo è, per le sue caratteristiche peculiari, protagonista in positivo o in negativo in tutte le antiche culture regionali italiane, proprio per il fatto che ha la capacità di fare salti anche di diversi metri. Di qui la metafora di qualcosa di incontrollabile che balza  all’improvviso dalla testa di qualcuno volando anche lontano, fuori, se pur momentaneamente, da una normale portata visiva. Secondo  però alcuni studi svolti al Salk Institute Biological Studies della California il detto “avere grilli per la testa” ha una base reale. Tali ricerche dimostrerebbero che all’interno del cervello ci sono moltissimi “geni grillo” cioè sequenze di DNA che saltano da un punto all’altro del genoma (materiale genetico di un organismo), modificandolo. Se pur nel nostro DNA si verificano pochi di tali salti, dando maggiore stabilità al DNA umano,  i ricercatori del Salk Institute, hanno visto che nel cervello i “geni grillo” sono presenti in numero cento volte superiore, saltando quindi molto più spesso. Pertanto, grazie a questi salti casuali, il DNA di ogni singolo neurone del cervello può essere diverso dal DNA degli altri neuroni, attribuendo ad esso complessità ed unicità maggiore e spiegando perché ogni cervello è unico, irripetibile e diverso da tutti gli altri. Con ciò si comprende anche la frase “ogni testa è un mondo”. Sia che ci troviamo alla presenza di una metafora popolare, sia che invece si voglia spiegare scientificamente l’unicità di ogni “testa”, personalmente, pensando a tutti coloro che hanno avuto, hanno o avranno  “un grillo per la testa”, provo un gran senso di piacere, non certo per vedere un mondo senza maturità ed equilibrio ma piuttosto una società dove regnino, insieme alla fantasia, idee nuove e coraggiose.

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Pertanto, anche a me, come a tanti, è capitato di avere grilli per la testa, almeno secondo quanto detto finora. Ed ecco che a quattordici anni quando presi in mano la chitarra di mio nonno, per scoraggiarmi, mi fu detto di non mettermi grilli in testa ma di continuare a studiare. Così quando a 35 anni formai un gruppo musicale e andai sulle piazze e nelle TV  libere a proporre le mie canzoni mi fu ripetuto di non mettermi grilli per la testa ma di pensare a mia moglie a mio figlio. E quando, andato in pensione e sistemati i miei figli, ho ripreso a comporre brani musicali ed a proporli, mi è stato ancora ripetuto di non mettermi grilli in testa visto che ormai ero troppo vecchio per la musica, perché avevo più di sessant’anni. Questa volta però il grillo per la testa l’ho voluto trattenere e non l’ho lasciato solo passare. Ed il sogno di un ragazzino sta prendendo corpo. Per altro non si può pensare di convincere tutti e subito ma ognuno nel proprio piccolo può rendere  reale un desiderio e coltivarlo con amore e con pazienza per farlo crescere e accettare di più. ‘E anche difficile che per trasformare un sogno in realtà,  tranne che non si tratti di sogno criminale, si possa fare a meno della collaborazione degli altri. Ecco che quindi ai detti o motti precedenti possiamo aggiungere locuzioni e modi di dire che danno in breve il senso della partecipazione e della collaborazione di coloro che condividono e favoriscono un altrui progetto. “Il braccio e la mente”, “il corpo e l’anima” e aggiungo, nel caso personale, “la voce e l’anima”. Da quando ho ripreso ad interessarmi in prima persona di musica, con la composizione, dovevo scoprire quale voce poteva attagliarsi meglio ai miei brani. Quindi trovare non solo chi condividesse i significati dei testi ma anche chi si calasse nella mia musica tanto da avere una completa osmosi tra compositore ed interprete. Così dopo un’utile collaborazione con  il noto artista catanese Mario Serafino, che peraltro, con un suo stile personale, ha portato molti miei brani ad una ottima visibilità nella rete ed eseguito con successo anche all’estero alcuni miei pezzi, ho trovato nel maggio dello scorso anno un interprete ideale per le mie canzoni. Un giovane ventisettenne di Chieti, Andy Micarelli, prima di tutto fine musicista, diplomato al Conservatorio di Pescara, poli-strumentista, lui stesso compositore di canzoni. Brillante interprete negli anni precedenti di Battiato, Graziani e De Gregori con una timbrica vocale per certi versi affine a Mango e a Concato, ha acquisito ora uno stile personalissimo, di cui si è già parlato nelle pagine precedenti del sito e negli articoli di stampa a lui dedicati, che lo proietta verso un luminoso futuro. Comunque rappresenta per me, al momento, la Voce della mia Anima e questo almeno a me basta. Le mie canzoni saranno cantate, come già lo sono, anche da altri interpreti ed ognuno di loro si calerà nel mio animo di compositore tanto da avvicinarsi sempre più, spero, ad un optimum interpretativo. Nel discorso delle collaborazioni cioè del braccio e la mente, tante sono le persone che bisogna ringraziare. Prima di tutti Elio Depasquale, conosciuto ormai da più di sei anni, che unisce destrezza strumentale ad una grande inventiva negli arrangiamenti, poi Laura di Pancrazio felice interprete di alcuni miei brani in napoletano (un mirabile esempio qui sotto) ed ottima corista del gruppo di Andy. Nel gruppo si sono distinti per impegno e grande bravura oltre al già nominato Elio Depasquale alle tastiere: Matteo Di Battista e Giovanni D’Aversa alle chitarre, Pierpaolo Catena ai bassi, Luca Di Battista alle percussioni. Infine un grazie va anche alla Music Force, l’etichetta discografica di Chieti Scalo, che con i giovani editori ed impresari Emanuele La Plebe ed Alessandro Carletti Orsini, persegue da tempo una illuminata ma non certo facile politica di produzione di inediti. Hanno pubblicato, tra l’altro, il primo CD di Andy Micarelli “Ritratti”. Per chiudere, in onore di Grillo, per quanto si è detto finora, si può ascoltare, qui sotto nella pagina, il brano “Il grillo pescatore”, da poco composto, che Andy interpreta mirabilmente accompagnato dal solito scintillante arrangiamento di Elio. A breve altre novità nel prosieguo del progetto.

Canzone contestata cancellata da Youtube

“Il grillo pescatore”

Una ballata folk rock nel segno della rappresentazione fiabesca che diventa nella superba interpretazione di Andy Micarelli, per certi versi recitata e rafforzata dai cori, in molti punti un peana per il M5S, tanto da farci sentire il fremito dei vecchi canti politici 

2013: Festival,Talent,Cover

“Dopo aver ascoltato il Festival di Sanremo per la 63^ volta, non posso fare a meno di verificare che l’unica vera novità è che abbiamo assistito al primo festival nella storia…. con un Papa dimesso. Ma quando le strade che portano a queste gare canore sono sempre le stesse, anche per il volere di Major senza fantasia, si finisce appunto col presentare quasi sempre gli stessi personaggi, le stesse voci e le stesse canzoni. In effetti quanti dei brani ascoltati saranno ricordati al di là di una stagione? Si sente da anni la mancanza di gente come Vincenzo Micocci o Lilli Greco che hanno scoperto e lanciato i nostri migliori cantautori, o luoghi accoglienti come il Folkstudio a Trastevere, dove un giovanissimo e sconosciuto Bob Dylan si esibì davanti a meno di quindici persone.” Questo è lo stralcio del mio articolo del 17 febbraio comparso su “Il Centro” di Pescara, dedicato principalmente al raffinato CD del giovane cantautore Andy Micarelli. Da qui voglio partire per occuparmi proprio del fatto che il mondo della canzone, in genere, appare da tempo sempre uguale a se stesso, non riuscendo a partorire quasi mai novità di rilievo. Se vado con la mente al primo Festival, quello del 1951, avevo nove anni, devo ammettere che Filogamo forse non era Fazio e che tre interpreti erano pochi per venti canzoni ma il pezzo vincente “Grazie dei fiori”, cantato da Nilla Pizzi ancora oggi viene suonato e cantato in giro per il mondo, pur non essendo certamente uno di quei brani saliti nell’Olimpo della musica. Ma a che stadio, mi chiedo, dovremmo, allora, collocare “La canzone mononota” (il titolo ci dice tutto) di Elio e le Storie Tese, seconda nel 2013? Eppure ci sono state persino canzoni, negli anni, bollate a Sanremo e poi passate alla storia, come ad esempio “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano o “Vita spericolata” di Vasco Rossi. Ma col trascorrere del tempo pare che il mondo della canzone non si ravvivi e lasci passare per buoni non pochi anonimi ed insignificanti prodotti. Vero è che il panorama musicale è stato invaso da una sterminata popolazione di artisti o presunti tali (talent docet) e la musica è ascoltata anche mentre si dorme per cui c’è una evidente inflazione del prodotto musicale e dell’ascolto. Da qualche tempo c’è anche la musica “on demand”, cioè servizi online (Spotify, Deezer, Feezy, Cubomusica) che consentono di ascoltare milioni di canzoni sia gratis che a pagamento. Ma con questo non si può giustificare il lento decadimento della canzone e il poco assorbimento di essa. Diciamo invece che si è avvertita una netta inversione di tendenza proprio da quando essa è passata dalla fase artigianale alla fase industriale. In effetti dalla metà degli anni settanta, i prodotti musicali, passati dai talent scout e dalle piccole case indipendenti, nelle mani delle Major, non sono stati più concepiti solamente come pure creazioni con uno spiccato tendere all’arte ma piuttosto come prodotti industriali, quindi con finalità basate principalmente sulla produzione di danaro. Ecco una prova. Non molto tempo fa, ho parlato a telefono con Marcello Balestra, direttore artistico della Warner Music, sollecitandolo ad ascoltare un CD di un giovane cantautore. Egli garbatamente mi rispose che bisognava aspettare parecchio poichè aveva da visionare più di mille domande al mese già in agenda e che, più che dedicarsi alla ricerca di nuovi talenti, era tenuto al rispetto delle linee produttive imposte dall’editore. Proprio per questo le case discografiche trovano utile il proliferare, negli ultimi tempi, dei talent che da un lato fanno risparmiare una notevole perdita di tempo per la ricerca e per altro danno una mano anche al lancio anticipato dell’artista, ancor prima che entri nel mondo della canzone, lasciando spesso però al caso il destino di giovanissimi interpreti, non ancora maturi per grossi pubblici, che finiscono col bruciarsi in poco tempo. I cosidetti talent, trasmissioni o spettacoli dedicati alla ricerca di nuovi artisti, organizzati e prodotti anche a fini commerciali, per vendere pubblicità, sono diretti e curati da personaggi anche dello spettacolo che però a volte non sono espertissimi di musica, tantomeno sono dei musicologi. In più, quasi sempre, tali manifestazioni ed anche i festival terminano con un televoto o con il voto di giurie popolari che se da un lato consentono che il risultato possa avere per certi versi un profilo più democratico, dall’altro si può giustamente pensare che la massa che vota non è certo di intenditori. Gli autori quindi finiscono con l’appiattirsi sulle manifestazioni e compongono spesso, di conseguenza, canzoni prettamente destinate a determinati pubblici popolari o a conosciute ristrette giurie di esperti o presunti tali. Al proposito abbiamo spesso sentito la frase: questa è una canzone per Sanremo, in tono dispegiativo, confermata dal fatto che Sanremo non è frequantata di solito dai nostri più grandi cantautori. Ed anche questi ultimi, quando vanno al Festival, per rilanciare una popolarità scolorita dal tempo, sono costretti a presentarsi con un brano su misura.

Immagino che fine farebbe una canzone di Woody Guthrie (padre musicale di Bob Dylan e di Bruce Springstin) o di Georges Brassens (il capostipite dei nostri più grandi cantautori) ad un concorso canoro, dove i testi hanno un valore limitato in confronto agli stilemi di valutazione odierni, basati persino sul personaggio più che sul brano. A questo punto è chiaro che la canzone perde un sua essenza primaria, quella di una creazione basata su fatti e su storie che capitano all’artista che li percepisce e tramite la sua poetica e la sua melodia ce li trasmette, quasi come storie da leggere, lasciando anche un ricordo ai posteri dei tempi e della vita vissuta. Ora si basa piuttosto su cose che possano far presa anche solo dal punto di vista commerciale. Quindi persino una pubblicità, ben predisposta per il pezzo, potrebbe teoricamente far vendere, come capita, un prodotto scadente. ‘E anche vero che più di una volta canzoni senza significato hanno ottenuto un successo insperato, però in molti di questi casi sono entrati altri fattori quali una melodia orecchiabile o parole e argomenti trascinanti o che colpiscono perchè volgari. C’è da dire inoltre su tale questione che anche il pubblico degli ascoltatori già assillato da una quantità di musica è spesso poco propenso a prestare attenzione a canzoni molto impegnate e preferisce distrarsi con musichette anche insignificanti, questo anche perchè la musica viene spesso avvertita solo come colonna sonora di contorno e lasciata scivolare senza approfondimento. A tal proposito è del tutto normale che in molti locali, dove si suona anche della buona musica live, questa viene ascoltata distrattamente, mentre il rumore dei bicchieri ed il parlottio della gente sovrasta anche la voce più eminente. In questa particolare epoca di crisi economica e di valori non ci facciamo mancare la crisi della canzone, anche per quanto fin qui esposto. Proprio ora avremmo, invece, bisogno di una canzone che si proponesse come sollecitazione e risveglio degli animi e dei desideri sopiti, lascando dietro le spalle pensieri pessimistici, facendoci invece sognare ma anche fortemente sperare, insomma un motivo di riflessione in più per un auspicabile cambiamento. Però i buoni autori sono pochi e scrivono poco. Ciò fa sì che, persino per una giovanissima ma grande voce quale la sedicenne inglese Birdy, non si è trovato di meglio che farle cantare delle cover per il suo primo CD, ottime finchè si vuole ma sempre cover. Per gli stessi motivi, i giovani cantautori e i giovani cantanti, quando non restano coinvolti dai talent e si fermano purtroppo nelle periferie del mercato musicale, perchè hanno poche modalità per mettersi in mostra, finiscono con lo sconfortarsi e preferiscono evitare di esibirsi con brani propri ed inediti, difficili da far ascoltare alla gente nei luoghi dove essa vuole giustamente distrarsi e non pensare, andando ad interpretare e suonare le cosidette cover. Fioriscono quindi cantanti, pianobar e gruppi che cantano e ricantano canzoni già note, che fungono da mellifluo e soporifero sottofondo, lasciandoci abbandonare nei dolci ricordi del passato per dimenticare un incalzante futuro. Allora come si può venir fuori da tutto questo? Non è molto semplice certo, ma qualcosa si potrebbe tentare. Il punto nodale è cosa si può fare per i giovani artisti che vogliono presentare progetti propri e mettersi in mostra in questo affollato mondo musicale, pur senza tralasciare i filoni dei talent o dei festival, per altro, come detto, spesso dalla visuale scontata. Da anni la nota ed accorsata rivista musicale inglese, New Musical Express, oltre a segnalare e seguire con rubriche specializzate tutti gli spettacoli musicali del Regno Unito, organizza settimanalmente eventi con la partecipazione di artisti emergenti, di solito al teatro Koko di Londra. Bisogna creare, quindi, luoghi appositi, come fu il Folkstudio, dove le nuove leve possano esibirsi e dove talent scout, anche locali, possano segnalare più in alto, come accade sui campetti di periferia per i giovani calciatori, i nuovi talenti emergenti. Qui da noi, in Italia, pare che locali che si occupano di dare spazio a giovani cantautori o ad artisti sconosciuti sono molto pochi, proprio perchè si ha paura di bucare le serate organizzate. Almeno nelle città più grandi con un pò di coraggio, ma mica tanto, un tale posto lo si può far nascere. Esso dovrebbe trarre la sua fama proprio per la sua esclusività e questa dovrebbe essere la sua prima fonte di notorietà. Cioè un locale pubblico o un circolo privato, aperto al pubblico, dovrebbe richiamare gente proprio per serate di qualità, presentate da cantautori o da gruppi, con programmazione di musica inedita. Inoltre il locale potrebbe essere dotato anche di apparecchiature per riprese in streaming che porterebbero ulteriore pubblicità sia al circolo che all’artista, con trasmissioni live e on demand in rete. Ma anche una rete televisiva regionale, una radio o un giornale potrebbero affiancare una tale iniziativa, il tutto per la produzione di pubblicità diretta ed indiretta e visibilità per quanto si muove dentro ed intorno a tali serate. Ciò finirebbe col creare prima o poi un movimento, persino d’elite, tanto che esso stesso venga ad identificarsi col locale. Ancora un altro afflusso musicale, si potrebbe dire? Ma se resta un fatto, così concepito, potrebbe invece dare significato ad un percorso artistico finalmente di novità, quindi, di forte differenziazione per la promozione di filoni di musica nuova, di musica anche alternativa, perchè nata proprio dal basso, senza condizionamenti.

Novità 2012

Nel 2012 si può dire che abbiamo raccolto i frutti dell’anno precedente. Parlando di canzoni ci riferiamo logicamente al seguito che hanno avuto i miei brani incisi dal cantautore catanese Mario Serafino. Mario è tra l’altro il patron del Cantafestivalgiro, manifestazione canora che tende a proporre e a lanciare giovani cantautori, che quest’anno raggiunge la sua diciassettesima edizione. I frutti evidentemente, nel nostro caso, non li possiamo misurare sulla vendite dei cd o sulle vendite on line, considerato che anche il mercato discografico dei grandi tira poco o niente. Possiamo invece stilare un bilancio misurando il gradimento ottenuto su Youtube e ricordando che Serafino ha fatte diverse serate in Italia più due tournée all’estero. Ad esempio, al momento, “Quella monnezza…di Ciro”, il brano tragicomico sulla storia dei rifiuti in Campania, ha ottenuto circa 174.000 visualizzazioni. Ma anche “Un uomo decente” (34.000), “La dittatura dell’amore” (24.000), “17 Marzo 2011” (15.000), “Se partirò” e “‘O cecate” (12.000) hanno avuto una presa superiore alle aspettative. Comunque ognuno dei brani del cd ha superato almeno la soglia delle 5.000 visualizzazioni. Mentre continuava la collaborazione con Mario Serafino, ho avuto il piacere di conoscere un giovane catautore di Chieti del quale si parla più avanti e con il quale è iniziata una proficua intesa artistica.

A proposito degli anni ’70 e della musica

Qualcuno ha scritto che la musica è finita con gli anni settanta, intendendo probabilmente la buona musica. Vediamo se è cosa plausibile. Si disse la stessa cosa dopo aver ascoltato Mozart, musicista unico e insuperabile, il cui stile, però, era stato influenzato da Bach, mentre lui stesso venne poi indicato come il precursore di Beethoven. Considerato che anche ora, a distanza di 40 anni dagli anni settanta, bene o male la musica va ancora, e che molti dei vari generi musicali di oggi si fanno risalire proprio a quegli anni, si può tranquillamente dire, con Antoine-Laurent de Lavoisier, che, come in natura, così in musica, nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Se poi si guarda a quei musicologi, che hanno precisato che il genere metal, oltre che dalla musica degli anni settanta, sia stato influenzato anche da alcuni compositori classici, questa teoria è più che dimostrata. Quello che viene definito Neoclassical o Symphonic metal sembrerebbe influenzato dalla musica tardo barocca di Vivaldi e di Bach. Nello stesso tempo, alcune band più ricercate e più progressive, come si dice in ambito rock-metal, hanno riferimenti musicali vicini a Mussorgsky o Prokofiev. Ciò considerato, si può affermare che la musica, come non è finita (per qualità) nel passato, così non finirà in futuro ma certamente si trasformerà, come è sempre capitato. Al di là di preferenze soggettive, se ci soffermiamo, appunto, sulla qualità, non si può non riconoscere, d’altro canto, che, come in tutte le arti, anche in musica ci sono stati periodi d’oro e artisti straordinari che non hanno paragoni. Ma ciò non può consentirci di affermare che prima di loro non esisteva niente, né niente esisterà dopo di loro. L’ architettura e la scultura greca, la pittura di Giotto e di Michelangelo come la musica di Mozart o di Beethoven, che pur tuttavia hanno pochi paragoni, non sono né punti embrionali né terminali ma sono punti di luce intensissima nella giornata dell’universo artistico, in cui il sole viene dopo la notte, in un perenne susseguirsi, a volte anche con un sole più tenue e una notte meno scura. Piuttosto si possono trovare quasi sempre le ragioni per cui particolari artisti o periodi sono venuti fuori in determinati momenti e poi spariti, almeno nelle forme originarie. Gli anni ’70 (nei quali ragionevolmente molti racchiudono la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80) sono anni di libertà, di trasgressione, di lotte politiche. E’ un periodo dalle tinte forti in tutti i campi. Ecco perché anche la musica, cosiddetta leggera, quella da cui siamo partiti in questa breve analisi, risulta, per la maggioranza dei fruitori, indimenticabile, insuperabile e una pietra miliare anche per tanti generi venuti dopo, proprio perché ispirata e legata ad avvenimenti straordinari, comunque anch’essa con radici piantate in anni precedenti. Una prova di quanto qui detto la troviamo nello scorrere l’elenco, di seguito riportato, degli interpreti di alcune tra le cento migliori canzoni degli anni ’70 secondo la nota rivista specializzata inglese, New Musical Express. James Brown – Bob Marley – Kate Bush – The Beatles – Leonard Cohen – Joni Mitchell – Giorgio Moroder – Chic – John Lennon – Neil Young – Brian Eno – The Who – Prince – George Harrison – Patti Smith – Elvis Costello – Queen – Bob Dylan – Deep Purple – The Rolling Stones – Bee Gees – Sex Pistols – Rod Stewart – Marvin Gaye – ABBA – Lou Reed – David Bowie – Led Zeppelin – Elton John – Bruce Springsteen – Stevie Wonder – Pink Floyd – Talking Heads – Michael Jackson – Donna Summer. In effetti, se si esclude qualche grossolana dimenticanza, dovuta forse al costante antagonismo tra inglesi ed americani, possiamo ben dire che questa lista rappresenta effettivamente il meglio della musica per quei tempi e forse, per molti, ancora ai nostri giorni. Tra gli assenti, Simon & Garfunkel. L’album del duo, Bridge Over Troubled Water, viene pubblicato il 26 gennaio 1970. Il singolo con la title track diventa uno dei 45 giri più venduti di tutto il decennio. Nell’album compaiono altri brani celeberrimi, come The Boxer e El Condor Pasa. Sia l’album che il singolo omonimo ricevono un ricco bottino di Grammy (per il miglior album, miglior singolo, disco meglio prodotto, migliore canzone contemporanea, migliore arrangiamento e così via).

Mancano ancora due meraviglie quali Father and Son di Cat Stevens e Hotel California degli Eagles.

E i Doors, i cui dischi sopravvissero anche dopo la morte di Jim Morrison, avvenuta il 3 luglio del 1971? 

E ancora Joan Baez. Nel 1971 la Baez lavora, assieme al compositore Ennio Morricone alla celebre colonna sonora del film Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, all’interno della quale è inserito il brano di successo mondiale Here’s to You oggetto, fra l’altro, di molte cover in diverse lingue. Nel 1974 incide l’album in lingua spagnola Graçias a la Vida, dove interpreta canzoni tradizionali sudamericane, fra cui il brano di Violeta Parra che dà il titolo all’album, che riscuote un enorme successo negli Usa e in Sud America. Nel 1975 incide il suo disco più venduto, Diamonds & Rust, con il brano che dà il titolo all’album, un racconto della sua relazione, finita male, con Bob Dylan.

Ma bisognava ricordare anche James Taylor il cui successo fu proprio nei primi anni ’70 con un Grammy.

Infine Eric Clapton, da molti definito il miglior chitarrista vivente, che negli anni ’70 ebbe i primi successi.

Il migliore dopo la morte, il 18 settembre del 1970, di Jimi Hendrix, altro dimenticato, il cui disco, che aveva in preparazione, venne pubblicato solo parzialmente nel 1971 con il titolo di Cry of Love e raggiunse la terza posizione della classifica Billboard, settimanale americano specializzato nel settore. Ora, ritornando all’inizio e a Lavoisier, possiamo analizzare come anche la musica degli anni ’70 ha avuto i suoi precursori e i suoi proseliti e, guardando tutti i nomi sopra citati, ci accorgiamo che essa stessa non era univoca, monocorde ma composta da straordinari rivoli, sgorgati da diverse sorgenti e generatrice di altrettanti generi. Quindi certamente musica che si modifica ma non che finisce. Al limite, se proprio si vuole, possiamo dire solo che, con gli anni settanta, finisce un’epoca. Ma solo perché quell’epoca sarà irripetibile, nell’alveo di straordinari fatti storici e sociali che si accompagnarono ad una colonna sonora di cui non si troverà facilmente paragone, vista la qualità e nello stesso tempo la quantità dei solisti. E come si può definire quell’epoca (musicalmente)? Quel periodo, quella musica, come quasi tutti gli esperti affermano, è definita Rock. Il rock, come tale, incomincia a distinguersi passata la metà degli anni sessanta, confuso da alcuni, a quei tempi, ancora con il rock and roll, genere iniziato negli anni ’50, scomparso poi più per diluizione che per decadenza. Musiche, tradizioni e tecnologie diverse finirono, a poco a poco, per caratterizzare il rock nel senso di un sempre più vasto eclettismo. Dalla semplice canzone popolare moderna a varie influenze nazionali ed etniche, da forme e strumentazioni riprese dalla musica classica all’esplorazione di sonorità apportate dai nuovi strumenti elettrici ed elettronici. Ma sopratutto il rock è sorto per differenziarsi, almeno inizialmente, dal beat e dalla musica pop, consolatoria e commerciale, finendo, poi, per influenzare e trasformare talmente gli stili pop da sostituirsi ad essi. Dalla fine degli anni sessanta si parlerà spesso, infatti, di pop-rock o semplicemente di pop o di rock non distinguendo più le due categorie iniziali ma includendo un coacervo di stili tutti apparentati e spesso arbitrariamente riconoscibili. Questi i sottogeneri man mano venuti fuori e dal rock partoriti. Folk r., blues r., jazz r., soft r. hard r., glam r., art r., r. psichedelico o acid r., progressive r., punk r., new wave, ecc.. Col passare degli anni, poi, il rock, perdendo la sua originaria specificità, è finito per diventare una definizione ombrello, onnicomprensiva, sotto la quale si fanno coesistere tutti i generi nati al di fuori dei circuiti accademici e jazzistici. Pur interessante è il discorso intorno alle radici del rock, cioè alla sua specificità, che vanno piazzate ancor prima della metà degli anni sessanta, i quali, si può dire, sono stati terreno di coltura con le proteste politiche di massa, le occupazioni delle università, la sperimentazione della droga, l’abuso dell’alcool, la trasgressione a volte più esibita che pensata. Basti pensare al jazz, al country, al folk, al rock and roll, al blues, al rhythm and blues e alla bleak music da cui il rock ha attinto sia una parte di pensiero che ricche sonorità. L’esempio più rilevante è più appropriato per tutto quanto sin qui si è detto lo troviamo in Bruce Springsteen, definito da anni una rock star. Egli esplose giusto alla metà degli anni settanta dopo aver iniziato ad esibirsi già sul finire degli anni sessanta. Ma i successi sono continuati sino ai giorni nostri accumulando, tra l’altro, venti Grammy Awards, con circa 65 milioni di dischi venduti negli Stati Uniti e più di 120 milioni in tutto il mondo. Rifacendosi inizialmente a Bob Dylan e Woody Guthrie, i suoi testi ci portano la poetica dello spirito della frontiera con un grido di speranza e di redenzione, il mito della fuga attraverso l’America e le sue arterie autostradali ma anche il nazionalismo poetico del rinascimento americano dell’ottocento, tanto che i suoi versi appaiono a volte simili a quelli di Walt Whitman (il poeta della celeberrima ode che inizia con “ O capitano! Mio capitano!”).

Il rock di Springsteen, affondando le radici nel rock and roll e nel country anni ’50 e nel folk anni ’60 e avvalendosi anche di molte risonanze blues, è un rock che si può definire standard cioè un rock modello, con pochi orpelli ma, giocando sopratutto sulle chitarre elettriche, un rock che mostra tutta la sua incontenibile energia, nel suo stile spesso duro e aggressivo. Si ricordano alcuni suoi famosi concerti tenuti in teatro, da solo, accompagnato dalle sue svariate chitarre. Pur se negli anni settanta già erano diverse le contaminazioni a questo tipo di rock “originario”, non fu certo il solo a suonarlo. Diversamente da alcuni suoi colleghi, eroi turbolenti e maledetti della musica rock, egli, pur diventato una leggenda, è diametralmente opposto ad essi. La sua immagine è pulita, è quella di un onesto proletario che crede nella democrazia americana, lontano anni luce dalla estetica della droga e degli eccessi, che hanno contraddistinto buona parte del rock. Il suo avvento crea di nuovo una frontiera, una promessa potente, sebbene a tratti venata da pessimismo, di un mondo migliore e più sano. Come si diceva la figura di Springsteen ci porta a concludere che il rock non è finito, come non sono spariti altri generi musicali, sebbene buona parte della musica degli anni ’60 e ’70 ha avuto una logica trasformazione. Ed è questo, il suo cambio d’abito e le sue eccessive contaminazioni, che portano taluni a dire che gli anni settanta sono stati l’inizio e la fine del rock? Della musica? Più che le metamorfosi degli stili musicali legate al tempo che avanza, è il modo di porsi, di rappresentarsi che potrebbe dar adito a pensare ad una fine prematura del rock, intendendo logicamente il rock prima maniera. In effetti il rock nasce come musica rivoluzionaria, che viveva al di fuori dell’establishment, che camminava di pari passo con la controcultura, che per questo era considerata ancora pericolosa e che solo le etichette indipendenti e le piccole case discografiche pubblicavano. La prima generazione del rock combatté per accreditare non solo una nuova musica ma anche una nuova società, un nuovo mondo, un nuovo stile di vita. E quando le major vi mettono sopra le mani, portando il rock ai vertici del mercato discografico, col gigantesco successo commerciale e la commercializzazione delle immagini, ecco che esso, mentre nasce per il grosso pubblico, di contro muore, poiché si svuota dei sentimenti iniziali, diventando un’industria. Pertanto si trasforma in mestiere, professione e non è più necessariamente arte. Verrà chiamato infatti, già sul finire del decennio, rock di consumo, cioè rock industriale nel senso pieno del termine, tarpando le ali, nella maggioranza dei casi, al sogno dei giovani degli anni settanta. In chiusura, più che pensare ad una improbabile fine del rock, è preferibile augurarsi, invece, considerati i tempi in cui viviamo, che fiorisca un nuovo rock, messianico, che riesca a lanciare un messaggio di speranza e di amore, per contribuire ad un radicale rinnovamento della società.


La canzone, oggi

Esiste sempre un rapporto tra la musica e la realtà storico-sociale. A questo proposito è da sottolineare il pensiero del musicologo Jules Combarieu che tra l’altro ha detto che la musica è l’arte di pensare con i suoni. “La musica non è nella storia un fatto eccezionale o intermittente, un casuale dato ausiliario per cerimonie religiose, un’espressione passeggera della gioia, della tristezza o del sogno, o ancora un’arte di lusso, un divertimento immaginato dagli uomini in ozio. Essa è un fatto naturale e universale come il linguaggio, che appare ovunque ci siano uomini e che può essere collegato, se si considerano le forme in cui essa si realizza, alle leggi profonde e permanenti della vita sociale. Essa trae la sua sostanza dalla vita sociale, come la pianta trae quello che possiede dal suolo dove poggiano le sue radici.” Questo pensiero è dei primi del ‘900 ma ancor oggi possiamo tenerlo presente per una breve discussione sulla canzone. Una musica astratta dalla vita sociale non avrebbe senso e perderebbe anche il suo valore estetico. Non vi è dubbio che la musica, come tutte le manifestazioni della cultura, sia determinata da concrete premesse storiche e sociali. L’opera musicale è l’effeto e il rispecchiamento dell’agire di forze diverse che improntano la vita economica, l’ordinamento sociale e la coscienza dell’artista. Non può essere dunque considerata come separata dalla vita sociale. Tanto il contenuto quanto la sua forma sono il risultato di quelle forze e del modo in cui esse sono colte e interpretate dall’artista. Proprio in questo modo una creazione individuale, come l’opera musicale, dovrebbe esprimere valori universali, di cui è plasmato lo stesso compositore, dei quali si nutrono e con i quali si confrontano tanti altri uomini. E in ciò consiste, in ultima analisi il ruolo di proposta e di mobilitazione che può avere il componimento musicale per un progetto di sviluppo e di progresso di intere generazioni. Anche oggi troviamo un intenso rapporto tra musica e società. Con l’enorme sviluppo dei mezzi audiovisivi, la produzione artistica di musica cosidetta leggera, ma ancora meglio popolare, è stata sfruttata sempre più a fini commerciali e spesso come tranquillante e distraente. Canali radiofonici e televisivi diffondono 24 ore al giorno musica. Essa risuona quasi inninterrottamente in centri commerciali, grandi magazzini e boutiques, si sente in officina ed in ufficio, sui treni e sugli aerei negli allevamenti di animali, ed è indissociabile dalla pubblicità radio-televisiva. Si passeggia o si corre per strada o sulla spiaggia con un auricolare all’orecchio. La musica delle discoteche assordante quanto ripetitiva per sballare e non lasciar pensare. In questo stato di confusione e di stordimento generale, in questa torre di Babele della fruizione del genere musicale, l’uomo è portato ad accostarsi ad esso con enorme superficialità e non riesce, nemmeno dove ci sono, ad intravedere quelle espressioni di sentimenti collettivi e di valori universali, restando legato ad una sorta di repertorio di canzoni e di artisti divenuti ormai dei classici, poichè, come le poesie recitate da bambini, sono gli unici che si sono fissati in mente.

Nemmeno nelle rassegne, concorsi e festivals, che potrebbero essere un momento di riflessione, si scorge granchè di positivo, proprio perchè anch’essi sono organizzati dai discografici solo a scopo commerciale, che seguondo la moda del momento, scelgono artisti dalla vena ormai esaurita o giovani che passono come meteore per poi sparire, escludendo spesso idee ed energie nuove. Per altro la sconsiderata inflazione della musica popolaree e per qualche verso la riproduzione illegale di essa hanno causato una crisi nel settore discografico, e gli stessi addetti ai lavori, che in molti casi l’hanno prodotta, non riescono, guidati solo da fini economici a trovare nuovi sbocchi per una migliore e più sensata fruizione della musica cosidetta leggera. La canzone oggi è solo un ammasso edonistico in cui il colore ha preso il sopravvento sui contenuti formali ed espressivi; proprio come in quelle rappresentazioni grafiche, in cui non vi è altro contenuto che il colore, che dopo qualche minuto, in cui si è rimasti più o meno inpressionati, risultano sterili; poichè al di là dell’impatto edonistico non vi è nient’altro. Ma la crisi del mercato discografoco, la crisi delle idee, insomma la crisi di una nuova canzone d’autore che finalmente s’impone potrebbe essere purificatrice. E se da un lato tutto ciò, crisi economica, delle idee, dei valori, sembra rispecchiare i tempi che si vivono dando ragione al Combarieu, d’altro canto proprio Combarieu ci da lo spunto per ritrovare la via di una nuova canzone che esca dalle ombre e dal pantano della moderna società. ” La musica non è….un’espressione passeggera della gioia, della tristezza o del sogno, o ancora un arte di lusso, un divertimento immaginato dagli uomini in ozio”. Una fruizione della canzone, quindi, dovrebbe essere meno superficiale, tanto da non rappresentare solo un momento effimero e spiccatamente di evasione. Pertanto realizzare una rassegna, uno spettacolo musicale oggi dovrebbe significare diversificazione e rivalutazione della canzone, per venire, nel modo migliore, incontro alle necessità sia socioculturali che dell’universo musicale (produttori e consumatori). Le aspettative si riflettono nel bisogno di vedere estrinsecati nella canzone, nella sua completezza di testo e musica, quei valori universali in cui ci si possa identificare o confrontare. La canzone deve affondare la propria creaitività nelle radici culturali della società. E se vuole essere educativa, deve rispecchiare non solo la moda ma anche la storia. E se anche vivessimo il miglior momento musicale, questo non impedisce di stimolare gli artisti ed il pubblico a creare ed a fruire di opere qualitativamente migliori. Tutto ciò da realizzarsi in un contesto ideale, dove la musica oltre che venduta sia anche percepita quale momento di crescita artistica e cuilturale. Non più, quindi, la musica del villaggio globale ma piuttosto la musica….del villaggio. Una canzone con i canoni prima evidenziati da gustarsi quasi in religioso silenzio in piccoli ed accogliaenti spazi che possa lasciare finalmente riflettere e non solo stordire. Una canzone, quindi, che abbassi il volume e ci lasci godere la sua poesia.

Andy Micarelli

Ho conosciuto Andy (Andrea) Micarelli per caso, come per caso conobbi nel 2007 Elio  Depasquale. Entrambi tramite web con un annuncio di richiesta di collaborazione musicale. Il primo come interprete delle mie canzoni ed il secondo come arrangiatore, ma qui ci soffermiamo su Andy e di Elio parleremo più avanti. La prima cosa da dire è che è un ragazzo serio. Non è una frase fatta poiché nel mondo  dello spettacolo  è difficile trovare questo genere di persone o quantomeno non perditempo. La seconda cosa importante è che si tratta di un vero musicista. Quando  viene presentato un cantautore di solito si pensa, di questi tempi, ad un giovane che con una voce discreta  si accompagna strimpellando una chitarra e così compone le proprie canzoni. Qua invece abbiamo un vero musicista. Diplomato al conservatorio di Pescara in sassofono egli suona perfettamente anche il piano, le tastiere, la fisarmonica, arrangia i suoi pezzi e li canta. Un’altra cosa notevole è la voce  poiché essa si distingue per la sua doppia personalità. In sostanza a volte la sua impostazione è dolce come un cantautore intimo, a volte è graffiante come un cantante rock. La voce a volte scorre diversa anche nell’ambito di un solo brano per cui diventa delicato o ruggente a seconda dei casi ed il pezzo acquista una sua teatralità. Dal vivo in alcuni brani si esibisce anche come solista cambiando con professionalità gli strumenti a lui noti. La solida amicizia che è nata tra noi si fonda anche su una stretta collaborazione artistica. Pertanto egli rappresenta, da un lato un magistrale interprete dei miei brani e dall’altro, a volte, diventa il coautore di alcuni di essi. Ma, per rappresentarlo meglio e sinteticamente, inserisco qui di seguito l’articolo intervista che il mensile pescarese La Dolce Vita gli ha dedicato.
“Custode fedele dei suoi ricordi d’infanzia, Andy Micarelli li propone al suo pubblico con la delicatezza di chi sa di maneggiare qualcosa di fragile e unico, con il candore di uno sguardo giovane ed acuto. Innamorato della musica, si dedica al pianoforte, alla fisarmonica, al sax e alla chitarra. Inizia, giovanissimo, la sua carriera di musicista perché la passione gli scorre nel sangue, come in tutta la sua famiglia, dal nonno alla sorella….
Andy nasce a Chieti nel 1984 e si diploma in sassofono presso il Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara. È un poli-strumentista, cantautore, interprete e arrangiatore, compone il suo primo brano all’età di 13 anni. Già a 4 anni frequenta una scuola di musica. Nel 2007 intraprende la strada del professionismo, registrando, in qualità di sassofonista, nel disco “Anime sotto il cappello”, del giovane cantautore Paolo Tocco e, con successive esibizioni live, in molti locali italiani. Nel 2008 accompagna, in qualità di tastierista-sassofonista, la giovane cantante “Edea” in un mini-tour che tocca diverse zone del Sud-Italia. Nel mese di settembre, sempre per “Edea”, collabora agli arrangiamenti di tastiera in una  canzone vincitrice dell’edizione 2008 di Sanremo Lab. Nel Febbraio 2010 si esibisce, insieme al cantautore Mauro Di Maggio, nei brani “Amore di ogni mia avventura” e “In ogni forma”, presso il Lian Club di Roma. Nel 2011, in qualità di tastierista, suona nel tour estivo di “Lighea”. Nell’agosto 2009 e nel settembre 2011, in qualità di pianista e cantante, apre due concerti della storica rock band italiana “Le Orme”. Nella primavera del 2012 partecipa, in qualità di accompagnatore al pianoforte, al Festival Nazionale canoro per giovani talenti, presso l’ Auditorium Flaiano di Pescara e, sempre nello stesso periodo, partecipa con un suo brano inedito alle selezioni del 55° Festival di Castrocaro Terme. Dal mese di maggio 2012 collabora con l’ autore Antonio Cessari nella composizione ed interpretazione di brani inediti e nella rielaborazione di brani noti in stile folk-rock, il progetto “Chitarridea”.
Attualmente è impegnato con diverse band locali in qualità di tastierista, sassofonista e cantante oltre all’attività d’ insegnamento.
Innumerevoli le collaborazioni, le esibizioni live e i tour che lo vedono protagonista.
Gli chiediamo “Ci sono altre novità?”
Sono impegnato con la “MUSIC FORCE” un’etichetta indipendente che mi sta aiutando a muovere i primi passi in campo musicale con la promozione e la produzione del mio nuovo album, in uscita a fine dicembre: “Ritratti”, testi e musiche scritti da me e da Antonio Cessari, con gli arrangiamenti di Elio Depasquale.  Loro già si conoscevano, io ho conosciuto prima Antonio sul web e lui ha fatto il resto!
Mi sembra di capire che c’è anche qualcos’altro, hai altri progetti che bollono in pentola?
Beh…in realtà qualcosa c’era e c’è. Ho partecipato alle selezioni  di Sanremo Giovani con un pezzo d’amore a me molto caro. Ho superato la prima fase, ma poi mi hanno eliminato; anche se credo che il pezzo era valido. Del resto saranno i miei fans a giudicarlo perché sarà presente nel mio nuovo album. Poi ho presentato due inediti, di grande presa, scritti con Antonio per il Festival “Musicultura” di Recanati, i cui risultati si conosceranno con l’anno nuovo e sono stato tra i finalisti del  Cantafestivalgiro a Catania.
Come ti descriveresti al tuo pubblico, come uomo e come cantante?
Io sono un ragazzo molto timido e riservato, ma allo stesso tempo determinato, serio e professionale. Antonio, mio grande amico oltre che collega, mi aiuta molto a far venire fuori quelle caratteristiche del mio carattere che la timidezza nasconde. Per quanto riguarda il “cantante”, ho una voce che potrebbe far pensare a Fausto Leali come a Battiato, è un connubio dolce e aggressivo, delicato e graffiante.
Abbiamo sentito parlare di un progetto “Chitarridea”, di cosa si tratta?
È un progetto di Antonio Cessari, di qualche anno fa che vede protagonista la musica Folk Rock, accompagnata in gran parte da strumenti a corda. Nel nuovo album ne ascolterete alcuni brani.
Parlaci dei pezzi del tuo nuovo album.
Ce ne sono alcuni scritti da Antonio, tipo “N’anima in pena” che racconta di un’amore impossibile, duettato da me con la brava Laura Di Pancrazio , “Carolina” che è la storia di uno stupro, “Le nostre città” diventate ormai sempre più caotiche e poco rassicuranti. Poi ci sono i miei pezzi : “Il cielo e la vita” che descrive come questo stesso cielo sia l’unica cosa uguale per tutti.
“Il tuo ritratto” enfatizza la donna e l’amore assoluto. Sono dei pezzi molto sentiti che spero piacciano al pubblico!
“Un sentiero” la canzone di Sanremo. “Il tram numero 28” e “Gina” le due canzoni di Musicultura.
Cosa chiedi a Babbo Natale?
Posso chiedere più cose?… vorrei innanzitutto il consenso del pubblico, poi la creatività per comporre pezzi sempre belli e tanti concerti! È troppo?  Vero?  Forse non c’è spazio nella sacca di Babbo Natale!
Comunque Tanti Auguri a tutti!”

Gli auguri di Andrea li accettiamo ben volentieri, poichè si prepara per lui e per noi che lo seguiamo un 2013 denso di impegni e di appuntamenti.

Chitarridea – Elio Depasquale

L’idea del progetto Chitarridea mi venne sul finire degli anni settanta. A quell’epoca, formai un gruppo, chiamato appunto Chitarridea, di sole chitarre acustiche, non elettrificate, più un basso acustico, molto simile ad un chitarrone, usato, a volte, da gruppi spagnoli e sudamericani. Eravamo cinque elementi cioè tre chitarre un mandolino o mandola o banjo e un basso. Alternavamo pezzi popolari napoletani a brani country folk. Tutti strettamente inediti da me composti e cantati. Questo gruppo, pian piano, poi si trasformò fino a diventare un gruppo rock  di otto elementi, cioè si aggiunse un batterista un violinista un sassofonista flautista ed un tastierista, con una chitarra in meno. Di tale band ho scritto già nella pagina “Il musicista”. Ricordo sempre con piacere gli ottimi strumentisti che mi affiancarono in quella unica stagione della mia vita in cui, io stesso, mi esibivo insieme a loro sulle piazze. Per questioni personali, purtroppo, non mi fu possibile continuare a suonare. Ancora mi torna in mente che, nel salutare gli amici del gruppo, Gennaro Petrone, chitarra, mandolino, mandola, poi Popularia e ora anche voce nell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore, disse con le lacrime agli occhi “però si poteva fare qualcosa con i tuoi brani”. In effetti ho continuato negli anni a comporre e, a distanza di 35 anni posso dire che, ascoltando Gennaro, qualcosa sto realizzando con le mie canzoni. Ho già avuto il piacere che un album con otto miei brani sia stato pubblicato l’anno scorso dalla Lady Blue, casa discografica di Mario Serafino che li ha interpretati riscuotendo anche un discreto successoe e che questo noto cantante catanese abbia inciso anche altri miei pezzi. Ma in questo anno, e particolarmente dopo aver conosciuto l’ottimo cantautore Andy Micarelli, di cui ho accennato prima, ho rimesso mano al progetto Chitarridea, progetto al quale collabora in modo decisivo anche il giovane strumentista e arrangiatore Elio Depasquale. La facilità nella creazione degli arrangiamenti lo pone tra i migliori nel suo campo con più di duemila pezzi elaborati pur nella sua giovane età. Figlio d’arte, studia pianoforte dall’età di 6 anni e frequenta il Conservatorio di Musica Lorenzo Perosi di Campobasso. Sin dall’età di 13 anni, è arrangiatore in diversi studi di registrazione del Molise e dell’Abruzzo come polistrumentista e compositore di musica moderna di svariati generi. Nel 2007 collabora attivamente con il cabarettista abruzzese Vincenzo Olivieri: come pianista nel suo tour, arrangiatore e compositore di sigle televisive e radiofoniche dei suoi show. Estende i suoi studi con maestri privati nell’ambito della musica leggera e del jazz.  Armonia jazz con il chitarrista pescarese Lello Tiberio, il corso dell’accademia di jazz con Marco Di Battista. Partecipa allo stage del pianista britannico John Taylor. Attualmente insegna solfeggio, pianoforte e tastiera moderna privatamente e presso l’Accademia di Musica Città di Pianella; si esibisce in diversi concerti con formazioni locali e come pianista in alcuni ritrovi della Puglia, del Molise, del Lazio e dell’Abruzzo; inoltre collabora con alcune compagnie teatrali per rappresentazioni di musical e recital inediti. Dal 2007, cioè da quando l’ho conosciuto, ha arrangiato i miei brani, una parte dei quali è stata interpretata da Mario Serafino. Ora, insieme al cantautore Andy Micarelli, come detto, fa parte integrante del progetto Chitarridea. Tornando a questo progetto esso darà il nome anche al gruppo che accompagnerà Andy Micarelli nei suoi concerti. Ma tale gruppo rappresenta soprattutto un’idea di musica, quindi uno stile, possiamo dire una cultura. Niente si inventa ormai nella musica moderna ma le differenziazioni si notano. Qui ci troviamo di fronte ad uno stile musicale basato sopratutto su chitarre in varietà rilevante e su strumenti a corda. Quindi non è tanto il genere che conta, quanto l’impostazione dell’arrangiamento che rende i brani, interpretati dal Micarelli e dal gruppo,  più soffici anche quando si suona il rock, sempre aleggianti nell’aria e soffusi come da stille di rugiada, prodotte dalle note delle corde della chitarra, quando si suona il pop. Una canzone mai chiassosa ma sempre lieve, da ascoltare e da ballare. Attualmente i miei brani e quelli di Andy Micarelli, tutti da lui interpretati, unitamente ai brani noti che elaboriamo, vengono arrangiati nello stile Chitarridea. Anche se non c’è ancora una band Chitarridea ben definita, con la strumentazione elettronica e una varietà di campionatori di strumenti, particolarmente a corda, che accrescono la vitalità degli strumenti reali, gli arrangiamenti di tutte le nostre composizioni portano il marchio del progetto. Ed è realmente uno stile che prende. L’intrecciarsi delle chitarre sia acustiche che elettriche con note di piano e di altri strumenti, dà a questa musica un senso di quiete e nello stesso tempo di movimento. Ci lascia pensare a sterminate praterie da attraversare ma anche a mari azzurri e spumeggianti da solcare. Gli auguri che possiamo rivolgere a noi stessi è che questi viaggi musicali ci facciano sempre giungere alla meta da noi agognata: comporre della buona musica e, trattandosi di canzoni, anche dei testi che non trascurino di celebrare i grandi temi e valori umani.